venerdì 13 febbraio 2015

Il pazzo e l'attore, di Paola Quarenghi - Ditegli sempre di si - Eduardo De Filippo

L'ARTE DELLA COMMEDIA



Ditegli sempre di si 
Il pazzo e l'attore.
Eduardo scrive Ditegli sempre di sì alla fine del 1925, quando recita nella compagnia che il fratello Vincenzo ha ereditato dal padre, Eduardo Scarpetta. 


La commedia è una delle prime di questo giovane attore, già molto apprezzato all'epoca dal pubblico e dalla critica. Il repertorio della compagnia Scarpetta era fatto allora soprattutto di pochades, un genere di derivazione francese, contraddistinto da intrecci complicati, intrighi, equivoci, che avevano la loro prevedibile e tranquillizzante soluzione alla fine della commedia. A sfruttare ampiamente il genere pochadistico, adattandolo alla realtà napoletana, era stato proprio Eduardo Scarpetta; e Vincenzo aveva seguito le sue orme, continuando a mettere in scena le commedie del padre, scrivendone di proprie o commissionandone ad altri autori. Ditegli sempre di sì rientrava perfettamente in quel genere, tanto apprezzato dal pubblico, quanto disprezzato dai critici più severi.

Ma leggendo la commedia nelle edizioni a stampa che conosciamo non si può farsi un'idea delle sue caratteristiche originarie.Quando arrivò a pubblicarla per la prima volta, nel 1962, Eduardo aveva già sottoposto il testo a diverse revisioni che l'avevano cambiato di molto rispetto a quella prima versione; a partire dal titolo che era all'epoca molto esplicito: Chill'è pazzo!

II lavoro si articolava in tre atti e prevedeva un numero di interpreti di gran lunga superiore a quello delle versioni più recenti: ventiquattro, contro i tredici attuali. Anche il nome del protagonista era diverso: non Michele Murri, ma Felice Siosciammocca, la "maschera senza maschera" di tante commedie scarpettiane, che Vincenzo aveva ereditato dal padre. E naturalmente, quando la commedia fu messa in scena, nel 1927, proprio Vincenzo Scarpetta ne fu l'interprete. Per se Eduardo creò una parte molto divertente, quella di Luigi Strada, uno studente squattrinato con una - non ricambiata - passione per il teatro. Per Peppino, anche lui in compagnia, ideò un grazioso "cammeo" comico, che avrebbe poi soppresso nelle versioni successive. II personaggio, ricalcato sulla figura tradizionale del "mamo", cioè del giovanotto ingenuo e un po' sciocco, compariva in una scena del primo atto: trovandosi assieme alle sorelle in casa del pazzo, veniva messo messo in fuga dalle descrizioni, troppo realistiche, delle sue avventure manicomiali.

L'intreccio centrale della commedia era naturalmente quello che conosciamo: un pazzo, creduto sano di mente, combina guai e crea equivoci di cui nessuno riesce a spiegarsi la causa, finchè non viene fatta luce sulle sue reali condizioni mentali. Attorno a questa vicenda si sviluppavano però altre linee di intreccio e, assai più che nelle versioni successive, i destini dei personaggi erano legati gli uni agli altri in un viluppo inverosimile e difficilmente raccontabile.

Ad esempio, Don Giovanni Altamura, I'attempato padrone di casa del protagonista, aveva una relazione con la giovane Olga, fidanzata in segreto con Ettore e pronta a civettare, per gelosia, col non più giovane Attilio Gallucci, sposato con Adelaide... Attilio, poi, per una serie di bizzarre coincidenze (un abito nero, una valigia, un modello anatomico scambiato per un braccio umano) veniva incolpato dell'assassinio di una anziana signora e finiva in carcere - la vicenda era ispirata ad un fatto di cronaca. L'azione aveva il suo apice alla fine del secondo atto, quando gli equivoci montati dal pazzo culminavano in una scena caotica a base di svenimenti, ambulanze, poliziotti, corone da morto... Nel 1932 Eduardo rimise mano alla commedia per adattarla alle esigenze della nuova compagnia ("II Teatro Umoristico I De Filippo"), creata nel frattempo assieme ai fratelli. II lavoro venne ridotto da tre a due atti, furono eliminati parecchi personaggi, cambiato il nome del protagonista, tagliate e modificate diverse scene.

Eduardo non si limitò però ad una semplice sfoltitura del testo, ma ne cambiò, in un certo senso, il genere, eliminando gli elementi più apertamente farseschi e pochadistici e allentando I'intreccio troppo aggrovigliato delle relazioni tra i vari personaggi. Don Giovanni Altamura, ad esempio, da attempato viveur si trasforma in un tranquillo padrone di casa; Olga, che nella prima versione aveva ben tre amanti (o aspiranti tali), diventa semplicemente la fidanzata di Ettore e sparisce, come il personaggio del suo innamorato, alla fine del primo atto; vengono eliminate scene "cammeo", come quella un tempo interpretata da Peppino o il personaggio di Nicola, un giovane servitore che pensa solo a giocarsi i bottoni delle giacche che trova in giro (nella nuova versione la gag dei bottoni venne conservata, ma attribuita al protagonista). Dalla revisione il testo uscì molto ridotto, non solo per adattarsi alle caratteristiche della nuova compagnia, assai meno numerosa della precedente, ma anche alle tecniche di recitazione che nel frattempo Eduardo aveva messo a punto con i fratelli e i compagni d'arte.

Allentando la tessitura dell'intreccio, tagliandone qua e là i fili, alleggerendo il copione fin quasi a farne un canovaccio, egli lo rese più adatto al lavoro di improvvisazione. Durante le prove (e forse anche nel corso delle rappresentazioni) lui e i suoi compagni aggiungevano battute, azioni, lazzi "a soggetto", che venivano annotati dal suggeritore sul copione di scena e che, nel tempo, sarebbero poi stati sistemati e messi per iscritto dall'autore. Ad esempio, la famosa scena in cui Luigi Strada si esibisce nelle risate e nel pianto, venne integrata da parecchie battute improvvisate; la gag di Luigi che, non volendo mostrare la propria camicia rotta, chiede a Michele di stornare I'attenzione dei presenti e viene invece svergognato da lui, nacque da un "soggetto"; e lo stesso avvenne per la scena in cui Luigi cerca dell'acqua per dissetarsi e Michele gli fa credere che la fonte più vicina e a quattordici chilometri, costringendolo poi a bere da un secchio per i fiori... Sapendo di poter contare su una piccola compagnia di attori di talento, molto affiatati, Eduardo regista e interprete della propria commedia, lasciò "aperto" il copione cosi da predisporlo al contributo creativo degli attori. Non a caso, le invenzioni più divertenti furono proprio quelle riguardanti i personaggi di Michele Murri, il "pazzo", e di Luigi Strada, I'"attore", interpretati rispettivamente da lui e dal fratello Peppino.

Ditegli sempre di sì divenne così una delle più fortunate commedie del repertorio dei De Filippo e fu rappresentata fino allo scioglimento del "Teatro Umoristico".

Ma venne ripresa anche negli anni del secondo dopoguerra,quando I'autore la adattò alla sua nuova compagnia "II Teatro di Eduardo".
Non si trattò, in questo caso, di modifiche così consistenti come quelle del primo adattamento, ma piuttosto di una messa a punto del testo, di un approfondimento del carattere anche psicologico dei personaggi, e di un adeguamento ai gusti e ai riferimenti culturali del pubblico dell'epoca. Per esempio, la poesia che Luigi Strada recita all'inizio del secondo atto, e che nelle prime versioni consisteva in una parodia dei versi del Guerrini (in arte Lorenzo Stecchetti), nel corso del tempo venne modificata fino alla attuale versione, Ora mistica, divertente presa in giro della poesia ermetica. Anche il tema della pazzia viene approfondito: si stemperano i toni piu apertamente comici e si insiste di più sul significato sociale della mania del protagonista. La nevrosi, poi, comincia a contagiare anche altri personaggi: per esempio Teresa, che nell'interpretazione di Regina Bianchi del 1962 rivela, attraverso gesti coatti e movimenti meccanici, i segni di una mania meno teatrale, ma più diffusa e comune di quella del fratello.
II motivo della pazzia, gia trattato da Eduardo anche nella sua commedia precedente, Uomo e galantuomo (ma il titolo originario era Ho fatto il guaio, riparero!), viene da molti messo in relazione con le tematiche trattate da Pirandello in commedie come Il berretto a sonagli e Enrico IV. Ma se è vero che Pirandello investe queste tematiche di valori teatrali inediti, e le tinge dei toni dell'umorismo, è vero pure che il motivo della pazzia e motivo teatrale antico, e familiare a Eduardo anche attraverso la tradizione napoletana e scarpettiana. Basti pensare a una commedia come Il medico dei pazzi, in cui un eterno studente, che si fa mantenere da uno zio ingenuo e provinciale, per evitare che quest'ultimo scopra che non ha finito gli studi di medicina, gli fa credere che la pensione per artisti dove abita sia una clinica che ha messo in piedi per curare malati di mente.

Naturalmente I'equivoco è reso possibile dal fatto che gli ospiti della pensione sono personaggi davvero singolari, bizzarri al punto da essere scambiati per matti. 

Eduardo sembra trarre qualche spunto dalla divertente commedia paterna, di cui rovescia però completamente la situazione: lì persone normali (più o meno normali) sono scambiate per pazzi, qui un vero pazzo è considerato una persona normale. Naturalmente alla fine, in entrambe le commedie, I'equivoco viene svelato. Anche il personaggio dell'attore potrebbe ricollegarsi alla trovata scarpettiana, ma I'ironia che Eduardo impiega nel disegnare la macchietta di Luigi Strada, è più feroce. Con questa caricatura di sedicente attore (che verrà anch'essa messa a punto e approfondita nel tempo) egli sembra prendere di mira soprattutto il dilettantismo e il velleitarismo di tanti falsi artisti. II personaggio ha nella commedia una funzione di primo piano; è una specie di alter ego del protagonista, pazzo anche lui, sia pure in modo opposto e complementare al primo. 

Le manie di entrambi hanno a che fare con il linguaggio.

La pazzia di Michele si potrebbe definire "letterale". A lui manca completamente quella che Ciampa nel Berretto a sonagli definisce "la corda civile": un uso del linguaggio che serve a vestire con le parole le contraddizioni, le incongruenze del vivere, così da renderle meno imbarazzanti e socialmente più accettabili. E' una "corda" che, sfruttando I'ambiguità del linguaggio, se ne serve non per rivelare, ma per mascherare ipocritamente la realtà. Se diciamo che abbiamo "prelevato provvisoriamente" dalla cassa della società per cui lavoriamo il denaro dei clienti, mascheriamo con un bel giro di frase la brutalità di un atto che potremmo definire, senza mezzi termini, "furto". Allo stesso modo, Michele Murri, il pazzo di Ditegli sempre di sì, sembra ignorare del tutto la funzione allusiva, simbolica o metaforica che è propria, ad esempio, del linguaggio poetico. Di fronte ad una poesia Michele chiede conto e ragione di tutto: vuole risposte chiare e verosimili. E' naturale quindi che la sua mania si accenda con particolare veemenza a contatto con I'"attore" Luigi Strada, che col linguaggio ci gioca spudoratamente. 

La sua è una recita continua, il mondo è per lui platea alle proprie esibizioni: ride, piange a comando, recita poesie cimiteriali, al solo scopo di stupire e di sentirsi dire che è bravo - cosa che, per la verità, non succede molto spesso. 

Questo suo modo di giocare con le parole, di usare, senza licenza e fuori contesto, gli strumenti delicati del linguaggio e della finzione, fa saltare completamente il precario equilibrio mentale di Michele, uscito fresco fresco dal manicomio. 
 
Proprio mentre lui sta per riprendere contatto con la realtà, sta cercando di definire di nuovo, dopo una lunga assenza, i confini del suo mondo, arriva questo sovvertitore, questo confusionario che manda a gambe all'aria i suoi quattro puntelli. Del resto, la responsabilità del disorientamento del protagonista non è tutta di Luigi Strada. 

E' la realtà stessa che è troppo complessa per lui, troppo piena di contraddizioni e di garbugli: fratelli in lite che "solo da morti" dichiarano di potersi reincontrare; impiegati che sperano di colmare i vuoti di cassa con immaginarie vincite al lotto; fidanzati che evitano di incontrare le innamorate per non dover rivelare loro verità troppo imbarazzanti... Tutto questo, alla fantasia sovreccitata di Luigi Strada piace molto: gli sembra - come dice lui stesso - di trovarsi in una piece di teatro, nei garbugli di una pochade (e ci si trova, infatti!). Non piace per nulla al povero Michele, il quale cerca, come può, di mettere a posto le cose, di ristabilire I'ordine, semplificando ed eliminando tutto quello che non riesce a capire. Alla fine cercherà di eliminare lo stesso Luigi Strada, avendo individuato in lui, nella sua "pazzia", la vera causa di tutto quel disordine. 

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la simpatia di Eduardo sembra rivolta più al personaggio del "pazzo", con le sue terapie drastiche e semplicistiche, che a quello dell'"attore", E non è strano. La sua solidarietà d'attore non va a Luigi Strada semplicemente perchè egli non è un attore; almeno non più di quanto lo sia - pur in modo rozzo e inadeguato - Michele Murri. 

Attore non è colui che gioca con le parole, con la finzione, in modo futile e solo per soddisfare il proprio narcisismo, ma colui che usa questi strumenti per cercare di far luce sulla incomprensibilità dell'esistenza, sulle sue insanabili incongruenze. 

Paola Quarenghi
(4 ottobre 1997)

Eduardo De Filippo, l'uomo e L'arte della Commedia
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