martedì 24 maggio 2016

EDUARDO E I RAGAZZI DELL'ISTITUTO ''FILANGIERI''

L'arte della Commedia



EDUARDO E I RAGAZZI DELL'ISTITUTO '' FILANGIERI''


INTERVENTO AL SENATO DEL 23 MARZO 1982 A FAVORE DELL'ISTITUTO ''FILANGIERI''


Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi.... Con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell'istituto «Gaetano Filangieri» di Napoli e dei ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via; e nei prossimi mesi intendo dedicare a loro più tempo di prima. E su questo vorrei soffermarmi. Avrò bisogno del vostro aiuto e spero che quando ve lo chiederò mi darete una mano. Si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro. È essenziale che un'Assemblea come il Senato prenda a cuore... (scusatemi perché questo forse avrei dovuto precisarlo prima: io sono stato operato da poco ad un occhio e devo leggere un po' piano, scusatemi tanto).

Dunque si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un'Assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l'intero territorio dal Sud al Nord dell'Italia.

Mi sono sempre domandato quale potrebbe essere il mio contributo affinché la barca di questi ragazzi che sta facendo acqua da tutte le parti possa finalmente imboccare la strada giusta. Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi molto   può ottenere da loro. Ne ho pensate di cose nei mesi scorsi e c'è da fare, si può fare, ne sono certo.

Di questi miei propositi vi farò per il momento solamente un cenno; in seguito, quando saranno meglio assestati, più completi nei particolari, chissà che non venga fuori un progetto da prendere sul serio in considerazione.
Senza vanità, ve lo assicuro, vorrei parlarvi ora di quel poco che ho già fatto nelle mie commedie, le quali, anche se non sono dei capolavori, anche se forse non mi sopravviveranno come hanno sostenuto e sostengono tuttora alcuni critici, hanno però il merito di aver sempre trattato i problemi della società in cui ho vissuto e vivo proponendoli dal palcoscenico all'attenzione delle autorità e del pubblico. Lasciando da parte i testi scritti durante il fascismo, quando le allusioni alle malefatte sociali e politiche erano, a dir poco, mal viste e quindi i granelli di satira bisognava nasconderli tra lazzi, risate e trovate comiche, a partire dal 1945 in poi non c'è stata commedia scritta da me che non abbia riflettuto aspetti della realtà sociale italiana.

Prendiamo la prima: «Napoli milionaria», poi riprenderemo il discorso del «Filangieri».

In questa «Napoli milionaria» ho trattato vari problemi del nostro paese, molti dei quali ancora oggi irrisolti, primo fra tutti la questione morale, poiché solo su una base morale l'uomo attraverso i secoli ha edificato società e civiltà. Tenendo conto delle proprie necessità economiche e delle fonti di ricchezza dalle quali dipende il proprio benessere, l'uomo si è sempre creato regole di comportamento etico che ha dovuto poi proteggere con le leggi. È ovvio che queste norme col passare del tempo e con l'accrescersi delle conoscenze scientifiche dell'uomo diventano anacronistiche e vanno cambiate e assieme ad esse le leggi.
Il guaio succede quandosi è costretti a vivere nel vortice sfrenato del consumismo di oggi obbedendo a leggi vecchie e superate. E in questo, a mio parere, consiste
la presente ingovernabilità del nostro paese; insomma ogni santo giorno noi italiani ci troviamo di fronte al solito dilemma: o vivere fuori del nostro tempo o fuori delle nostre leggi.

Ma torniamo a Napoli, a«Napoli milionaria» e alle questioni che con quella commedia ponevo sul tappeto e che sul tappeto sono rimaste.

Nel 1945, finito il fascismo, finita la guerra , si doveva iniziare la ricostruzione del nostro paese mezzo distrutto e messo in ginocchio dalla sconfitta. Dice Gennaro Iovine, il protagonista della commedia: «la guerra non è finita, non è finito niente» e al finale «adda passà a' nuttata». Attraverso queste semplici parole, semplici ma niente affatto sciocche, il reduce voleva significare che c'era ancora da combattere nemici potenti e agguerriti quali il disordine, la borsa nera, la corruzione, la prepotenza, la disonestà, se si pensava di costruire tutti insieme, Governo e popolo, una società nuova, giusta, dove il potere svolgesse le sue funzioni. Avevamo perduto la guerra e sentivamo che ci sarebbe stato bisogno di sacrifici per conquistare la libertà e il benessere sociale. In quel periodo, subito dopo la Liberazione, il popolo era pronto a farli i sacrifici; ci si sentiva come affratellati dalla speranza che valeva bene qualche privazione per essere pure noi artefici della nostra vita e di quella dei nostri figli.
Ma ecco invece che cominciano ad arrivare gli aiuti e non in maniera morale, normale, accettabile e benefica, bensì in quantità esagerata che ha falsato tutto lo sviluppo delle nostre sacrosante aspirazioni. Insomma siamo entrati nella storia del dopoguerra come protagonisti non paganti, come entrano in teatro i portoghesi, che lo spettacolo se lo godono meno di tutti perché non hanno pagato il biglietto. Così noi, non avendo pagato, non abbiamo avuto la soddisfazione di chi si conquista il benessere col proprio lavoro sentendosi soddisfatto di avere collaborato con il Governo.

Quale è stata la conseguenza? La spaccatura che si è prodotta tra il popolo e la classe dirigente. Mi sembra che in questa «Napoli milionaria» siano stati profeticamente indicati problemi importanti, da prendere in considerazione ancora oggi: il rapporto cittadino-Stato; la necessità di responsabilizzare l'individuo facendolo partecipare attivamente alla ricostruzione della società, che poi di individui è fatta.

Tutto questo che ho detto non è estraneo all'argomento che ho scelto per la mia interpellanza in quanto gli avvenimenti che si sono verificati dalla fine della guerra ad oggi hanno influito in maniera pesante sulle sorti dell'istituto «Gaetano Filangieri» e di tanti altri istituti di rieducazione dei minori. Alla fine del 1981,invitato dai ragazzi e dal loro direttore, dottor Luciano Sommella, ho visitato il«Filangieri» e come l'ho trovato ve lo posso dire in due parole. Camere da letto tutte con docce e servizi igienici per due o tre ragazzi; cucina enorme e pulitissima; ogni gruppo di 15 ragazzi ha un televisore e un accogliente ambiente per il tempo libero; per l'aria, un cortile molto vasto e un piccolo gruppo di ragazzi sotto controllo della magistratura va a lavorare fuori presso artigiani. In genere sono 60 ragazzi, ma durante l'anno ne passano oltre 1.500 che poi vanno smistati in altri istituti. C'è perfino un teatrino che io stesso inaugurai in occasione di quella visita! Un complesso veramente degno, dove i ragazzi vengono curati, assistiti secondo princìpi umani e civili, non solo, ma vengono istruiti e perfezionati ognuno nel mestiere da lui scelto.

Naturalmente — c'è da aspettarselo — le finanze non sono adeguate alle necessità di un istituto del genere. Ma non è questo il punto nevralgico della situazione. I ragazzi di11-12-13 anni, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù, entrano nell'istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l'asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale. Finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l'imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà?

Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il «Filangieri». È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell'istituto che, durante la mia visita di quel giorno, chiesi (e mi fu accordato dal dottor Luciano Sommella) di avvicinare da solo a solo. I ragazzi mi dissero:«Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e daccapo».
Ora bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità. Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l'Europa e l'America e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti, mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord.

Illustri senatori e amici, ho girato il mondo e ho constatato con questi occhi qual è il rendimento del lavoratore italiano e qual è il suo vivere civile quando si trova all'estero. Ne ho conosciuti a centinaia, sia in America che a Londra, specialmente a Londra dove non c'è differenza, nessuna differenza, tra una tazza di tè e un bicchiere di vino del Vesuvio, dove l'emigrante, per dirla alla Troisi, trova quel riconoscimento che nel proprio paese di origine gli viene negato.

Ecco che il napoletano, quello appartenente alla categoria di cui ci stiamo occupando, se vuole vivere e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. E sarebbe una vita questa?
È necessario ora, prima di chiudere il mio intervento, che vi parli brevemente della celebre nave Caracciolo. Sono certo che molti di voi, illustri colleghi, ricordino lucidamente quale compito fu affidato a questa enorme corazzata, a questa imbarcazione. Il progetto fu ideato nel 1917 da un ammiraglio, le sue richieste furono ben viste e in breve tempo accettate dal Governo di quel tempo. Fu così che il fortunato ammiraglio poté realizzare il suo sogno: ebbe in dotazione dallo Stato una vecchia corazzata su cui vennero ospitati i figli dei marinai, quelli dei pescatori e gran parte dell'infanzia abbandonata. L'intero equipaggio della provvidenziale corazzata, tutti diciottenni, si rendeva conto della disciplina di bordo: lavoro sodo, rigoroso, adatto allo sviluppo fisico, imparava a leggere, a scrivere, attraversava i mari, veniva a contatto con altri popoli e altre civiltà, aria sana, sole e volontà di vivere. Da mozzi diciottenni, diventati marinai venticinquenni, se ne tornavano alle loro case, presso le loro famiglie, orgogliosi, felici e schizzanti salute dagli occhi. L'iniziativa ebbe un successo trionfale, arrivò persino sulle tavole dei caffè chantans.
Viviani — allora faceva solamente il varietà, non aveva ancora la compagnia di prosa - mise in giro una canzone. Vi dico i versi:

«Addio botte co'pere,
capriole pe' a città,
pezzulle 'e marciapiedi
non me siente chiu' ronfa'.
Io tengo chi m'ha dato
vitto,alloggio e civiltà.
'A folla dei scugnizzi
mo' so' a meglio gioventù,
fotografa 'sti pizziche
addo' vai non trovi chiu'
e quanno torni in patria
sviluppa e fà vede':
tenimmo sempre roba
megli' e te».

L'ammiraglio Caracciolo dovette pensare: forse riesco a riunire i ragazzi dell'istituto «Le cappuccinelle» (così si chiamava allora l'istituto «Gaetano Filangieri» di oggi); la marina italiana ha bisogno di marinai. Dopo la guerra '14-18, la nave Caracciolo durò altri dieci anni. Non mi sono note le ragioni della sua scomparsa, ma, avendo vissuto l'epoca cui mi riferisco, posso solo ipotizzare chei fermenti fascisti, dopo quella guerra, erano agli albori.

Giorno dopo giorno Mussolini guadagnava quota. Non starò qui a raccontarvi la storia di come nacque il fascismo ma, in riferimento alla nave Caracciolo, si trattava di una vecchia corazzata. Chissà, forse quell'iniziativa del vecchio lupo di mare, l'ammiraglio, fu accolta da Mussolini. Lui visse quei tempi e ci possiamo spiegare la nascita del balilla: per i diciottenni, il premilitare. E ancora, le giovani italiane, le colonie marine, i treni popolari, il dopolavoro: tutte istituzioni che hanno qualcosa in comune con la vecchia corazzata. L'Italia, diceva l'ammiraglio, ha bisogno di marinai. In sostanza, il progetto del vecchio ammiraglio, secondo le idee e abitudini mussoliniane, diventò macroscopico.

Illustre signor presidente Amintore Fanfani, egregio signor Ministro di grazia e giustizia, onorevoli senatori di ogni partito e tendenza, non desidero una seconda nave Caracciolo. Propongo invece di sollecitare il Governo affinché dia il via all'assegnazione al «Filangieri» di uno spazio in una località ridente su cui costruire un villaggio con abitazioni e botteghe dove i giovani, già avviati a mestieri e all'artigianato antico, possano abitare e lavorare ognuno per conto proprio, assaggiando in tal modo il sapore del frutto sulla loro sacrosanta fatica, recuperando la speranza e la fiducia di una vita nuova che restituisca loro quella dignità cui hanno diritto e che giustamente reclamano. Le infinite specializzazioni di arti e mestieri (pellettieri, fabbri,restauratori, ebanisti, pittori,sarti, cuochi, pasticcieri eccetera) renderebbero il villaggio un centro operoso di qualificati prodotti artigianali, di cui tanto si auspica il ritorno, e ciò sarebbe non solo un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica per questi giovani del villaggio che mi augurerei potesse assumere il suo vecchio nome «Le cappuccinelle». Quel grandissimo poeta napoletano, Giuseppe Marotta, definì i napoletani in genere «Gli alunni del sole».

(Applausi dall'estrema sinistra, dalla sinistra, dal centro-sinistra e dal centro. Congratulazioni).

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