mercoledì 27 gennaio 2016

Tre cazune fortunate - ATTO TERZO

L'arte della Commedia .



 

ATTO TERZO



Galleria in casa di D. Carlo, grande apertura in fondo, porte laterali e finestra. Mobilia dorata, divano, poltrone, poltroncine. Console con specchi, tavolinetto tondo con campanello sopra. Un lampiere e quattro candelabri accesi. All’alzarsi della tela di dentro a sinistra si sente a pianoforte un valzer. Un cameriere in livrea passeggia in fondo, e un altro esce dalla sinistra con gabarè pieno di bicchieri vuoti per rinfreschi, e va via pel fondo a destra, il pianoforte cessa.



SCENA PRIMA

Erminia ed Elvira

ERMINIA (seguendo Elvira che escono dalla sinistra): Elvira che è stato: pecché staje tanto di cattivo umore stasera?... che ha lo maggiore, me pare nu cane arraggiato.

ELVIRA (in ricco abito da festa da ballo): T’assicuro, Erminia mia, che me veco proprio disperata, non me fide cchiù... so’ seje mise che non passo na giornata, n’ora quieta. Nuje nce conoscimme da piccerelle, e co te pozzo parlà, te pozzo cuntà tutte cose (con precauzioni). Haje da sapé che duje anne fa, prima di maritarmi, che non l’avesse fatto maje, io faceva l’ammore co no cierto Alberto Grillo, scritturato a S. Carlo come tenore, te dico la verità, no simpatico giovene e con una voce deliziosa, ma era impossibile sposare, perché prima di tutto io allora era promessa al maggiore, e poi perché Ziemo non avarria maje acconsentito a famme spusà no cantante. Quindi, essendo pure partito per andare scritturato a Livorno io non nce pensaje cchiù, me credeva che pur’isso aveva fatto lo stesso, ma invece, doppo duje mise, tornaje a Napole e sapenno che m’era maritata, non te saccio dicere chello che facette. Ogne ghiuorno me manmava ma lettera e io lo risponneva. Na sera finalmente... sera fatale, D. Carlo non nce steva, e io facette la bestialità de farlo saglì pe sentì na cosa a pianoforte. Mentre steva cantanno la romanza finale del tenore nella Lucia, vede trasì lo Maggiore che disgraziatamente e contro il solito, s’era ritirato cchiù priesto. Allora in un attimo, stuta la cannela e isso cercaje de scappà pe la fenesta de lo giardino, ma mentre scavalcava, lo Maggiore l’afferraje pe ma gamma, e pe troppo tirà le rimanette no piezzo de cazone mmano.

ERMINIA: Uh! Mamma mia, e tu?

ELVIRA: E io che aveva fà?... tanto de la paura jette nterra co na convulsione e stetti sei giorni malata. Da chella sera Erminia mia, aggio perza la pace, aggio perza la tranquillità, aggio perzo tutto! A lo principio me lo pigliavo co lo buono, le diceva tante belle parole e lo calmave; ma da quacche mese a questa parte s’è indiavolato talmente che non se po’ cchiù soffrì. Vò che io le dico chillo chi era, che le confesso tutta la verità e po’ me fa stà quieta e me perdona.

ERMINIA: Allora tu fà accussì, dille che era no giovene tenore, amico de zieto che pe forza ti voleva fà la corte mentre che a te non te passava manco pe la capa e credeva di farti innamorare cantando.

ELVIRA: Sì, dice buono, accussÌ aggio da fà.

ERMINIA: Ah, eccolo ccà... mo nce penzo io, lassa fà a me.

ELVIRA: Nce vuò parlà tu?

ERMINIA: Nce parlo io, non te n’incarricà!

SCENA SECONDA

Carlo e dette poi Oscar.

CARLO (esce agitato dalla sinistra passando a dritta).

ERMINIA: Signor Maggiore, mi permettete dirvi due parole?

CARLO: Parlate.

ERMINIA: Io, come sapete, sono un’antica compagna di vostra moglie, e m’interesso dei fatti suoi come se fosse una mia sorella. Essa in questo momento mi ha tutto confessato, ed è pronta a fare lo stesso anche con voi, sempre però che giurate di perdonarla.

CARLO: L’ho promesso, e lo farò, io non ho mai mancato a la mia parola.

ERMINIA: Benissimo! Allora eccola quà, decisa a farvi tutta la confessione.

CARLO: Possibile!

ELVIRA: Sì, pecché non ne pozzo cchiù. Sento che non potrei più vivere in questo modo. Chillo giovene tenore era amico di zizio, e mi perseguitava sempre col farmi delle dichiarazioni amorose...

CARLO: Il vile!

ELVIRA: Ma io mai me so’ curato d’isso. Chella sera me venette a fa na visita, e pe forza volette che io l’avesse accompagnato un pezzo a pianoforte, io sul principio mi negai ma po’, vedennolo insistere, per potermene sbarazzare al più presto possibile, acconsentii... vuje arrivasteve a tiempo e isso spaventato se ne fujette. Questa è la verità... e credimi Cocco mio, non ho mai mancato al mio dovere di buona moglie e di giovane onesta.

ERMINIA: Ma che volite sentere cchiù, scusate?

CARLO: (Quamno me parla de chesta manera, quanno me dice Cocco mio, me sento saglì tutto lo sango da la parte de la capa). Questo che hai detto dunque, è la verità?

ELVIRA: La pura verità!

CARLO: E d’allora non l’hai visto cchiù?

ELVIRA: Mai più! Ve lo giuro!

CARLO: Allora io sono contento, e ti perdono! (L’abbraccia.) Anima mia.

ERMINIA: Ah! Finalmente!

CARLO: Ma perché non me l’hai detto prima?

ELVIRA: Perché me n’è mancato sempe lo coraggio.

CARLO: E m’haje fatto passà chesto ppoco, m’hai fatto soffrire in questo modo per lo spazio di sei mesi.
ERMINIA: Basta, avite fatto pace mò?
CARLO: Sì, pecché m’ha ditto la verità, si è finalmente confessata e l’ho assolta.
ERMINIA: Bravissimo!
CARLO: A proposito di assoluzione. Sai che oggi si vociferava co tuo fratello Eugenio era stato assolto.

ELVIRA: Che me ne mporta a me. V’aggio ditto tanta vote che de frateme non ne voglio sentì parlà! Doppo d’avè sciupato cchiù de cientemila lire al gioco, all’ultimo steva facemmo pure n’omicidio e quella stupida di mia sorella, che preferisce vivere in casa di estranei, anziché in casa mia.

ERMINIA: Ma pecché?

ELVIRA: Pecché pretendeva che io avesse fatto venì ccà pure Eugenio.

CARLO: Ah, mai! Mai!

OSCAR (dalla finestra): E così, Marchesa, signorina Erminia, che vò dire questa sparizione dalla sala, sapete che quando mancate voi due, finisce il brio, finisce ogni divertimento.

ELVIRA: Oh, per carità, siete troppo gentile Cavaliere. Siamo venute a fare quattro chiacchiere in questa camera, ma ritorneremo subito al nostro posto.

OSCAR: Bravissimo! E così, Maggiore, come andiamo coi nervi... Vi vedo un poco più calmo.

CARLO: Sì, in principio della serata, stavo nervosissimo, ma poi piano piano mi sono rimesso.

OSCAR: Bravo. Del resto poi non avevate ragione di essere di cattivo umore; quando si ha per moglie una donna come la Signora Marchesa non c’è più che sperare nella vita.

CARLO: Ah! Sicuro! (Quanto m’è antipatico sto farenella!)

OSCAR: Dico bene, signorina Erminia?

ERMINIA: Oh, benissimo!

OSCAR: Io, per esempio, se fossi vostro marito, sarei l’uomo il più felice del mondo!

ERMINIA (ridendo): Veramente?

OSCAR: Sul mio onore. Voi siete nata appositamente per mettere la gioia nei cuori umani!

SCENA TERZA

Cameriere, Barone e detti.

CAMERIERE: Il Barone Frolli.

ELVIRA: Oh! Bravissimo!

BARONE (cantando): Venuto proprio per miracolo, e mi sarebbe dispiaciuto se non avessi potuto prendere parte anch’io a questa bella serata. Signora Marchesa, Signor Maggiore, Cavaliere. (Saluti.)

ELVIRA: E quale sarebbe stata la ragione che v’impediva di venire?

BARONE: Il giuoco, signora Marchesa, il maledettissimo giuoco, che più volte vi fa dimenticare amici, convenienze, tutto, tutto! Sono andato al Club, così, per passare un poco di tempo, senza intenzione di giuocare questa sera, appunto perché avevo promesso di venire quà. Ma il fatto sta che ho trovato tanti diavoli tentatori che per forzi mi hanno voluto far tenere il banco. In tre quarti d’ora aveva perduto 5000 lire; ma però, sono bastati 10 minuti per rinfrancarmi della perdita e guadagnare invece 2500 lire.

ELVIRA: Ah! Bravissimo!

BARONE: Allora colla massima freddezza ho intascato il denaro, preso il cappello ed eccomi qui. Però, il signor Maggiore, vi prevengo che se questa sera siete del solito umore, potete cagionare la mia rovina!

CARLO: La vostra rovina! E perché?

BARONE: Perché io me ne vado, ritorno al Club, e perdo tutta la serata. (Gli altri ridono.)

CARLO: Ma no, ma no, non c’è pericolo, voi non ci ritornerete... ve lo assicuro.

BARONE (ad Elvira): Abbiamo fatto la pace?

ELVIRA: Ma sì, mi sì...

BARONE: Bravissimo! Mi fa tanto piacere. (Strette di mano.)

SCENA QUARTA

Cameriere, Conte Bomba, e Cavaliere Miccio.

CAMERIERE: Il Conte Bomba, e il Cavaliere Miccio.

CARLO: Ah, avanti, avanti. (Cameriere via.)

CONTE: Rispettabilissimli Signori.

TUTTI: Signor Conte.

CAVALIERE: Signori.

CONTE: Cavaliere, voi mi dovete fare il favore di non venire sempre appresso a me, perché c’è la maledettissima combinazione dei nostri cognomi. Io mi chiamo Bomba e lui si chiama Miccio, figuratevi quando stiamo insieme si mettono a dire le vì lloco lo miccio e la bomba! (Tutti ridono.) Uno po’ che addà fà, s’addà compromettere?

CAVALIERE: Ma caro Conte, scusate, quando si tiene una figura come la vostra, bisogna tutto soffrire.

CARLO: Cavaliere, moderate i termini, altrimenti vi faccio stare a dovere sà... v’imparo io l’educazione.

CAVALIERE: No, io di educazione ne tengo abbastanza, voi no.

CARLO: Va bene, questo che cos’è, mò per una cosa di niente...

ELVIRA: Ma non vedete che il Conte scherza.

OSCAR: Ma si sa, che vuol dire.

BARONE: Come vi accendete presto mio Dio.

ELVIRA: Andiamo, andiamo nella sala. Venite. (Via a sinistra con Erminia.)

CARLO: Venite, venite. (Via appresso.)


CAVALIERE: Io certi scherzi non li ammetto. Da domani in poi vi assicuro che non mi vedrete più unito col Conte. (Via appresso.)

CONTE: Accussì po’ essere che sto no poco quieto.

OSCAR: Ma no, ma no, il Miccio deve stare sempre vicino la bomba. (Tutti ridono.)

CONTE: Voi non potete credere quello quanto è seccante. Quando lo incontro, si mette vicino a me e non mi lascia più, parla sempre di malattie, di medicine, di cure, a me invece mi piace parlare di cibi squisiti, vini forastieri, perciò non possiamo andare d’accordo, basta leviamo queste chiacchiere da mezzo. Io vi debbo dunque dare una grande notizia. (Con precauzione.) Il fratello della Marchesa, quel vizioso che essa non ha mai voluto avvicinare, e che teneva una brutta causa sulle spalle, ho saputo che oggi è stato assolto completamente.

OSCAR: Possibile!

CONTE: Possibilissimo! Me l’ha detto il mio avvocato. E dice che questa sera verrà qui per fare una sorpresa alla sorella.

BARONE: Oh, ma io credo che la Marchesa non avrà affatto piacere di questa sua visita. Uno scapestrato, un giovinastro come lui, non è certamente degno di stare in mezzo a noi.

OSCAR: Ma si capisce, se egli viene, io me ne vado immediatamente.

CONTE: Quello che faccio anch’io.

BARONE: E anche io.

SCENA QUINTA

Cameriere, Totonno, Retella, e detti.

CAMERIERE: Favorite. Na vota che tenite lo biglietto de lo patrone, che me me mporta a me. (Via.)

TOTONNO (in abito caricato, con cappello a tubo, porta al braccio Retella): Bonasera Ossignoria e salute. (Porta in tasca la carta da visita di Carlo.)

RETELLA (anche caricata vestita): Felicissimi santa notte.

BARONE: (Chi è, chi sono questi). (A Oscar.)

OSCAR: Chi siete, scusate, chi vi ha fatto venire?

TOTONNO: Io songo Totonno Casatiello, questa è mia moglie Retella Austegna, facciamo i fruttaggioli, siamo stati invitati dal patrone di casa, D. Carlo Mitraglia.

OSCAR: Voi! Possibile!

CONTE: Ma che, non può essere!

BARONE: Forse avete sbagliato il palazzo?

TOTONNO: Nonsignore, non avimmo sbagliato, chisto è lo biglietto che nce ha dato lo signore. (Lo dà al Barone.) Lo compare mio mò vene, s’è ghiuto ad accattà quatte sicarre.

BARONE (che ha detto): È proprio il biglietto del maggiore.

CONTE: Proprio!

BARONE: Proprio! Guardate. (Fa vedere il biglietto.) Vuoi dire allora che il Maggiore sarà per lo meno impazzito!

OSCAR: Oh, senza dubbio.

RETELLA: Neh, scusate, vuje pecché ve state facemmo tanta meraviglia che simme venute io e maritemo. Ma ched’è.

BARONE: (Uh! Ched’è).

RETELLA: Non poteveme venì? Che ve damme ntuppo forse, o pecché non simme nobele comme a vuje? Si non simme nobele, simme gente accerianzate,e potimmo trasì a qualunca parte!

BARONE: (Mio Dio, che maniera di parlare!).

OSCAR: Basta, io adesso vado a chiamare il signor Maggiore, e sono sicuro che sarà stato un equivoco. Voi intanto aspettate fuori alla sala.

RETELLA (con un grido): A chi? Chi aspetta fore a la sala, e che nce haje pigliate pe serviture, o pe sguattere? Mò te mengo lo cappiello nfaccia. (Mostrando il cappello di Totonno.) Vuje vedite che se passa... nuje simme state priate e strapriate pe venì, trasimmo co tanta crianza, e chille vì che se fanno afferrà... fore ala sala... (Gridando:) Aspetta soreta fore a la sala! No io! (I tre restano ammutoliti.)

TOTONNO (guardandoli) Sì a vuje ve prore lu mellone!... Retè, Retè non te piglià collera.

RETELLA: Va buono D. Limò, haje ragione che stamme ccà ncoppa ma si te trove a la parte de vascio te rompo li cannelli de li gamme!

TOTONNO: Retè non le dà udienze, nuje conoscimme sulo lo patrone de casa e nisciuno cchiù, assettammece ccà, non li dà rette.

RETELLA: E mò dice buono, si no chiste me fanno passà no guajo stasera. (Seggono al divano che sta a dritta.)

BARONE: Ma queste sono cose nuove, sapete?

CONTE: Cose inaudite!

SCENA SESTA

Cameriere, Carmeniello e Luisella.

CAMERIERE: Favorite, favorite. (Via.)

CARMENIELLO: Grazie. Signori.

LUISELLA: Buonasera a tutti.

CARMENIELLO: Oh, D.a Retè, vuje pure state ccà? Caro Totonno. (Da la mano.)

TOTONNO Salute Carmeniè. Guè, Luisè, comme staje?

LUISELLA: Non nc’è male, grazie.

TOTONNO: Assettateve, assettateve; a chilli llà non li date audienzia. (Carmeniello e Luisella seggono anche al divano.)

CARMENIELLO: Chi songo? Chi songo?

TOTONNO: Sarranno mmitate, ma non le dà confidenzia.

BARONE: Ma questa è una cosa insopportabile, quello sapete chi è? È giovine di Caffettiere.

CONTE: Voi che dite!

OSCAR: E pure lui è stato invitato dal Maggiore?

CONTE: E credo, che ne sò.

LUISELLA: Retella mia, non te può credere che piacere aggio avuto che t’aggio trovato ccà ncoppe, quanno Carmeniello me l’ha ditto io non nce voleva venire, pecché a la verità me metteva scuorne... ma ma vota che nce state vuje pure, sò contenta e nce vulimmo spassà.

CARMENIELLO (al Barone): Se metteva scuorno.

BARONE: Va al diavolo!

RETELLA: Volimmo abballà fino a ghiuorno.

BARONE: Sentite... sentite...

CONTE: Che orrore! Che orrore!

SCENA SETTIMA

Cameriere, Pulcinella e Rachele.

CAMERIERE: Da questa parte favorite... (Guè, vì che nobiltà che sta assummanno stasera.) (Via.)

PULCINELLA (col calzone di doga bianca con la lettera scritta in tasca, frak caricato e cappello alto a braccetto di Rachele vestita in caricatura): Signori belli.

TOTONNO: Trase compà, trasite commà.

RACHELE: Grazia tante. Bonasera, bonasera.

CARMENIELLO: D. Pulcinella rispettabile.

BARONE: Ancora più lazzaroni!

OSCAR: Io non ne capisco più nulla!

CONTE: Mi sembra di sognare!

TOTONNO: Neh, compà, e la piccerella?

PULCINELLA: È ghiuta a Puortece, nzieme co D. Eugenio a trovà lo zio loro, mò te li vide venì. Ma che bello piacere, Totò, dì la verità, libero e franco.

TOTONNO: Ma se sape, io l’aveva ditto.

RACHELE: Che consolazione, n’auto ppoco me veneva ma cosa ncoppa a lo tribunale. Io sapeva che lo povero giovene aveva ragione, ma me credeva che na piccola condanna nce la devene, nisciuno se poteva aspettà chella sentenza, è stato lo Cielo, è stato lo Cielo.

PULCINELLA (ai tre nobili): Accomodateve.

BARONE: Và all’inferno!... Ma andiamo via, non è possibile resistere, io ci soffro. (Via a sinistra.)

CONTE: Io mi avvilisco! (Lo segue.)

OSCAR: Che gentaglia! Mio Dio. (Le segue.)

PULCINELLA: Chille che hanno, me parene tre gatte do lo pormome mmocca!

TOTONNO: So’ pazze, non te n’imcarrica. Cumpà, dimme ma cosa, veramente chillo cazone scozzese se l’hanno accattato pe mille lire?

PULCINELLA: Mille lire, sì, e si me negava n’aveva pure duje mila.

TOTONNO: Ma pecché?

PULCINELLA: E che me saccio, chiste me parene li cazune de la fortuna. Per esempio, quanmo aggio fatto vedé a D. Eugenio lo biglietto de visita pe venì ccà stasera, ha ditto: Oh, guardate la combinazione, questo è il marito di mia sorella Elvira questo è l’indirizzo della sua casa. Andate, andate, che al ritorno da Portici verremo anche noi.

TOTONNO: Comme! Che dice! Chesta è la casa de la sora de D. Eugenio!

PULCINELLA: Già, la marchesa. E dinta a la sacca deritta de chist’auto cazone, aggio trovata na lettera amorosa che essa mannaje a lo patrone de frateme, lo tenore, co cierte parole proprio a zuco de limone.

TOTONNO: Parole sconceche?

PULCINELLA: Sconceche? Parole de truone compare mio, chillo povero marito se lo facevene proprio co passe e pignuole. (Tutti ridono.)

RACHELE: Pulecenè pe ccarità non te fà sentere.

TOTONNO: E sta lettera l’haje stracciata?

PULCINELLA: No, pecché nce la voglio consignà stasera mmano a essa, chi sa stesse co quacche pensiero che non s’è perza.

TOTONNO: Ah, sicuro, faje buono.

SCENA OTTAVA

Cameriere, Michele e detti.

CAMERIERE: Favorite, favorite. (E chisto è n’auto de la pasta fina!) (Via.)

MICHELE (vestito caricato con cappello bianco a tubo ed ombrella): Signori miei.

TOTONNO: Buonasera Michè, trase assettete.

PULCINELLA: Guè, Michele pure è stato mmitato?

TOTONNO: L’aggio dato io no biglietto.

MICHELE: Pecché, ve dispiace forse?

PULCINELLA: No, anze, ma stai bello, co lo cappiello trasparente a luce elettrica. Ma sta sciassate va no poco stretta?

MICHELE: Vuò dì ch’è larga, me l’ha prestata no cammariere che era chiatto, che aveva fa?
PULCINELLA: E sto mbrello pecché te l’haje portato?

MICHELE: Guè, pecché me l’aggio portato? E si quanno me ne vaco vene a chiovere, che faceva, me nfonneva?

RACHELE: Ha fatto buono, ha fatto buono.

MICHELE: Basta, parlammo de lo necessario, li dolce, li gelate, so’ asciute?

TOTONNO: No ancora, nuje pure chesto stamme aspettammo, assettete.

MICHELE (siede): Ma che bellezza! Comme se sta lustro ccà dinto.

RETELLA: Neh, ma io diciarria, facimmo quacche cosa pe fà passà no poco de tiempo.

TOTONNO: Dice buono, si no simme pigliate pe pachioche. Carminiè, jammo, canta no duetto nziemo co Luisella.

PULCINELLA: Ah, sicuro!

MICHELE: Na cosa stuzzicante!

CARMENIELLO: Comme vulite vuje. (Luisella e Carmeniello cantano un duetto a piacere, dopo del quale tutti applaudiscono gridando.)

TUTTI (battendo le mani): Bravo! Bene! Bene!

SCENA NONA

Elvira, Carlo, Barone, Conte, Oscar, Cavaliere Miccio, Erminia, invitati, camerieri, e detti, poi Eugenio e Amelia.

ELVIRA: Che cos’è neh, che cos’è questo chiasso? (Quelli della scena si piantano ed indietreggiano.)

CARLO: Che significa questo baccano?

PULCINELLA: (Lo signore che s’ha accattato lo cazone!).

TOTONNO: Eccellenza, siccome stevene nuje sule ccà dinto, senza fà niente, avimmo fatto cantà no duetto a sti giovinotte.

I NOBILI: Oh! Oh! Oh!

ELVIRA: Uscite, uscite subito di casa mia!

TOTONNO: Uscite subito di casa mia! Neh, signò, e che simme fatte marjuole, che nce ne cacciate accussì?

MICHELE: O simme fatte cane! (Eugenio e Amelia compariscono in fondo, e si mette a sentire.)

TOTONNO: Nuje simme state mmitate da lo signore ccà presente, non simme venute a pe nuje.

ELVIRA (a Carlo): Come! Voi!

CARLO (confuso): Sì... ho voluto fare un’improvvisata, ma non credevo mai che facevano questo chiasso.

BARONE: Ma allora scusate, non bisognava invitare noi! Questo è stato un insulto!

CAVALIERE: Ma proprio così!

ELVIRA: Perdonate, signori, mio marito lo sapete, ha dei momenti di pazzia. (Ai popolani:) Uscite, vi ripeto, uscite da questa casa, altrimenti chiamo i servi!

TOTONNO: Eccoce ccà, chesto che cos’è!

RACHELE: Aspettate no momento. (Ad Elvira:) Signurì, ne cacciate pure a Rachela vosta chella che v’ha cresciuta, se pò dì?

ELVIRA: Ma che Rachela, che cresciuta, io non conosco nessuno! Uscite!

PULCINELLA: Signò, scusate, non nce trattate accussì, pensate che avimmo tenuto seje mise la sora vosta do nuje e non l’avimmo fatto mancà mai niente, e mò che viene vostro fratello ce lo potete domandare.

ELVIRA: Oh! Egli non si azzarderà più di venire in casa mia.

EUGENIO (avanzandosi): Vostro fratello è venuto solamente mò pe te dicere che non ha bisogno più di nessuno, pecché zi Rafaele che sta a Puortece, pensammo tutto chello che avimmo sofferto, io e sta povera Amelia, n’ha cacciato lo segretario, e nce ha fatto la donazione de tutta la rrobba soja.

I POPOLANI: Brivissimo!

ELVIRA: Non me ne importa niente, spero che ci lascerete tranquilli!

EUGENIO: Siente! (Volendo scagliarsi e vien trattenuto.)

PULCINELLA: D. Eugè...

TOTONNO: Ma che vulita fà mò?

PULCINELLA: Chillo mò è asciuto da carcerato!

AMELIA: Frate mio, pe carità!

EUGENIO: Mano, no, io le voglio dicere soltanto na cosa... siente, nuje simme venute ccà, credemmo che t’avesse fatto piacere a sentere chella notizia de zi zio, e de vederme salvo, senza nisciuna condanna, si no nce sarrieme venute, e non t’avarrieme visti comme avimmo fatto pe tanto tiempo. Tu co sta superbia, co sto carattere che tiene, t’assicuro che nisciuno t’avarria sposato, solamente sta bestia de Maggiore l’ha potuto fà!

I NOBILI: Oh!

CARLO: A me bestia!

EUGENIO: Bestia, sì pecché non te saje fà rispettà.

BARONE: Andiamo via, andiamocene via! (Via.)

CONTE: Che chiasso! che gente! (Via.)

OSCAR: Cavaliere, ve ne venite?

CAVALIERE: Ma sicuro! (Via con Oscar e gli invitati.)

ELVIRA: Che figura! Che figura!

CARLO: A me! Un insulto simile! Uscite tutti dicasi: deh! (Tutti i popolani spaventati fanno per uscire.)

PULCINELLA (piano ai popolani in fondo): (Aspettate lloco fore che mò ve faccio trasì n’auta voti a tutte quante).

TOTONNO: (Tu che dice! E comme?).

PULCINELLA: (Non ve n’incanicate! Una cosa, mettiteve mmiezo a D. Eugenio e la sora, e non li facite scennere, pecché mò sirranno chiammate pure lloro).

TOTONNO: (Overo?).

PULCINELLA: (Overo?). Avete inteso, uscite! e uscite! Questa non è casa per voi, andiamo! (Tutti i popolani viano pel fondo a destra, come pure Eugenio e A melia, Carlo passeggia agitato, Erminia cerca di calmare Elvira.)

CARLO: Guè, oh! Uscite, andiamo... e tu che faje lloco, non te ne vaje?

PULCINELLA: Eccellenza, chisto è lo cazone che v’aviveve d’accattà. (Mostra quello che ha addosso.) L’avarrisseve pagato pure 100 mila lire! (Ridendo.)

CARLO: Basta, non me seccà, vattenne!

PULCINELLA: Eccellenza, io non me ne posso andare, debbo fare un’imbasciata alla Signora Marchesa per parte della sorella, un affare importantissimo. (Carlo fa uno sfastidio.)

ERMINIA: (Elvì, famme lo piacere, siente che te vò dicere).

ELVIRA: Avanti, sbrigatevi.

PULCINELLA: Eccellenza, è una cosa che ve la debbo dire a quattr’occhi.

ERMINIA: (Mò me porto via io lo Maggiore, quanno hai saputo de che se tratta, me chiamme). Sentite Signor Maggiore, voi avete tutta la ragione possibile, ma calmatevi ve ne prego.

CARLO: A me bestia! A me! quando mai sono stato chiamato bestia io! Ma me la pagherà vostro fratello. (Via a sinistra con Erminia.)

ELVIRA: Dunque, parlate, che cosa vuole mia sorella?

PULCINELLA: Eccellenza non è un’imbasciata di vostra sorella che debbo farvi, ma invece sono io che vi debbo parlare necessariamente.

ELVIRA: Voi!

PULCINELLA: Sì, io, Signora Marchesa. Voi state in casa vostra e potete cacciare chi vi pare e piace, ma io però, v’aggio da dà primma na lettera vosta e po’ me ne vaco.
ELVIRA: Una lettera mia?

PULCINELLA: Sicuro, eccellenza, una lettera molto interessante per voi, che fortunatamente aggio trovata dinto a la sacca de sto cazone.

ELVIRA: E dove sta?

PULCINELLA: Nu momento... Primme de tutto signò, avita sapé che io tengo no frate cucino chiammato Alfonso, il quale paricchie mise fa si trovava al servizio di un tenore... sto tenore no juorno pigliaje tre cazune suoje che forse non se metteva cchiù e li dette ad Alfonso... Alfonso, pe me fà no complimento li mannaje a me... Lo primmo e lo secondo m’hanno portato fortuna, lo terzo, che sarría chisto ccà, credo che farà pure il suo dovere! Ecco ccà la lettera che aggio trovata. (La caccia e legge:) «Vita mia, cuore mio, anima mia! Tu vuoi sapere se ti amo? Ma che cosa posso fare di più per essere creduta date? Non ti bastano i caldi baci di ieri sera? Non ti basta il vedermi piangere sempre? Oh, credi, Alberto mi credi al mio cocente amore!... Non mi ricordare più che ho sposato il maggiore e che oggi io mi chiammo Elvira Mitraglia, oh, no, io non posso amare quest’uomo, io l’odio mortalmente, a te solamente amo ed amerò per tutta la vita! Elvira».

ELVIRA: (La lettera mia!... s’è perduta!). Per carità, signore, laceratela!

PULCINELLA: No momento... ci sta un piccolo post scriptum. (Legge:) «Domani sera ti aspetto alle 8, mio marito non c’è, vieni senza meno, ti voglio accompagnare io stessa l’aria finale della Lucia che tu canti con tanta grazia!».

ELVIRA: Oh, signore, ve ne prego...

PULCINELLA: Con questa lettera che tenete fuori, non dovete fare tanto la ferlocca!... Mò, cara Marchesì, poche chiacchiere, si volite che ve dongo sta lettera, dovete primma di tutto far pace con vostro fratello, e dovete farmi sposare vostra sorella, po’ avita chiammà tutta chella gente che n’avite cacciate, li quale stanno ccà fore aspettammo e l’avita fà divertì tutta la serata e io ve dongo la lettera, non lo fate, io me ne vado... e stateve bene. (Per andare.)

ELVIRA: No, no, aspettate... lo farò, lo farò... ma poi mi darete la lettera?

PULCINELLA: Oh, io so’ no galantommo, povero songo, ma so’ no galantomo!

ELVIRA: Va bene. (Risoluta va al tavolino e suona il campanello.)

SCENA ULTIMA

Cameriere, poi tutti i popolani, Eugenio, Amelia, e detti, poi Carlo ed Erminia.

CAMERIERE: Comandate.

ELVIRA: Fate entrare di nuovo tutta quella gente che è fuori.

CAMERIERE: Subito. (Forte:) A vuje, trasite tutte quante n’auta vota. (Via.)

PULCINELLA: Jamme bella ja, trasite! (Escono tutti spingendo Eugenio.)

TOTONNO: Trasite, chesto che cos’è!

MICHELE: Me parite no piccerillo.

PULCINELLA: D. Eugè, venite ccà. (Prende per mano Eugenio ed Amelia.) Abbracciate la sora vosta, essa è pentita de chello che ha fatto, se scorda lo passato, e vò fà pace co vuje!

TUTTI: Bravo!

AMELIA (abbracciando Elvira): Ah! Sora mia cara cara.

EUGENIO: E comme haje fatto sto cambiamento tutto nzieme.

ELVIRA: È stato sto giovene che m’ha convinto, facennome riflettere tanta cose.

PULCINELLA: E in ricompensa la signora, mi farà sposare la sorella.

EUGENIO: Veramente?

ELVIRA: Basta che Amelia n’have piacere?

AMELIA: Ma sì, assai, assai!

ELVIRA: Allora va bene.

TUTTI: Bravo! Bravo!

CARLO (esce con Erminia e vedendo Eugenio): Signore, che cosa fate quà?

ELVIRA: Niente, niente, abbiamo fatto la pace, tutto è finito!

CARLO: È finito per voi, ma non per me che sono stato chiamato bestia!

ELVIRA: Ebbene, fa conto che te l’avessi detto io, e non ci pensare più, Cocco mio! (Carezzandolo.)

CARLO: (M’ha chiamato Cocco? Statevi bene ho dimenticato la bestia!).

PULCINELLA: Po’ D. Eugenio, v’aveva fatto pure sto biglietto de scuse... signora... leggete...

ELVIRA (prende la lettera, l’apre, vede che è la sua e la lacera ridendo): Ma che scuse e scuse, mio marito lo ha già perdonato, non è vero?...

CARLO: Lo vuoi tu? E sia! (Ad Eugenio:) Qua la mano. (Si stringono le mani.)

ERMINIA: Brava! Mò te voglio cchiù bene! (Ad Elvira abbracciandola.)

TOTONNO: Signò, e nuje che avimma fà?

ELVIRA: Voi resterete qui a divertirvi tutta la serata!

TUTTI: Bravo! Bravo!

TOTONNO (alla ribalta dice a Pulcinella): (Compà, tu comme haje fatto?).

PULCINELLA: (Chella lettera che teneva dinta a la sacca de lo cazone).

TOTONNO: (Haje visto, chilli tre cazune so’ stata la fortuna toja).

PULCINELLA: Sì, ma la fortuna mia sarà completa se avessi contentato questo rispettabile pubblico!


(Cala la tela.)

Fine della commedia






Eduardo De Filippo, l'uomo e L'arte della Commedia
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