mercoledì 1 marzo 2017

Eduardo De Filippo traduce se stesso - Filumena Marturano, primo atto.

L'arte della Commedia




Eduardo De Filippo traduce se stesso 
Filumena Marturano
Tratto da: 
IL DRAMMA
ANNO 23 - NUOVA SERIE - N. 35-36
1°  MAGGIO  1947  
INCLUSO  15  APRILE

PRIMO ATTO

( Eduardo spiega - Questa versione italiana è soltanto indicativa: non fa testo e non può essere usata che per la consultazione.)
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In casa Soriano sfarzosamente arredata, con un gusto, pero, alquanto medio. Qualche quadro e qualche ninnolo, che ricordano teneramente l’epoca Umbertina e che, evidentemente, un tempo, completarono l’arredamento della casa paterna di Domenico Soriano, disposti con cura alle pareti e sui mobili, stridono, violentemente, con tutto il resto. La porta, in prima quinta a sinistra, e quella che introduce nella camera da letto. In seconda quinta, sempre a sinistra, taglia l’angolo della camera un grande telaio a vetri che lascia vedere un ampio terrazzo fiorito, protetto da una tenda di tela a strisce colorate. In fondo, a destra, la porta di ingresso. A destra, la camera si spazia inoltrandosi profondamente in quinta e lasciando scorgere, attraverso un grande vano e l’apertura u meta di una tenda serica, ≪ lo studio ≫ del padrone di casa. Anche per l’arredamento del suo ≪ studio ≫ Domenico ha preferito lo ≪ stile 900 ≫. E di questo stile anche il mobile vetrinato che protegge e mette in mostra una grande quantità di coppe di vario metallo e di differenti dimensioni e forme: ≪ Primi premi ≫ guadagnati dai suoi cavalli da corsa. Due ≪ bandiere ≫ incrociate sulla parete di fronte, dietro uno scrittoio, testimoniano le vittorie conseguite a Montevergine. Non un libro, non un giornale, non una carta. Quell’angolo, che soltanto Domenico Soriano osa chiamare « lo studio », è ordinato e lindo; ma senza vita. Il tavolo centrale, in camera da pranzo, è apparecchiato per due coperti, con un certo gusto ed anche ricercatezza: non vi manca un « centro » di rose rosse freschissime.

Primavera inoltrata: quasi estate. E’ l'imbrunire. Le ultime luci del giorno dileguano per il terrazzo. In piedi, quasi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte, in atto di sfida, sta Filumena Marturano. Indossa una candida e lunga camicia da notte. Capelli in disordine e ravviati in fretta. Piedi nudi nelle pantofole scendiletto. I tratti del volto di questa donna sono tormentati:segno di un passato di lotte e di tristezze. Non ha un aspetto grossolano, Filomena, ma non può nascondere la sua origine plebea: non lo vorrebbe nemmeno. I suoi gesti sono larghi ed aperti; il tono della sua voce è sempre franco e deciso, da donna cosciente, ricca d’intelligenza istintiva e di forza morale, da donna che conosce le leggi della vita a modo suo, ed a modo suo le affronta. Non ha che quarantotto anni, denunziati da qualche filo d’argento alle tempie, non già dagli occhi che hanno conservato la vivezza giovanile del « nero » napoletano. Ella è pallida, cadaverica, un po’ per la finzione di cui si è fatta protagonista, quella cioè di lasciarsi ritenere prossima alla fine, un po’ per la bufera che, ormai, inevitabilmente dovrà affrontare. Ma ella non ha paura: è in atteggiamento, anzi, da belva ferita, pronta a spiccare il salto sull’avversario.
Nell’angolo opposto, precisamente in prima quinta a destra, Domenico Soriano affronta la donna con la decisa volontà di colui il quale non vede limiti nè ostacoli, pur di far trionfare la sua sacrosanta ragione, pur di spezzare l’infamia e mettere a nudo, di fronte al mondo, la bassezza con cui fu possibile ingannarlo. Si sente offeso, oltraggiato, colpito da qualche cosa, secondo lui, di sacro, che non può nè intende confessare. Il fatto, poi, che egli possa apparire un vinto al cospetto della gente, gli sconvolge addirittura il cervello, gli fa perdere i lumi della ragione. E’ un uomo robusto, sano, sui cinquant’annì. Cinquant’anni ben vissuti. Gli agi e la sua cospicia posizione finanziaria lo hanno conservato di spirito acceso e di aspetto giovanile. La « buonanima » di suo padre, Raimondo Soriano, uno tra i più ricchi e furbi dolcieri di Napoli, che aveva fabbriche ai Vergini ed a Forcella, nonché negozi accorsatissimi a Toledo e a Foria, non aveva occhi che per lui. I capricci di don Domenico (da giovanotto era conosciuto come « ’O signurino don Mimi »), non avevano limiti, nè per la loro stravaganza, nè per la loro originalità. Fecero epoca; si raccontano ancora a Napoli. Appassionato amatore di cavalli, è capace di trascorrere mezze giornate a rievocare con gli amici le prodezze agonistiche, le « gesta » dei più importanti esemplari equini, che passarono per le sue nutrite scuderie. Ora è lì, in pantalone e giacca di pigiama, sommariamente abbottonati, pallido e convulso di fronte a Filomena, a quella donna « da niente » che, per tanti anni è stata trattata da lui come una schiava e che ora lo tiene in pugno, per schiacciarlo come un pulcino.
A sinistra della stanza, nell’angolo, quasi presso il terrazzo, si scorge, in piedi, la mite ed umile figura di donna Rosalia Solimene. Ha settantacìnque anni. Il colore dei suoi capelli è incerto: più deciso per il bianco che per il grigio. Indossa mi vestito scuro « tinta morta ». Un po’ curva, ma ancora piena di vitalità. Abitava in un « basso » al vico San Liborio, di fronte a quello abitato dalla famiglia Marturano, di cui conosce « vita, morte e miracoli ».
Conobbe, fin dalla più tenera età, Filomena; le fu vicina anche nei momenti più tristi della sua esistenza, senza mai risparmiarle quelle parole di conforto, di comprensione, di tenerezza che soltanto le nostre donne del popolo sanno prodigare e che sono un vero balsamo al cuore di chi soffre. Ella segue, ansiosa, i movimenti di Domenico, senza perderlo d’occhio un istante. Conosce, per dura esperienza, gli effetti dell’irascibilità di quell’uomo, per cui, pervasa dal terrore, non batte ciglio, come impietrita.

Nel quarto angolo della stanza si scorge un altro personaggio: Alfredo Amoroso. E’ un simpatico uomo sui sessaint’anni, di struttura solida, nerboruto, vigoroso. Dai compagni gli fu appioppato il nomignolo di « ’O cucchierìello ». Era bravo, infatti, come guidatore di cavalli, per cui fu assunto da Domenico, ed al suo fianco rimase in seguito, ricoprendo il malo di uomo di fatica, capro espiatorio, ruffiano, amico. Egli riassume tutto il passato del isuo padrone. Basta osservare il modo con cui guarda Domenico, per comprendere fino a qual punto gli sia rimasto fedele -e devoto, con ila massima abnegazione. Indossa una giacca grigia un po’ « risicata >> ma di taglio perfetto, Pantalone di altro calore e berretto a «scorz”e nucella » messo sul capo un po’ a sghembo. Ostenta, al centro del panciotto, una catena d’oro. E’ in atteggiamento di attesa. E’, forse, il più sereno di tutti. Conosce il suo padrone. Quante volte le ha buscate per lui. Quando va su il sipario, così troviamo i quattro personaggi, in questa posizione da « quattro cantoni ». Sembra che stiano lì, per divertirsi come dei bimbi; ed, invece, è la vita che li ha scaraventati così, l’uno contro l’altro.
Pausa lunga.

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(sotto i dialoghi del primo atto).





Domenico (schiaffeggiandosi ripetutamente con veemenza ed- esasperazione) — Pazzo, pazzo, pazzo... Cento volte, mille volte!

Alfredo (con un lievissimo gesto, interviene) Ma che state facendo...

Domenico — Ed io sono un uomo? Ma io debbo mettermi davanti a uno specchio e sputarmi in faccia e non stancarmi mai... (Con un lampo di odio negli occhi a Filomena) Con te? Ma con te ho perduto tutta una vita: venticinque anni di salute, di forza, d’intelligenza, di giovinezza. Anche questo vuoi? Dunque anche questo ti deve dare don Domenico Soriano? Pure i brandelli di questa pelle... di questa pelle di cui tutti avete fatto quello che avete voluto farne? (Inveendo contro tutti, come fuori di sè) Tutti ne hanno fatto quel che ne hanno voluto! (Contro se stesso con disprezzo) Tu ti stimavi Gesù Cristo incarnato e tutti quanti hanno fatto quel che hanno voluto della pelle tua. (Mostrando un po’ tutti in atto d’accusa) Tu, tu, tu... nel vico, nel quartiere, a Napoli, nel mondo! Tutti t ’hanno fatto fesso, sempre! Ili pensiero del tiro giocatogli gli torna alla mente d’improvviso e gli fa ribollire il sangue) Non posso pensarci! Ma era da prevedersi... Una donna come te doveva arrivare dove sei arrivata tu... Non potevi smentirti... venticinque anni non t’hanno mutata. Ma non pensare d’aver vinto... tu non hai vinto niente. Io t’ammazzo e ti pago tre centesimi! E tutti quelli che t’hanno tenuto mano... (Rosalia trasale, Alfredo è tranquillo) il medico, il prete... (Indicando Rosalia ed Alfredo minaccioso) Questi due ignobili che ho mantenuti e ingrassati per tanti anni... io v’ammazzo tutti! (Risoluto) Il revolvere, datemi il revolvere!

Alfredo (calmo) — Li ho portati tutte e due dall’armaiolo per farli pulire... come mi avevate detto.

Domenico — Quante cose ho detto io... E quante cose mi hanno fatto dire a forza... Ma ora basta... Mi sono svegliato, ho compreso tutto. (A Filomena) Tu te ne andrai. E se non te ne vai con le buone... uscirai morta di qua dentro. Non c’è legge, non c’è Dio che possa piegare Domenico Soriano. Io vi denunzio per falso. Io vi spedisco in galera. I denari non mi mancano... balleremo, Filomena... Ti farò ballare come voglio io... Quando avrò fatto sapere chi sei stata tu e da quale casa t’ho tratta fuori... mi daranno tutti sentenza vinta... io ti anniento, Filomena: ti anniento! (Pausa).

Filomena (niente affatto impressionata, sicura del fatto suo) — E’ finito?... C’è qualche altra cosa da dire?

Domenico (ormai la sola voce di quella donna lo sconvolge) — Sta zitta, non parlare, non posso sentirti parlare.

Filomena — Io quando t’avrò detto quello che tengo qui sopra... (indica lo stomaco) non ti guarderò più in faccia... e la voce mia non l’udrai più.

Domenico (con disprezzo) — Donnaccia! Donnaccia sei stata e tale sei rimasta.

Filomena — E perchè lo dici cosí?... E’ forse ima novità?... Lo sanno tutti chi sono stata e dove stavo... Ma dove stavo io venivi tu... tu con gli altri... E come gli altri t’ho trattato... E perchè avrei dovuto trattarti diversamente... Non sono eguali, gli uomini?... Quello che ho fatto, me lo piango io e la mia coscienza... ora però sono tua moglie... e da qua non mi sloggiano neppure i carabinieri.

Domenico — Tu... mia moglie?! Filomena, ma che mi dai i numeri stasera? A chi ti sei sposata?

Filomena (fredda) — A te.

Domenico — Ma tu sei pazza... L’inganno è palese... la malattia grave... l’agonia... è stata tutta una finzione... Ho i testimoni... (Indica Alfredo e Rosalia).

Rosalia (pronta, non volendo essere tirata in ballo in una questione tanto grave) — Io non so niente. Io so solamente che donna Filomena s’è coricata, s’è aggravata e s’è messa in agonia. Niente m’ha detto e niente ho capito.

Domenico (ad Alfredo) •— Tu nemmeno sai niente... Neppure tu sapevi che l’agonia era una finzione?...

Alfredo — Don Mimi, per l’amore di Maria Vergine... Ma se donna Filomena non mi può vedere... andava a fare le confidenze proprio a me?

Rosalia — E il prete?... chi mi ha detto di andarlo a chiamare... Non me lo avete detto voi?

Domenico — Perchè essa lo cei’cava... E io per farla contenta...

Filomena — Sì... perchè non ti pareva vero che io me ne andassi all’altro mondo... Non stavi più nei panni pensando che finalmente ti sbarazzavi di me...

Domenico (dispettoso) — Brava, l’hai capito. E quando il prete, dopo aver parlottato con te, mi disse: «Sposatela in extremis, povera donna... E’ l’unico suo desiderio... Perfezionate questo vincolo con la benedizione del Signore » io mi dissi...

Filomena — ...tanto che cosa perdo?... Quella è in agonia... E’ questione di un paio d’ore e me la levo dalle costole... E’ rimasto male don Domenico quando, appena scomparso il prete, mi sono alzata sul letto e ho detto : « Don Domè, tanti auguri... Siamo marito e moglie»...

Rosalia — Ed io ho avuto un soprassalto e sono scoppiata a ridere da non frenarmi più... (Ne ride ancora) Gesù, come l’ha fatta naturale tutta la malattia...

Alfredo (approvando) — E pure l’agonia.

Domenico — Voialtri fate silenzio, se no vi metto in agonia tutte e due. (Escludendo qualsiasi probabilità di debolezza da parte sua) Non è possibile... non è possibile... (D’un tratto, come ricordando un altro personaggio che secondo lui potrebbe essere il solo responsabile) E il medico? Ma come, tu sei medico e non ti accorgi che quella è in perfetta salute, che quella ti stava facendo scemo?

Alfredo — Forse, secondo me, si è sbagliato.

Domenico (con disprezzo) — Sta zitto, Alfredo.  (Deciso) Ma il medico la pagherà! Lui pagherà per quanto è vero Dio. Perchè lui è stato d’accordo... Non poteva fare in buona fede... (A Filomena con malizia) Ha mangiato, dunque?... Gli hai dato del denarò.

Filomena (nauseata) — Solo questo capisci tu: « il denaro ». E con i denari hai preso
sempre quello che hai voluto... Comprasti pure me col denaro... Perchè tu eri don Mimi Soriano... coi migliori sarti... con le più fini camiciaie... i cavalli tuoi correvano... e tu lasciavi correre... ma Filomena ha fatto correre essa a te. E correvi e non ti accorgevi neppure... E ancora dovrai correre... e ancora dovrai sudare sangue per comprendere come si vive e come si procede da galantuomo, n medico non sapeva niente... Ha creduto pure lui... e doveva crederlo... Qualunque donna, dopo venticinque anni passati accanto a te, si mette in agonia. T’ho fatto la serva... (A Rosalia e ad Alfredo) Gli ho fatto la serva per venticinque anni. E voi lo sapete... Quando lui partiva per divertirsi: Londra, Parigi... le corse, io facevo la carabiniera, alla fabbrica di Forcella, a quella dei Vergini e nei magazzini di Toledo e a Foria... perchè altrimenti i dipendenti suoi l’avrebbero spogliato vivo... (Imitando il tono ipocrita di lui) « Se io non avessi te, Filomena; tu sei una donna!». Gli ho tenuto su la casa che neppure una moglie legittima... gli ho lavato i piedi! E non solo ora che sono vecchia... ma quando ero giovane... Mai che fossi stata da quest’uomo apprezzata, conosciuta, mai!... Sempre come una cameriera che da un momento all’altro si può mettere alla porta.

Domenico — E mai a vederti sottomessa... che so io... comprensiva, in fondo, della situazione reale che esisteva tra me e te. Sempre con una faccia cupa... strafottente... che tu pensi: «Ma per caso avessi torto io? Le avessi fatto qualche cosa?». Mai ho visto una lacrima in quegli occhi: mai! In tutti gli anni trascorsi assieme non l’ho veduta mai piangere.

Filomena — E avrei dovuto piangere per te? Per questo bel mobile...

Domenico — Lascia stare il mobile... Un’anima in pena... senza mai pace! Una donna che non piange, non mangia, non dorme... t’avessi vista una volta dormire!... Un’anima dannata, questo sei tu.

Filomena — Ma quando m’avresti voluto vedere dormire? Tu la strada di casa non la ritrovavi mai... Le feste più belle, ogni Santo Natale... le ho trascorse sempre sola come una cagna. Sai quando si piange? Quando s’intravede il bene che non si può avere; ma Filomena bene non ne conosce... E quando si conosce solo il male non si può piangere... La dolcezza del pianto Filomena non l’ha mai avuta. Come una donnaccia m’hai trattato, sempre, come l’ultima donna dei marciapiedi. (A Rosalia ed Alfredo, unici testimoni della sacrosanta verità che dice) E non parliamo della sua gioventù... Si poteva pensare; « Possiede i denari... l’eleganza »... ma ora? Proprio ora, a cinquantadue anni, rincasa coi fazzoletti sporchi di rossetto... che fanno schifo... (A Rosalia) Dove stanno? Rosalia (rassicurandola) — Sono nell’armadio. Filomena (continuando) — Uomo senza prudenza, senza riflessione : « Sarebbe bene farli scomparire... Se essa li trova ». « Ma infine quand’anche li trovasse ohe potrebbe fare? Chi è questa donna, che diritti vanta? ». E lui s’incretinisce dietro quella...

Domenico (come colto in fallo, reagisce furente) Quella chi?...

Filomena (niente affatto intimidita, più violenta di lui) — Dietro quella schifosa! E che supponi che io non l’abbia compreso? Tu non sai mentire... questo è il tuo difetto. Cinquantadue anni... e cerca ancora le giovinette di ventidue anni, e non se ne vergogna ! E me la mette in casa... con la scusa che era l’infermiera... già... perchè lui credeva davvero che io stessi morendo... (Come cosa incredibile) E non più tardi d’un’ora fa, prima che venisse il prete per sposarci... loro pensavano che io stessi per dare l’anima a Dio e che avessi perduto il senso della vista... e perciò, a piedi del mio letto, si abbracciavano e si baciavano... (Con irrefrenabile senso dì nausea) Madonna, quanto mi fai schifo ! Se io fossi stata veramente moribonda, tu avresti fatto tutte quelle porcherie?... Già, io ero agonizzante... e qui la tavola apparecchiata. (La indica) Per lui, e per la morta all’erta.

Domenico — Ma perchè, se tu morivi io non avrei dovuto mangiare più? Non avrei dovuto sostentarmi?

Filomena — Con le rose al centro della tavola?

Domenico (come una normalità) — Con le rose al centro della tavola.

Filomena — Rosse?

Domenico (esasperato) — Rosse, verdi, paonazze... Ma perchè, non sarei stato padrone di metterle? Non sarei stato padrone d’essere felice perla tua morte?

Filomena (dispettosa) — Ma io non sono morta... e per ora non intendo morire, Domenico.

Domenico — E questo è il piccolo contrattempo! (Piccola pausa) Ma io non so capacitarmi... Se tu mi hai trattato sempre come tutti gli altri... perchè secondo te gli uomini sono tutti eguali... che t’importava di sposar me? E se io mi sono innamorato di quella donna e la voglio sposare... e la sposerò... sì, io Diana la sposerò!... Dimmi che t’importa se ha o non ha ventidue anni?

Filomena (ironica) — Quanto mi fai ridere... e quanta pena mi fai... Ma che vuoi che m’importi di te, della signorina che t’ha fatto perdere la testa, di tutto quello che vai dicendo... Pensi davvero che io l’abbia fatto per te? Ma io non ti calcolo, non ti ho mai calcolato. Una donna par mio... l’hai detto tu, me lo hai detto sempre... una donna come me sa calcolare bene: tu servi al mio scopo... tu mi servi. O credevi veramente che dopo una vita di sacrifìci e di servitù io me ne sarei andata così?

Domenico (trionfando, credendo di aver compreso) I quattrini! E non te l’avrei dati?... (Borioso) Secondo te, Domenico Soriano, figlio a Raimondo Soriano, non avrebbe provveduto a sistemarti in una casa e a fare in modo che tu non dipendessi più da nessuno?

Filomena (avvilita per l’incomprensione, con disprezzo) Ma taci... è possibile che voialtri uomini non dobbiate mai capire nulla? I tuoi quattrini, Domenico? Conservali bene, i tuoi quattrini... è un’altra cosa quella ohe io voglio da te... e tu me la darai. Ho tre figli, Domenico. (Rimangono sbalorditi Domenico e Alfredo. Rosalia, invece, impassibile).

Domenico — Tre figli? Ma che vai dicendo, Filomena?

Filomena (quasi macchinalmente ripete) —• Ho tre figli, Domenico.

Domenico (smarrito) — E... a chi son figli?

Filomena (a cui non è sfuggito il timore di Domenico, fredda) — Agli uomini come te.

Domenico (grave) — Filomena... Filomena tu scherzi col fuoco. Che vuoi dire? Perchè gli uomini come me?

Filomena — Perchè siete tutti eguali.

Domenico (a Rosalia) — E voi lo sapevate?

Rosalia (commossa) — Sissignore, questo lo sapevo.

Domenico (ad Alfredo) — E tu?

Alfredo (pronto per scagionarsi) — No... Donna Filomena mi odia, ve l’ho detto.

Domenico (non ancora convinto della realtà dei fatti, come a se stesso) — Tre figli?... (Poi a Filomena) E qual è la loro età?

Filomena — Il più grande ha ventisei anni.

Domenico — Ventisei anni?

Filomena — E non fare quella faccia... non aver paura: non sono figli tuoi.

Domenico (alquanto rinfrancato) — E ti conoscono? Ti parlano? Sanno che sei tu la mamma?

Filomena No... ma li vedo spesso... e parlo con loro.

Domenico — E dove abitano, che professione hanno, come vivono?

Filomena — Coi tuoi quattrini.

Domenico (sorpreso) — Coi miei quattrini?

Filomena — Sì, coi tuoi quattrini: io ti rubavo... ti rubavo fin dentro il portafoglio, ti rubavo davanti gli occhi.

Domenico (con disprezzo) — Ladra...

Filomena (imperterrita ribatte) — Sì, ti rubavo : rivendevo i tuoi vestiti, le tue scarpe... e non te ne sei mai accorto. Quell’anello coi brillante... ricordi... ti dissi d’averlo perduto e invece... l’avevo venduto: coi quattrini tuoi ho allevato i figli miei.

Domenico (disgustato) — Ma che donna sei tu?

Filomena (come se non avesse ascoltato continua) Uno è proprietario di una bottega nell’altro vicolo... fa lo stagnino...

Rosalia (non le sembra vero di parlarne, correggendola) L’itrauliche.

Domenico (che non ha capito) — Come?

Rosalia (cercando dì pronunziare meglio la parola) L’itraulico... come si dice?
Aggiusta i rubinetti, stura i lavandini... (Alludendo al secondo figlio) L’altro... come si chiama? (Ricordando a volo il nome) Riccardo... quant’è bello... che pezzo di giovanotto... sta a Chiaia, possiede un magazzino nel portone al numero 74... fa il carniciaio... e che camicie... e che bella clientela... e Umberto...

Filomena — Ha studiato, ha voluto studiare ; fa il ragioniere e scrive pure sopra i giornali.

Domenico (ironico) — Ci abbiamo pure lo scrittore, in famiglia...

Rosalia (esaltando i sentimenti materni di Filomena) E che madre è stata ! Non ha fatto mai mancare niente a nessuno... e io, e io posso affermarlo perchè sono vecchia e al più presto possibile mi devo trovare davanti la presenza dell’Ente Supremo che tutto vede, considera e perdona... e che chiacchiere non ne ascolta... Da quando erano piccoli in fasce, non ha fatto mancare ad essi il latte delle formiche.

Domenico — Coi quattrini di don Domenico...

Rosalia (spontanea, con giustizia istintiva) — Ma voi li buttavate al vento i quattrini...

Domenico — E dovevo rendere conto a nessuno?

Rosalia — Signornò, grazie a Dio... ma se non ve ne siete neppure accorto!

Filomena (sprezzante) — Ma non dategli retta... voi gli rispondete ancora?

Domenico (dominando i suoi nervi) — Filomena tu mi vuoi provocare per forza... A che punto dobbiamo arrivare... Ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Tu mi hai posto in una condizione tale da farmi apparire come un uomo di paglia... insomma questi tre signori, che io non conosco minimamente, di cui ignoravo persino l’esistenza... domani mi potranno ridere in faccia perchè pensano : « Sta bene, ecco don Domenico coi quattrini suoi che provvede...».

Rosalia (escludendo l’ipotesi) — Signornò, questo no... e cosa sanno loro?... Donna Filomena ha fatto le cose sempre come vanno fatte... con prudenza e col cervello in testa. Il notaio consegnò il denaro all’idraulico quando mise bottega al vicolo appresso, dicendo che una signora che voleva rimanere sconosciuta... e in tal modo si comportò pure col camiciaio. E quel notaio tiene l’incombenza di passare il mensile a Umberto per fargli terminare gli studi. Voi non c’entrate per niente.

Domenico (.amaro) — Io sono, semplicemente, quello che paga.

Filomena (con uno scatto improvviso) — E li dovevo sopprimere? Questo avrei dovuto fare dunque, Domenico? Dovevo sbarazzarmene come fanno tant’altre femmine, allora sì, che dire? Filomena sarebbe stata da lodare. (Incalzando) Rispondi! Avrei dovuto fare quello che mi consigliavano le mie compagne, laggiù : « E che aspetti... ». «Ti togli il pensiero...». (Cosciente) Lo avrei avuto in eterno quel pensiero... Chi avrebbe potuto vivere con un rimorso simile... E poi, quando parlai con la Madonna... (A Rosalia) Con la Madonnina in fondo al vicolo... ti ricordi?

Rosalia (quasi offesa) — Come! La Madonna delle rose... quella che fa ima grazia al giorno.

Filomena (rievocando il suo incontro con la Madonna del vicolo, come a se stessa) — Erano le tre dopo mezzanotte... ero sola sulla via... già da sei mesi avevo abbandonata la casa... (Alludendo alla prima volta che ebbe la certezza della sua maternità) Era la prima volta... e che fare?... A chi confidarlo... Udivo sempre la voce delle mie compagne: «E che aspetti... ». « Ti togli il pensiero ». « Io conosco uno molto bravo ». Senza accorgermene, camminando, ero giunta nel mio vicolo, dinanzi all’altarino della Madonna delle rose. L’affrontai così: (punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso una immaginaria effige, da donna a donna) « Che debbo fare? Tu che sai tutto... tu che sai perchè ho peccato... tu, dimmi, che debbo fare? ». Ed ella, silenziosa, non rispose: «Dunque? Più non parli, più la gente ti crede. Sto parlando con te... (Arrogante) Rispondi ». (Rifacendo il tono di voce di qualcuno a lei sconosciuto, di cui non avrebbe mai potuto identificare nemmeno la provenienza) «I figli sono figli! ». Divenni gelida... rimasi così... (s’irrigidisce fissando l’effigie immaginaria) ferma... forse se mi fossi voltata avrei scorto o compreso da dove era venuta quella voce. Da una casa col balconcino aperto... dall’altro vicolo... da una finestra... ma io pensai: «Perchè proprio in questo momento? Che sa la gente dei fatti miei?... è stata Essa, allora? E’ stata la Madonna? Si è vista affrontata à tu per tu... e ha voluto parlare? Ma allora, la Madonna per parlare si serve di noi... E quando m’hanno detto: «Ti togli il pensiero » è stata essa che me l’ha detto, per mettermi alla prova? »... E non so se fui io o la Madonna delle rose a fare col capo così... (Fa un cenno con il capo come per dire: Sì, hai compreso) « I figli sono figli » e giurai. Ed è per questo che sono rimasta per tanti anni vicino a te... Solo per loro ho sopportato tutto quello che mi hai fatto e il modo col quale m’hai trattato. E quando quel giovane s’innamorò di me e voleva sposarmi... Ti ricordi?... Già da cinque anni convivevamo... Tu ammogliato a casa e io a San Potito nella casa di tre camere e cucina... il primo appartamentino che mi procurasti quando, dopo quattro anni da che c’eravamo conosciuti, finalmente ti decidesti a togliermi di lassù... (Allude alla casa di malaffare) E quel povero giovane voleva sposarmi... ma tu facesti il geloso... mi pare di udirti ancora: «Io sono ammogliato...». «Io non posso sposarti...». «Se costui ti sposa...». E cominciasti a piangere, perchè tu sai piangere, tu... tutto all’opposto di me: Tu sai piangere! Ed io mi dissi: «Pazienza, sarà questo il mio destino... Domenico mi vuole bene... con tutta la sua buona volontà non può sposarmi... è ammogliato...». E andammo avanti a San Potito nelle tre camerette! Poi, due anni dopo, tua moglie morì... il tempo passava.... ed io sempre a San Potito... Pensavo: «E’ giovane ancora... non si vuole legare per la vita ad un’altra donna... verrà il momento che si calmerà... che considererà i sacrifìci  fatti... ». E attendevo. E quante volte ti dicevo : « Domenico, sai chi s’è sposato? Quella ragazza che abitava dirimpetto alla mia finestrella... » tu ridevi, tu scoppiavi a ridere proprio come quando salivi con gli amici lassù dove stavo io... prima di San Potito... Quella risata che non sembra umana, quella risata che comincia sulle scale, quella risata che è sempre eguale, chiunque la faccia. T’avrei ucciso quando ridevi in quel modo. (Paziente) E aspettammo... E ho atteso venticinque anni... ho atteso la grazia di don Domenico! Ormai ha cinquantadue anni, è vecchio... Macché! Che possa sputare sangue... Questo si crede sempre un giovincello... corre dietro le gonnelle....  s’incretinisce... porta i fazzoletti sporchi di rossetto... e mi mette in casa... (Minacciosa) Ma mettila ora, in casa... ora che sono tua moglie: io vi caccio fuori, tutti e due. Siamo sposati... il prete ci ha sposati: questa è casa mia! (Campanello interno. Alfredo esce verso il fondo a destra).

Domenico — Casa tua... {Ride forzatamente ironico) Ah... ah... ah! Come mi fai ridere!

Filomena {invogliandolo, perfida) — Ridi, ridi pure... ormai mi fa piacere sentirti ridere...’ poiché, come allora, tu non sai più ridere. Alfredo {tornando, guarda un po’ tutti, preoccupato per quello che dovrà dire).

Domenico {scorgendolo, sgarbato) — Tu che vuoi?

Alfredo — Io... che voglio? Hanno portato la cena.

Domenico — Perchè, secondo voialtri, io non dovevo mangiare?

Alfredo (come per dire : io non centro) _ Mah... don Domenico... {Parlando verso il fondo a destra) Entra. (Entrano due facchini, garzoni di un ristorante che portano una vivandiera ed un cesto con la cena calda).

Primo Facchino {servizievole, strisciante) — Questa è la cena. {All’altro facchino) Posa qua. (Il secondo facchino poggia a terra, nel punto indicato dal compagno, il cesto) Signore, il pollastro è uno solo perchè è grande e può saziare pure quattro persone. Tutto quello che avete ordinato è di prima qualità. (Si accinge ad aprire la vivandiera).

Domenico (fermando il garzone con il gesto, urtato) — Sai che devi fare? Te ne devi andare.

Primo Facchino — Sissignore, sissignore. (Prendendo dal cesto un dolce e appoggiandolo sul tavolo) Questo è il dolce che piace alla signorina. E questo è il vino... (Intorno silenzio. Scherzoso come per ricordargli una promessa) E... che l’avete dimenticato?

Domenico — Che cosa?

Primo Facchino — Come? Quando oggi siete venuto a ordinare la cena... vi ricordate?... io vi ho chiesto se avevate un Pantalone usato... e voi m’avete detto : « Vieni stasera... e se più tardi accadrà quello che penso io... ci ho un vestito nuovissimo... lo prendo e te lo regalo ». (Intorno ghiaccio. Dopo pausa, ingenuamente dispiaciuto) Non v’è accaduta quella cosa che volevate voi? (Attende, visto che Domenico non gli risponde, insiste petulante) Non avete ricevuta la buona notizia?

Domenico (aggressivo) — T’ho detto di andartene!...

Primo Facchino (meravigliato per l’accoglienza) Ce ne stiamo andando. (Al compagno) Andiamocene, Cariuccio... non l’ha avuta la bella notizia... La sfortuna mia! Buona sera (Esce per il fondo a destra seguito dal compagno).

Filomena (dopo una pausa, ironica) — Mangia... che ti succede... non mangi? T’è passato l’appetito?

Domenico (rabbioso) — Certo che mangio... più tardi mangio e bevo!

Filomena (alludendo a Diana) — Quando viene la morta all’erta.

Diana (dalla comune. E’ una bella giovane di ventidue anni, o meglio si sforza a dimostrarne 22, ma ne ha 27. Di una eleganza affettata un po’ snob. Guarda tutti dall’alto in basso, entra parlando un po’ a tutti senza rivolgersi direttamente a nessuno dei quattro che evidentemente disprezza in blocco. Non si accorge della presenza di Filomena. Reca dei pacchetti di medicinali; nell’entrare poggia tutto sul tavolo, prende da una sedia un camice bianco da infermiera e lo indossa) Folla, folla in farmacia... ne ho girate sei o sette... sono sudata sino al midollo. (Sgarbata da padrona) Rosalia, preparatemi un bagno. (Scorgendo le rose) Uh... le rose rosse... Grazie, Domenico. Che profumino... Ho un po’ d’appetito. (Prendendo dal tavolo una scatola dì fialette) Ho trovato la canfora e l’adrenalina... ossigeno, niente. (Domenico è come fulminato. Filomena non batte cìglio, attende. Rosalia ed Alfredo, sono quasi divertiti e soddisfatti. Diana accende una sigaretta e siede accanto al tavolo, di fronte al pubblico pensavo, se... mio Dio, non vorrei dirla la parola... ma... ormai... se muore stanotte, domattina parto di buon’ora... Ho trovato un posto nella macchina .di una mia amica... qui darei più fastidio che altro. A Bologna, invece, ho certe cosette da fare... tanti affari da mettere la posto. Tornerò tra dieci giorni... verrò a vedervi, Domenico. (Alludendo a Filomena) E, come sta? Sempre in agonia? E’ venuto il prete?

Filomena (.dominandosi, con affettata cortesia, le si avvicina lentamente) — Il

prete è venuto. (Diana, sorpresa, si alza e indietreggia di qualche passo) ... E come ha visto che stavo in agonizzazione... (Felina) ...Togliti il camice.

Diana (che veramente non ha compreso) — Come?.

Filomena (c. s.) — Togliti il camice.

Rosalia (s’accorge che Diana neanche adesso ha compreso, per evitare il peggio, consiglia a Diana, prudente) — Toglietevi questo... (E su sè medesima scuote con due dita la camiciuola del suo vestito perchè finalmente possa comprendere a volo che Filomena allude al camice d’infermiera. Infatti, Diana, con timore istintivo, se lo toglie con un certo orgasmo).

Filomena (che ha seguito i gestì di Diana, senza staccarle in nessun attimo gli
occhi di dosso) — Posalo sopra la sedia.

Rosalia (prevedendo l’incomprensione di Diana) Mettetelo sopra la sedia. (Diana esegue).

Filomena (riprende il tono cortese di prima) Ha visto che agonizzavo, e ha consigliato a don Domenico Soriano di perfezionare il vincolo in estremità. (Diana, per darsi un contegno e non sapendo quale atteggiamento assumere, prende dal centro del tavolo una rosa e finge di fiutarne il profumo. Filomena, la fulmina con il tono opaco della sua voce) Posa la rosa...

Rosalia (pronta) — Posate la rosa. (Diana come obbedendo a un ordine teutonico, la riposa sul tavolo).

Filomena (ridivenuta cortese) — Don Domenico l’ha trovato giusto, perchè ha pensato: «E’ giusto: questa disgraziata mi sta accanto da tanti anni », e tante altre conseguenze e sconseguenze che non abbiamo il dovere di spiegarvi. E’ venuto vicino al letto e ci siamo sposati, con due testimoni e con la benedizione del sacerdote. Saranno i matrimoni che fanno bene... cert’è che mi sono sentita subito meglio... mi sono alzata e abbiamo rimandata la morte... Naturalmente, dove non ci sono infermi malati, non ci possono essere infermiere... e le schifezze (con l’indice teso della mano destra le assesta dei misurati colpetti sul mento che costringono Diana a dire un repentino, involontario «No » con il capo), le porcherie... (ripete il gesto ad ogni parola) davanti ad una moribonda, perchè tu credevi che io stessi morendo... (altro colpetto) le andrai a fare in casa di tua sorella! (Diana sorride ebete come per dire : Non la conosco) Andatevene con i piedi) Per coloro che dovessero leggere la commedia solo nel testo italiano e non hanno assistito alla rappresentazione, si giustificano queste battute « italiane » di vostri e trovatevi un’altra casa, non questa.

Diana (ormai indietreggiando è giunta quasi sul limitare dell’uscio d’ingresso, sempre ridendo) — Va bene.

Filomena — E se volete trovarvi veramente bene... dovete andare sopra, dove stavo io...

Diana — Dove?

Filomena — Ve lo fate dire da don Domenico, che quelle case le frequenteggiava e le frequenteggia ancora.

Diana (dominata dallo sguardo rovente di Filomena, quasi macchinalmente, presa dall’orgasmo) — Grazie. (Ed esce per il fondo a destra).

Filomena — Non c’è di che. (E riprende posto a sinistra).

Domenico (che fino a quel momento è rimasto pensoso, assorto in un suo ragionamento mentale, alludendo a Diana) — Così l’hai trattata, dunque?

Filomena — Come si merita.

Domenico (riprendendo il filo del suo ragionamento mentale di poc’anzi) — Ma... fammi capire bene una cosa... Tu sei una diavola... Con te si deve stare sempre con un paio d’occhi ben aperti... le tue parole debbono essere meditate e pesate... Ora ti conosco: tu sei come una tarla... una tarla velenosa che dove si posa distrugge. Tu poco fa hai detto una frase... ed io ci stavo ripensando... Tu hai detto: «E’ un’altra cosa che voglio da te... e me la darai! ». il denaro no... perchè sai benissimo che te l’avrei dato. (Come ossessioivato) Che vuoi allora da me? Che ti sei posto in testa? Che pensi e non riveli ancora? Rispondi!

Filomena (semplice) — Domenico, conosci quella canzone. (Ne accenna l’aria con allusione) « Me sta criscenno nu bello cardino... » (2).

Rosalia (alzando gli occhi al Cielo) — Ah, Madonna!

Domenico (che ormai teme l’insidia di quella donna) — E che significa?

Filomena (precisa) — Il cardellino sei tu.

Domenico — Filomena, parla chiaro, non scherzare più con me... non mi far prendere una malattia, Filomena!

Filomena (seria) — « I figli sono figli ».

Domenico — E che vuoi significare?

Filomena — Debbono sapere chi è la mamma; dovranno conoscere quello che ho fatto per loro... debbono volermi bene... (Infervorandosi) Non debbono vergognarsi di fronte agli altri uomini... non debbono sentirsi avviliti quando vanno per cercare una carta, un documento, una famiglia! La casa! La famiglia che si riunisce per un consiglio, per una consolazione: dovranno chiamarsi come me.

Domenico — Come te... come? che Diana non capisce, sapendo che il personaggio, nel testo originale, non comprende il napoletano. (2) « Sto allevando un grazioso ¡cardellino ».

Filomena — Come mi chiamo io. Siamo sposati : Soriano.

Domenico (sconvolto) — L’avevo già compreso... ma volevo udirlo dalla tua bocca sacrilega. Ho voluto sentirlo per comprendere fino a qual punto può giungere il tuo pensiero... per poter convincere me stesso che se ti caccerò via a pedate, se ti stritolerò il capo sarà come stritolare una serpe: una serpe velenosa che si schiaccia senza rimorso e per il bene dei passanti. (Alludendo al piano di Filomena) Qui, qui? In casa mia? Col nome mio? Quei figli di...

Filomena (aggressiva, -per impedirgli di pronunciare la parola) — Di chi?

Domenico — Tuoi! Se mi chiedi: di chi? posso risponderti: tuoi! Se mi chiedi a chi... non ti posso rispondere perchè non lo so... E neppure tu lo sai! E tu pensavi di raggiustare le tue cose... di metterti a posto con la coscienza... di salvarti dal peccato, portando in casa mia tre estranei? Si possano chiudere per sempre i miei occhi! Essi non metteranno piede qui dentro! (Solenne, come un giuramento) Sull’anima di mio padre...

Filomena (.repentinamente con uno scatto sincero, lo interrompe come per metterlo sull’avviso di un castigo che gli potrebbe venire dall’imponderabile) — Non giurare! Io, per aver fatto un giuramento, ti sto cercando l’elemosina da venticinque anni! Non giurare... perchè sarebbe un giuramento che non potresti mantenere... e moriresti dannato se un giorno tu non potessi cercare l’elemosina, tu a me.

Domenico (suggestionato dalle parole di Filomena, come impazzito) — Che vai pensando... strega ! Ma io non ti temo ! Io non ho paura di te!

Filomena — Perchè lo dici?

Domenico — Sta zitta! (Ad Alfredo togliendosi il pigiama) Portami la giacca. (Alfredo esce per lo studio senza parlare) Domani te n’andrai! Io metto mano all’avvocato... io ti denunzio! E’ stato un tranello... Ho i testimoni... E se la legge dovesse darmi tosto... io t’uccido, Filomena! Ti tolgo dal mondo!

Filomena (ironica) — E dovè mi metti?

Domenico (esasperato, offensivo) — Dove stavi allora! (Alfredo torna con una giacca, Domenico glie la strappa di mano e la indossa. Ad Alfredo) Tu domani
andrai a chiamare il mio avvocato, tu sai chi è ?... (Alfredo fa cenno di sì col capo) E parleremo, Filomena.

Filomena — E parleremo...

Domenico — Ti farò vedere chi è Domenico Soriano. Arrivederci Filomena la napoletana! (Si avvia verso il fondo).

Filomena (a Rosalia indicando la tavola) — Rosalia, siediti, che devi aver fame anche tu. (Siede vicino al tavolo di fronte al pubblico).

Domenico — Statti bene, Filomena la napoletana!

Filomena (canticchia) — Me sto criscenno nu bellu cardillo...

Domenico (ride, sghignazzando come per schernirla, oltraggiarla) — Ah, ah, ah!... Ah, ah, ah... ti ricordi questa risata... Filomena Marturano!

(Ed esce seguito da Alfredo, mentre cala il sipario sul primo atto).




Eduardo De Filippo, l'uomo e L'arte della Commedia

Blog creato da Bruno Esposito

Autore associato: Anna De Vita

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