lunedì 18 marzo 2013

IL ROMANZO D’UN FARMACISTA POVERO di Eduardo Scarpetta

L'ARTE DELLA COMMEDIA



IL ROMANZO D’UN FARMACISTA POVERO
Da Les Trente millions de Gladiator, di Labiche


Commedia in quattro atti



Personaggi
Felice
Saverio
Alessio
Concetta, sua moglie
Giustina, loro figlia
Elisa, prima donna di canto
Nannina, fioraia
Carmeniello, servo di Elisa
D. Antonio, capo giovine di farmacia
Totonno, servo di Saverio
Un servo di Alessio
I Signore
II Signore
III Signore
IV Signore
 


ATTO PRIMO

 
Camera decente, porta in fondo con 2 porticine che si chiude, 3 porte laterali e finestra. Alle porte porterini. Mobilia in mogano, una poltrona e 4 sedie tapezzate. Stufa, piatti e posate, tavolinetto tondo con sopra occorrente, campanello e giornali.

SCENA PRIMA

Carmeniello, poi Elisa.

CARMENIELLO
(dal fondo con due giornali ed una lettera): Starrà ancora dormenno, non saccio si la scetà o no, chella allucca sempe, me fa mettere na paura a la vota, si non avanzasse la mesata, da quanto tiempo me ne sarrìa juto, po’ è curiosa, sempe che le cerco qualche cosa che denaro, essa dice: Domani arriva la compagnia, ma che compagnia io non la saccio... Sento rumorre. Ah! La vì ccà.
ELISA
: Carmeniello?
CARMENIELLO
: Eccellenza.
ELISA
: Ierisera entrai nella farmacia qui appresso per avere una certa acqua odorosa, il principale mi fece lasciare la ricetta, dicendomi che ci voleva tempo a farla, che fossi andata via, e che stamattina pel suo giovine mi mandava la boccettina e la ricetta, io gli lasciai l’indirizzo, non è venuto ancora?
CARMENIELLO
: No, eccellenza. (Sternuta più volte.)
ELISA
: Che hai?
CARMENIELLO
: Eccellenza, ho preso un brutto catarro. Sta casa è così fredda, così umida, po’ aissera me mannasteve a la posta pe vedè si nce stevene lettere, quanno fuje a lo tornà, venette na ncasata d’acqua, e l’avette tutta ncuollo.
ELISA
: Hai ragione, cerca di sudare, prendi un decotto thè, si piglia thè.
CARMENIELLO
: Grazie, eccellenza. (Stende la mano.)
ELISA
: Che Vuoi?
CARMENIELLO
: Vuje avite ditto te, te.
ELISA
: Ma no, ho detto prendi un decotto di thè.
CARMENIELLO
: (Io me credeva che me voleva dà la mesata).
ELISA
: Carmeniello, da quanto tempo stai con me?
CARMENIELLO
: Eccellenza, ajere facette no mese, e se vi ricordate...
ELISA
: Già un mese. Mi hanno ingannata, mi hanno fatto un’infamia, la compagnia doveva arrivare il 15, oggi siamo al 28, e non si vede nessuno ancora.
CARMENIELLO
: Eccellenza, scusate, ma che compagnia ha d’arrivà.
ELISA
: La compagnia di musica dove io sono scritturata. Eravamo a Torino, si combinò la stagione di Carnevale per Napoli, io volli partire tre giorni prima di loro, arrivata in Napoli, presi in fitto questa casa pigliai te per mio domestico, ed ora mio caro Carmeniello, non ho come pagare, nè la casa, nè te.
CARMENIELLO
: Un mazzo d’arucolo ed una panella! Eccellenza, e io comme faccio?
ELISA
: Hai ragione, ma non bisogna avvilirsi però. Che hai in mano?
CARMENIELLO
: Mò me l’à dato lo guardaporta, so’ giornale, e nce sta pure na lettera.
ELISA
: Dammela.
CARMENIELLO
: Eccola.
ELISA
: Vediamo chi scrive. Viene da Torino, il carattere del signor Flambò il direttore. (Apre e legge:) «Signora Elisa. Vi scrivo questa lettera onde possiate regolare i vostri affari. Voi sapete ciò che ho rifoso a Milano, e ciò che ho rifoso a Torino, tutte le mie speranze stavano fondate nella rappresentazione dell’opera nuova, invece questa ha fatto fiasco completo! Nel mentre vi scrivo ho già lasciata la compagnia, e parto sul momento. I vostri compagni hanno avuta un’offerta per Livorno. Se volete, potete raggiungerli. Scusate, contro la forza ragion non vale. Credetemi, vostro Flambò». Assassino! E io come faccio?...
CARMENIELLO
: Eccellenza ch’è stato?
ELISA
: La compagnia non viene più. Carmeniello, consigliami tu qualche cosa?
CARMENIELLO
: E che v’aggia consiglià.
ELISA
: Io pochi oggetti d’oro tenevo, e l’ho tutti pegnorati per pagare il trattore...
CARMENIELLO
: Ma pe pagà lo biecchio, mò nce sta lo nuovo, chillo aissera quanno se venette a piglià la stufa me lasciaje tre notarelle.
ELISA
: Oh, ma qui bisogna prendere un partito, bisogna decidere qualche cosa... Ah! Se io scrivessi una lettera alla mia compagna Gemma? Sì, tentiamo questo, Carmeniello, io vado nella mia stanza a scrivere una lettera, abbi pazienza, non mi abbandonare, che tutto si aggiusterà. (Via a sinistra.)
CARMENIELLO
: Vuje vedite che guaio che aggio passato, aggio trovata na bella piazza, la verità. Da na parte me fa compassione, puverella, sola, senza nisciuno, a no paese straniero, scorfana?... Ma da n’auta parte io che nce aggia fà, pozzo servì a essa senza avè no soldo chesto è impossibile! Io la verità, non me ne sò ghiuto ancora pe doje ragione, primme pecché aggia avè la mesata, e secondo pecché me piace, è bona la matina quanno le porto lo carne, caccia no vraccio da fore, bello, janco, tonnolillo, all’arma de la mamma me ne fa j de mummera!... Intanto mo te vide venì lo trattore che se vene a piglià li piatte, e me presenta la quarta notarella, io che le dico? Basta, mò nce li preparo pure li piatte, quanno vene, le dico, agge pacienza, viene dimane, la signora ha da cambià nu cupone, e ccà a botte de cuppune stamme magnanno. (Accomodando i piatti e posate fa rumore.)

SCENA SECONDA

Felice e detto.

FELICE
(di dentro): è permesso?
CARMENIELLO
: Chi è? Favorite.
FELICE
: Non fa niente, grazie, torno più tardi. (Di dentro.)
CARMENIELLO
(sempre vicino ai piatti): E perché? Favorite.
FELICE
(d.d.): Nonsignore, voi state mangiando.
CARMENIELLO
: Nonsignore, qua non sta mangianno nessuno, favorite.
FELICE
: Eh, mò me fate capace, non traso, no.
CARMENIELLO
: E non trasì no. Lasseme vedé chi è. (Va in fondo e apre la porta.) Chi è? Voi potete entrare, so’ stato io che faceva rumore coi i piatti.
FELICE
: Parola d’onore?
CARMENIELLO
: Uh! Vuje vulite trasì? Si volite trasì bene, e si no jatevenne! Vi comme è seccante!
FELICE
(fuori con bottigliella e ricetta): Mi dovete scusare io sò il mio dovere, quanno uno sta mangiando, non conviene.
CARMENIELLO
: (E dalle dà).
FELICE
: Qua abita la signora Elisa Bonè?
CARMENIELLO
: Sissignore.
FELICE
: E ce sta?
CARMENIELLO
: Sissignore.
FELICE
: Io sono il giovane del farmacista che sta al largo dei Fiorentini, ieri sera la signora Elisa venne per essere spedita una ricetta di una cert’acqua per ammorbidire la pelle, il nostro capo giovine D. Antonio si fece lasciare nome, cognome e indirizzo, e stamattina sono venuto io stesso con la boccettina e la ricetta.
CARMENIELLO
(lo porta avanti): E sapete se pagaje aiersera?
FELICE
: No, la boccettina viene 4 e 25.
CARMENIELLO
: (E stai frisco!).
FELICE
: Ma questo non vuol dir niente...
CARMENIELLO
: No, anze vò dicere assaje! Quella adesso sta scrivendo una lettera, non la posso molestare, se volete tornare più tardi.
FELICE
: Sicuro!... torno più tardi, e che male nce sta. Io mai a voi posso consegnare la boccettina, perché è una composizione di fiducia e segreta, non ve la posso lascià.
CARMENIELLO
: Io non la voglio!
FELICE
: Parola d’onore, non ve la pozzo lascià.
CARMENIELLO
: Parola d’onore, non la voglio!
FELICE
: Tornerò più tardi. (Per andarsene.)
CARMENIELLO
: Aspettate. (Chisto è giovane de farmacista, me potesse da no consiglio pe sto catarro che aggio pigliato.) Diteme na cosa, scusate, io aggio pigliato no catarro proprio nummero uno, che avvarria fà pe lo calmà no poco?
FELICE
: (Quanto è bella sta stanza, come odore de femmene, chesta è la poltrona addò s’assetta essa, quanto è bona! quanto è bona!).
CARMENIELLO
: (Che sta dicenno)? Dunque, amico, che avarria fà pe sto catarro?
FELICE
: Eh, mio caro, il catarro è una infiammazione della mucosa.
CARMENIELLO
: E ched’è la mucosa?
FELICE
: La mucosa, è una specie di tappezzeria che fodera il nostro interiore.
CARMENIELLO
: Ah, aggio capito, io mò tengo lo tappezziere dinto a lo naso.
FELICE
: (E, io tengo lo masto dascio dinta a li rime). Quando questa tappezzeria s’infiamma, s’incominciano a fà li sternute. Ecco il catarro.
CARMENIELLO
: Già, io sternuto sempe. E che s’ha da fà?
FELICE
: Che ci volete fare... molta cautela... e quanno ve potite fà na sciusciata de naso, facitavella.
CARMENIELLO
: E niente più?
FELICE
: Ci sono altri rimedii, ma tutti inutili bobbe, bobbe. (Lazzi.) Avete detto che la signora sta scrivendo?
CARMENIELLO
: Sissignore. Po’ aissera me venette no forte dolore de capo...
FELICE
: E non sapete a chi scrive?
CARMENIELLO
: Chi?
FELICE
: La signora.
CARMENIELLO
: Io saccio chesto? (Guè, io parlo de na cosa, e chillo responne de n’auta.) V’aggio ditto che aissera me venette no forte dolore de capo.
FELICE
: Ne soffrite?
CARMENIELLO
: No, aissera fu la primma vota, era così forte, che voi non potete credere... po’ verso mezzanotte, m’è uscito tanto sangue dal naso.
FELICE
: Rosso?
CARMENIELLO
: No, giallo. (Lazzi poi tasta il polso-lazzi.)
FELICE
: Siete ammogliato?
CARMENIELLO
: No.
FELICE
: Me lo fa anche a me. E dopo uscito quel sangue il dolore si alleggerì?
CARMENIELLO
: Sì, po’ m’addormette.
FELICE
: Lo stesso catarro, e quel sangue fu buono.
CARMENIELLO
: Ah, neh?
FELICE
: Anze si stasera potite jettà l’ato sango. (Lazzi.) Non avete paura, questa è cosa da niente. Soffiatevi il naso.
CARMENIELLO
: Va bene, grazie tante.
FELICE
: Vedete, voi come state adesso, dovete sgravare. (Lazzi.) Io me ne vado, torno più tardi, a un’altra mezzoretta.
CARMENIELLO
: Sissignore.
FELICE
: Sarà una lettera lunga?
CARMENIELLO
: Accussì credo, che ne saccio.
FELICE
: Beato voi che la potete vedere sempre.
CARMENIELLO
: A chi?
FELICE
: Alla signora Elisa, che bella signora, quanto è bella, quanto è bella!...
CARMENIELLO
: Lo patrone se la venne.
FELICE
: Quando ieri sera entrò nella farmacia, tutti quanti la guardarono.
CARMENIELLO
: E vuje pure?
FELICE
: Io? Io aggio fatta la nottata chiara chiara!
CARMENIELLO
: Dinto a lu laboratorio?
FELICE
: No sopra a la locanda.
CARMENIELLO
: E pecché?
FELICE
: Embè, io quanno di giorno vedo a na bella figliola la notte non posso dormire, mi viene sempre a memoria. Dunque, permettete. (Lazzi e via.)
CARMENIELLO
: Ah, ah, vì comme è curiuso! (Starnuta e caccia il fazzoletto si soffia il naso e starnuta forte.)

SCENA TERZA

Elisa e detto poi Nannina.

ELISA
(con lettera): Che hai?
CARMENIELLO
: Signò, scusate me sto sciuscianno lo naso.
ELISA
: E per soffiarti il naso fai questo chiasso! Va ad impostare questa lettera.
CARMENIELLO
: Eccome ccà. (Fa per and. poi torna.) è venuto lo giovane de lo farmacista co na bottigliella, ha ditto che torna a n’auto ppoco.
ELISA
: E perché non ti hai fatto rimanere la boccetta?
CARMENIELLO
: Non l’ha voluta rimanè, ha ditto che l’ha da consignà proprio mmano a buje.
ELISA
: Va bene, vattene.
CARMENIELLO
: Subito. (Via starnutando.)
ELISA
: Veramente la mia, è una posizione terribile, non poter né partire, né rimanere, ho telegrafato a tutti gli agenti teatrali, e tutti mi hanno risposto che per ora non vi è piazza per me. Come fare?
NANNINA
(di dentro): Elisa? Elisa? (Chiamando.)
ELISA
: Oh! La mia vicina! Nannina la fioraia. (Va ad aprire.)
NANNINA
(in abito per casa): Mia cara Elisa!
ELISA
: Cara. Nannina. (Si baciano.)
NANNINA
: Neh scuse se mi presento a quest’ora?
ELISA
: Ma no, sei sempre la padrona.
NANNINA
: Stamme a porta de casa, perciò... si te secca me ne vaco.
ELISA
: No, al contrario, quanto vedo te, mi metto di buon umore.
NANNINA
: Hai fatto colazione?
ELISA
: Ho altro da pensare che alla colazione.
NANNINA
: Haje avute lettere da fore?
ELISA
: Sì, questa mattina l’impresario mi ha scritto che ha sciolta la compagnia perché è fallito.
NANNINA
: Ah bravo, accussì mò stai libera.
ELISA
: Ah, ah, mi fai ridere, libera? E come faccio, chi mi dà i mezzi per partire, per pagare alcuni debiti fatti. Oh Nannina mia, ti assicuro che mi vedo proprio disperata, mi vedo in una posizione, che ti dico la verità, vorrei morir...
NANNINA
: Quando tramonta il sol... (Nello stesso tono di Elisa.)
ELISA
: Tu scherzi, hai ragione di scherzare!
NANNINA
: Ma che morire e morire, lascia murì li vecchie de 80 anne, tu sì figliola. Te voglio cuntà la storia mia pe farte piglià coraggio, papà, era usciere de tribunale, e non me lo ricordo nemmeno, perché quanno murette io teneva 3 anne e rimanette io, marnmà, e duje frate, uno ciunco che lo teneveme sempe ncoppa a na seggia, e n’auto, bello, frisco a 19 anne, impiegato ncoppa a lo Banco co 154 franche a lo mese, e co sta mesata campavame tutte quante. Figurete come campaveme, cierti sere nce cuccaveme diune, ma pure ereme contente. A lo 1879, frateme, chillo buono, esce dinta a la leva, tu puoi immaginare che disgrazia venette dinta a la casa nosta, chella povera mamma che ghieva correnno da chisto e da chillo: pe carità, io tengo sulo a chillo figlio. Nonsignore, ne avete un altro — ma quello è ciunco, è ammalato, non se po’ movere. E che avimma fà? questa è la legge. Ma vuje me rimanite co na piccerella mmiezo a la strata. Che posso dirvi, i giovinotti debbono difendere la patria. Chella povera rnammà chiagnenne, se ne jette. Doppo duje mise che frateme era partito, le piglia na malattia piccia piccia e se ne more. Oh! Mò vene lo bello, rimanetteme io e frateme ciunco, comme s’aveva campà? Vennenno? E vinne ogge, e vinne dimane rimanetteme co quatto seggie e no matarazzo. Voleva piglià a faticà, e non trovava fatica, a cammarera non me poteva mettere pecché frateme non poteva sta sulo... Ora qua ci vuole una risoluzione, me facette mprestà na vesta a na compagna mia, me facette fà na bella capa, me facette mettere na nocca rossa, pe dà all’occhio, jette dinta a la Corzea, teneva 28 solde, otto solde accattaje no bello panariello e co na lira corrette e lu puntone de li Fiorentini, llà sta lu fioraio, me ne facette dà tutte mazzettine de fiori. Eccomi fioraia, nce ne stanne tante, nce stongo pure io. La prima sera facette quinnece lire, la seconda sera facette trentadoi lire e 40, la terza sera cchiù assaje, e così mano mano, sera per sera, oggi tengo il libretto sulla cassa di Risparmio.
ELISA
: Bravissima.
NANNINA
: A lu munno accussì s’ha da essere, cara mia, non bisogna scorraggiarsi. Basta, te voglio cuntà aiersera che me succedette: Siccome io non aveva idea de veglione, non c’era mai stata, aiersera se ne dette uno a lo Fondo, io smaniava pe nce j... comme faccio, chi m’accompagna, na figliola sola... oh, dicette: si mò penzo a chesto, non ce vaco cchiù, alla fine che m’hanna mangià? M’affittaje no bello folletto, un paio di guanti scicchi, e ntela, dinta a na carrozzella, al Fondo!
ELISA
: Brava!
NANNINA
: Llà nce steva na folla, mamma mia, chi abballava, chi correva, chi alluccava, la verità me n’avarria voluta j n’auta vota, ma fu impossibile.
ELISA
: E perché?
NANNINA
: Mia cara, quando la donna va al veglione, è come il soldato che va a la guerra, nce va timido, incerto, appaurato, e al primo colpo di cannone, diventa na tigre, non nce vede cchiù, e incomincia a sparà pur’isso, così al veglione, tutto sta al primo valzer, la primma sudata, fatto questo la donna deventa un leone! Mentre girava pe la sala, me venette ad invità per la quadriglia uno vestuto da pagliaccio. Elisa mia, no stravagante che tu non te può credere, se nnammuraje de me talmente, che non me lo potette levà cchiù da tuorno, ha avuto l’abilità de ballà co mmico tutta la nottata. N’auto pagliaccio me chiammaje da parte, e me dicette: voi avete fatto la vostra fortuna, quello è ricchissimo, tiene nientemeno che dieci milioni dei suoi!
ELISA
: Dieci milioni!
NANNINA
: Chesto è chello che diceva isso, avimma vedè la verità po’... Isso me dicette che me voleva spusà, che voleva parlà coi parenti miei, e me dicette lo nomme sujo pe chi sa voleva informà, il signor Chichione.
ELISA
: Che nome curioso!
NANNINA
: Sulo lo cognomme te fa capì che ha da essere na pastenaca! Basta, stammatina all’alba, isso nzieme co l’auto pagliaccio che era amico sujo, m’hanno accompagnata nfino abbascio a lo palazzo, io senza maje levarme la maschera da faccia, l’aggio ditto: Domani scrivetemi, cercate di farvi conoscere, e vedremo di combinare qualche cosa, aggio fatto chiudere lo palazzo a lo guardaporta, e me ne so’ scappata ncoppa.
ELISA
: Era un bel giovane?
NANNINA
: E chi lo sà, chille li maschere non se l’hanno levate maje; ma io credo che il signor Chichione, ha da essere vicchiariello, pecché ogne vota che faceva no giro de valzer, se fermava e affannava come a che.
ELISA
: Può essere un giovane coll’affanno.
NANNINA
: Seh, e chi se lo sposa. Uh! Ma si sapisse quanta promesse che m’ha fatte, ha ditto che se io me lo sposo me fa la vesta tutta imbrillantata. (Ridono.) Ma lo cchiù bello non te l’aggio ditto. Quanno isso m’addimannaje io comme me chiammavo, addevina che nomme le dicette?
ELISA
: Che nome?
NANNINA
: Elisa Bonè?
ELISA
: Il mio nome? Ma come ti è saltato in mente!
NANNINA
: Pe fà na pazzia. Tu si haje qualche lettera me lo faje sapè.
ELISA
: Ti pare, ti chiamerò subito, può essere che faccia davvero.
NANNINA
: Sì, pò essere, ma io non nce credo. Lasseme j dinto che frateme sta sulo. (Si alza.) Addio, Elisa.
ELISA
: A rivederci, se ho qualche lettera, ti chiamo.
NANNINA
: Nce avimma fà quatte rise, nce avimma spassà nu poco; ma io credo che il signor Chichione, quando si è svegliato stamattina, i suoi dieci milioni, sono diventati dieci melloni. (Ride.) Amica mia, un milionario non si sposa a me, io mi debbo contentare di un giovane di Notaro, di un agente delle tasse, se me sposo uno ricco, la società si prende collera! (Via ridendo.)
ELISA
: Che giovane allegra, quanto invidio il suo carattere. Ah, se capitasse a me una simile fortuna.

SCENA QUARTA

Carmeniello e detta.

CARMENIELLO
(con lettera): Aggio mpustata la lettera, lo guardaporta m’ha dato chesta, ha ditto che mò nce l’ha portata lo fattorino.
ELISA
: Dammela. (La prende e legge l’indirizzo:) «Alla signorina Elisa Bonè — dal signor Chichione» (la lettera di Nannina). Va a rassettare quella stanza.
CARMENIELLO
: Subito. (Ccà è nu mese che stamme magnanne lettere e giurnale). (Via prima quinta a sinistra.)
ELISA
: Mi viene un’idea, vorrei leggerla io per la prima; ma poi Nannina potrebbe dispiacersene... ma che fa, alla fine non e un gran male. (Apre la lettera:) Cos’è questo. (Prende il biglietto di palco e legge:) «Teatro dei Fiorentini — Palco 2a fila n. 16 per la sera del 28 gennaio». Bravo un palco pei Fiorentini. Vediamo cosa dice la lettera. (Apre e legge:) «Elisuccia di questo cuore. Io sento che non posso vivere senza dite, ho bisogno di vederti, di conoscerti, non ho tenuto il coraggio divenire di persona e ti ho scritto. Ti accludo un palco per questa sera al Teatro dei Fiorentini, 2a fila n. 16, io sarò al n. 1 a te di faccia, ti vedrò, mi vedrai, e il segnale che ti sono simpatico, e che vuoi amarmi sarà questo: quando io verrò a bussare il palco, tu risponderai: il signore ha sbagliato, non è qui — Oh, Elisuccia mia, se sentirò queste parole, i miei 10 milioni sono tuoi, parlerò subito coi tuoi parenti e ti sposerò! Non ti dico altro, aspetterò nell’1, quando sarà occupato il 16. Tuo eterno — Chichione —» Si vede che dev’essere un grande originale!... Mi viene un idea... se non facessi sapere niente a Nannina di questa lettera ed andassi io stasera nel palco? è un azzardo, ma sarebbe un bel colpo però, tanto più che Nannina non conosce lui, e lui non conosce Nannina. Che magnifica pensata, se mi riesce, sono una grande donna — però vorrei tenere un parente da presentare a questo signore, una donna sola, non dà mai una certa importanza... Ah! un’altra bella idea, se Carminiello potesse fingersi mio zio, e come tale accompagnarmi, difendermi, anche questo è un azzardo; ma nella mia posizione bisogna tutto azzardare! (Chiamando:) Carminiello?

SCENA QUINTA

Carmeniello e detta.

CARMENIELLO
: Comandate?
ELISA
: Carminiello, tu non sei più il mio servo.
CARMENIELLO
: Dateme la mesata, e io me ne vaco.
ELISA
: No, al contrario, tu devi sempre stare vicino a me, ed invece di essere il mio servo, sarai mio zio.
CARMENIELLO
: (Uh! chesta la miseria l’ha fattai mpazzia!). Ma signò, vuje che dicite?
ELISA
: Ma sì, ma sì, — Devi sapere, che un signore si è innammorato pazzamente di me, mi ha scritto una lettera, mandandomi un palco per questa sera al Teatro dei Fiorentini, e dice che vuol parlare coi i miei parenti, capisci, coi miei parenti, io non ho nessuno come faccio? Si tratta, nientemeno che questo signore ha dieci milioni dei suoi, capisci dieci milioni!
CARMENIELLO
: Dieci milioni.
ELISA
: Figurati, è proprio una fortuna che mi cade dal cielo. Sì Carminiello, tu devi essere il mio salvatore.
CARMENIELLO
: Io sarraggio pure Pascale, ma si non me dicite che aggia fà?
ELISA
: Tu questa sera verrai con me nel palco, starai serio, imponente, se qualche giovinotto mi guardasse col binocolo, tu gli farai una ciera così. (Lazzi.) Se poi senti bussare il palco, non aprire, rispondo io perché sò di chi si tratta. Se poi vengono dei gelati tu domanderai: chi li manda? Quello risponderà, li manda il signor B. Dite al signore che io non ricevo gelati da chi non conosco.
CARMENIELLO
: Vuje dinto a che mbruoglie me vulite mettere?
ELISA
: Ma sì, ma sì, sta zitto. Lasceme vedere come fai?
CARMENIELLO
: E facite vuje lo cafettiere.
ELISA
: Signori, questi gelati?... Chi li manda? Chi li manda? (Forte.) Chi li manda?
CARMENIELLO
: E io che ne saccio?
ELISA
: Tu devi dire chi li manda?
CARMENIELLO
: Ah, sì... Chi li manda? (Con voce grossa.)
ELISA
: Come sei brutto! Tu devi fare una voce gentile così: chi li manda? (Carm. ripete con voce fina, lazzi.) Li manda il signor Bi.
CARMENIELLO
: Io non ricevo Bi da chi non conosco.
ELISA
: No, animale! Tu devi dire: Non ricevo gelati da chi non conosco.
CARMENIELLO
: Dite al signore che non ricevo gelati da chi non conosco!
ELISA
: Bravo! Se dopo il teatro quel signore si avvicinasse a noi, e volesse accompagnarci, tu risponderai, Oh, grazie, signore, troppo gentile. (Lazzi.) Se poi volesse portarci a cena tu dirai...
CARMENIELLO
: Con piacere, andiamo.
ELISA
: Ma no, tu risponderai: Grazie, grazie, signore, noi mangiamo tardi, la sera non ceniamo. (Lazzi di Car.) Se poi ti parla che vuole sposarmi, stringi subito l’argomento, e gli dirai: — Eh, mio caro signore, chi si vuole sposare mia nipote, deve farlo là, sul tamburo.
CARMENIELLO
: Eh, mio caro signore, chi si vuole sposare mia nipote, deve farlo ncoppa a lo tamburo.
ELISA
: Ma no, deve farlo sul colpo.
CARMENIELLO
: Aggio capito, lassate fà a me.
ELISA
: Però, vorrei darti un nome, un peso... tu come ti chiami.
CARMENIELLO
: Carmeniello.
ELISA
: Come è brutto! E il cognome?
CARMENIELLO
: Bellocore.
ELISA
: Oh, nemmeno mi piace, pure è brutto.
CARMENIELLO
: Brutto nome, cognome...
ELISA
: Aspetta, facciamo una posposizione, tu ti chiami Bellocore, faremo Corebello — benissimo mio zio il Cavaliere Corbelli.
CARMENIELLO
: So’ pure Cavaliere?
ELISA
: Ma sì, sta zitto. Ti raccomando sopra tutto quando parli bada alle desinenze. Sempre che staje con me, aria imponente, da uomo serio, positivo; insomma figurati di essere un signore, e di essere mio zio. Ecco tutto.
CARMENIELLO
: Va bene... Ma, eccellenza, non avite pensato a lo meglio, stasera che me metto, pozzo venì accussì?
ELISA
: Hai ragione, non ci avevo pensato; ma quest’abito però non c’è male, danci una bella pulita, e starai bene... Anzi, là, nella mia stanza, ci è un pettino con colli e polsi da uomo, metterai quello... Ah un’altra bella idea, vi è anche il mio palettò ed il mio cappellino da uomo... va, vestiti, e vieni qui che voglio vedere come sembri.
CARMENIELLO
: Signò, vuje me facite piglià a scorze. (Via.)
ELISA
: Ah, ah, se mi riesce questa, sono veramente una donna fortunata.

SCENA SESTA

Felice e detta.

FELICE
(di dentro): è permesso?
ELISA
: Chi è? Avanti!
FELICE
(con boccettina e ricetta): Sono io, signora, il giovane del farmacista che sta al largo dei Fiorentini.
ELISA
: Ah, bravo, avete portato la ricetta?
FELICE
: Eh, vi pare... il nostro capo giovine D. Antonio, ci voleva mandare per forza ad un altro, ma ci abbiamo fatta una bella appiccecata... ho voluto io avere questo grande onore. Son venuto pure mezz’ora fa, ma vostra signoria stavate scrivendo, e non volevate essere molestata.
ELISA
: Ah, ah, date qua. (Felice dà la boccetta.) (Come è curioso.) (Apre la boccetta e l’odora.) Ah!...
FELICE
: (Uh chella ha sospirato, e pecché ha sospirato?).
ELISA
: Veramente è un odore piacevole.
FELICE
: (Ah, chella ha addurata la bottiglia).
ELISA
(legge l’etichetta): «Acqua per ammorbidire la pelle». Farmacista?
FELICE
: Signora.
ELISA
: Sapreste dirmi come si adopera quest’acqua?
FELICE
: Si fanno delle strofinazioni.
ELISA
: Delle strofinazioni? (Si scopre il braccio.) Vorrei provarla qua, sul braccio.
FELICE
: Come, signora?
ELISA
: Sareste tanto buono di strofinare un poco qui?
FELICE
: Io?!
ELISA
: Sì voi! Voi dovete saper fare le frizioni?
FELICE
Al principale mio ce la faccio tutte le sere, perché soffre di reuma... ma con voi però...
ELISA
: Non volete farmi questo favore?
FELICE
: No, anzi per me...
ELISA
: Se lo fate al vostro principale?
FELICE
: Lo sò signora, ma ci è una bella differenza, prima di tutto il principale, è uomo;e voi siete donna, e poi lui tiene un braccio nero, ruvido, una pelle così tosta, voi invece, avete un braccio morbido... porposo...
ELISA
: E che fa?
FELICE
: Eh, che fa, sta comme me vene!
ELISA
: Oh, ma andiamo, fate conto come se io fossi il vostro principale.
FELICE
: Volete così, per ubbidirla. (Siede.)
ELISA
: Farmacista che avete?
FELICE
: Embè, io v’aggio pregato...
ELISA
: Ma voi tremate?
FELICE
: Me moro de freddo. (Strofina.) (Guè chella non me vò fa’ manco tremmà.)
ELISA
: Piano, voi mi fate male!
FELICE
: E accussì s’ha da fa’, si no non riesce! capite? (Io aggio passato lo guaio!)
ELISA
: Eppure voi dovete essere molto giovine? Che età avete?
FELICE
: 35 anni.
ELISA
: Non ci sembrano però, potete dire benissimo che ne avete 28.
FELICE
: Eh! Quando un giovane sta vicino a voi, sempre ricala 5, 6 anni. Voi fate ringiovanire la gente.
ELISA
: Ah, ah, ah. (Ride.)
FELICE
: Eh, non lo prendete a scherzo. Quando ieri sera entraste nella farmacia, tutti quanti vi guardavano, e quando ve ne andaste, non si fece altro tutta la serata che parlare sempre di voi, quello mò nce sta D. Antonio, il nostro capo giovine, il quale mò sposa, si piglia la figlia di un dentista, eppure disse, quanto ve ne andaste che bella signora quando è simpatica.
ELISA
: Ah, ah! (Ride.) Basta, basta. (Felice termina di strofinare.) Per ora si è arrossito un poco.
FELICE
: Sempre così fa, prima si arrossisce, e poi si fa morbido.
ELISA
: Grazie tante. La ricetta l’avete portata?
FELICE
: Sissignore... (sotto alla ricetta nce aggio scritto: Io ti amo). Eccola qua. (La dà.)
ELISA
: Quanto vi debbo?
FELICE
: 250 lire... 250 soldi... 250 centesimi... 250 volte niente.
ELISA
: Oh, ma perché?
FELICE
: Mi scuserete l’ardire che mi son preso, se credete che vi ho offesa, bastonatemi pure, è un misero complimento, che vi fa un povero giovane di farmacista.
ELISA
: Ed io l’accetto con tutto il cuore. (Gli dà la mano.)
FELICE
: Comandate altro?
ELISA
: Niente grazie.
FELICE
(p.a. poi torna): Non credete che v’avesse fatto un gran regalo, dalla ricetta potete vedere che si tratta di soldi.
ELISA
: Per me è stato molto e ve ne ringrazio.
FELICE
: Niente.
FELICE
(p.a. poi torna): Potete vedere la ricetta che è intatta come la lasciaste ieri sera — anzi mi pare che D. Antonio, il nostro capo giovine l’avesse passata in pulito sopra un foglio di carta.
ELISA
(guarda la ricetta): Ma no, vi siete sbagliato, e proprio quella che lasciai in farmacia, è la mia... ma che dice qua? (Felice si nasconde in fondo.) «Io ti amo» ah, ah, una dichiarazione del capo giovine farmacista?
FELICE
(tornando col cappello sulla faccia): Signora.
ELISA
: Mi avete detto, mi pare, che il vostro capogiovine sta per sposare la figlia di un dentista?
FELICE
: Sicuro, signora.
ELISA
: Vedete un po’ che siete voialtri uomini, sta per sposare, e scrive queste parole a me sotto alla ricetta: Io ti amo!
FELICE
: E chi l’ha scritto, chi l’ha scritto?
ELISA
: Oh, bella, il capogiovine, e se no chi lo scriveva?
FELICE
: (E che aggio combinato mò?).
ELISA
: Sono veramente meravigliata che il capogiovine abbia fatto questo! Basta non ne parliamo più. A rivederci.
FELICE
: A rivederci, signora... (p.a. poi torna.) Signora voleva dire...
ELISA
: Ma che volete?
FELICE
: Quelle parole sotto alla ricetta non le ha scritte il capogiovine... ma le ho scritte io!
ELISA
: Voi?!
FELICE
: Sì, io! è impossibile, non me lo posso tenere, io sono che vi amo immensamente, io sono che da ieri sera non trovo né pace, né riposo!...
ELISA
: Possibile?
FELICE
: Possibilissimo! Signora! E se voi non acconsentite ad amarmi, io mi uccido, mi butto da sopra a basso, perché voi siete na sciasciona, siete aggraziata, signò vuje site bona assaje!
ELISA
: Oh! Questo è troppo!... Che vedo! mio zio!
FELICE
: (Lo zio!).
ELISA
: (Vediamo Carminiello come si porta). Venite Zio, venite.
FELICE
: (Uh, chisto era lo Zio!).
CARMENIELLO
: Che cos’è, che cos’è?
ELISA
: (Dì a questo giovine: chi siete? Che volete?).
CARMENIELLO
: Chi siete, che volete?
FELICE
: Signore, ho mancato, compatitemi.
CARMENIELLO
: Io non compatisco caro signor Bi?.
FELICE
: Chi è Bi?
ELISA
: Sì, mio caro Zio, è stato lui che ha detto di amarmi, ma io vi giuro che non lo conosco.
FELICE
: Io sono il giovane del farmacista allargo dei Fiorentini, potete informarvi di me, se ho detto di amarla, è segno che voglio sposarla.
CARMENIELLO
: Ma ve la sposate sopra al tamburo?
FELICE
: Quà tamburo?
CARMENIELLO
: Sopra a la grancascia?
CARMENIELLO
: Voi dove ve la volete sposare?...
FELICE
: Io me la sposo pure ncoppa a li piattine!...
ELISA
: Sì, zio mio, egli ha avuto l’ardire di scrivere sotto alla ricetta, che ieri sera lasciai in farmacia: Io ti amo!
CARMENIELLO
: Possibile! Questo ha scritto?
ELISA
: Oggi andrete a dire tutto al suo principale, intendo di avere una soddisfazione, e la voglio!... (una rimproverata, e mandalo via). (Via a sinistra.)
CARMENIELLO
: (Va buono, mò me lo spiccio io). (Passeggia.)
FELICE
: (Ma chi sartore l’ha combinato sto soprabito?).
CARMENIELLO
(si ferma vicino al tavolino): Io vorrei dire moltissime cose... perché credo e ripeto abbiamo ragione...
FELICE
: (Quanto è bello, quanto è bello!).
CARMENIELLO
: E se non sarebbo io...
FELICE
: (Ah!).
CARMENIELLO
: Un uomo serio e moltissimo conoscitore della qualità nella quale in cui mi trovo...
FELICE
: (Statte stà).
CARMENIELLO
: Non potrei con la giustizia ammettere e permettere qualche lotono.
FELICE
: (Quanto è bello sto lotono!)
CARMENIELLO
: Ma se questo abbonamento, questa tranquillità, come signore, galantuomo e persona intesa, non vi potrebbe piacere e sareste tosto di testa, potreste lesto essere buttato dalla finestra. (Quanto vaco bello!)
FELICE
: (E che ha accucchiato fino a mò? Mò l’aggia fà na chiacchiariatella pure io!...) Signore con la capa accesa da una passione, sorgiuta da un momento all’altro, ho mancato, ripeto, più di quello che manca un uomo, che non sa la mancanza quando ha mancato. Però prima che lei fosse uscito dentro a questa camera, la vostra nipote mi ha trattato con tanto istituto, mi ha detto tanta belle preposizioni che io mi ho creduto padrone della bocca, e ho liquidate delle parole amirose. Ma vi dico, se voi vi foste posto al mio posto, avreste perso la testa ad ogni costo! Dalla finestra se ne va il pollastro, io parto per l’uscio e servo vostro!

(Cala la tela.)

Fine dell’atto primo
 

ATTO SECONDO

 
Largo dei Fiorentini. Nel fondale si vede il palazzo dell’albergo dei Fiori, ai due lati del palazzo il tabaccaio e l’orologiaio. A prima quinta a sinistra vi sarà la farmacia di Finizio. A prima quinta a dritta spezieria manuale col lampione sulla porta. La scena è quasi oscura perché è rischiarata dai fanali a gas.

SCENA PRIMA

D. Antonio e Carmeniello.

ANTONIO
: Scusate, signore, parliamo qua fuori, si no lo principale strilla, capite, contateme lo fatto.
CARMENIELLO
: Ma che fatto e fatto, mio caro. Voi gli dovete fare una buona cancariata.
ANTONIO
: Ma a chi?
CARMENIELLO
: Al vostro giovine di farmacista, quello che adesso stava spestando nel mortalo.
ANTONIO
: Ah! Felice?
CARMENIELLO
: Che sò come si chiama Felice, infelice, disgraziato, io non lo sè. Insomma ha avuta l’ardimentosa arditura di scrivere sotto alla ricetta di mia nipote: io ti amo!
ANTONIO
: Aspettate, la vostra nipote fosse la signora Elisa Bonè?
CARMENIELLO
: Perfettamente, ed io sono suo zio il Cav. Bellocore... o sia Corebello.
ANTONIO
: Ho capito... signore, scusate, quello è un povero imbecille, sta sempre distratto.
CARMENIELLO
: Ma che imbecille, che distratto... io pure molte volte sono imbecille, perché tengo tanti affari per la testa, ma non commetto mai queste cattive azioni.
ANTONIO
: Avete ragione.
CARMENIELLO
: Badate che io voglio una soddisfazione. Per venire a dire questo a voi, ho lasciata mia nipote sola nel palco, qua al Teatro dei Fiorellini.
ANTONIO
: I Fiorentini, volete dire?
CARMENIELLO
: Anticamente si chiamava Fiorellini.
ANTONIO
: Ma no, v’ingannate, sempre Fiorentini si è chiamato.
CARMENIELLO
: Mò me volete imparare quel teatro a me, io era piccolino e ci andavo co papà lo sò. Adesso si chiama Teatro dei Fiorentini perché ci vanno solamente quelli che sono nati a Firenze.
ANTONIO
: E vuje pure site nato a Firenze?
CARMENIELLO
: E non ve ne site accorta da la pronunzia?
ANTONIO
: (Chiste che ne sta vuttanno).
CARMENIELLO
: Ma che volete, è un teatro che mi piace sempre, stasera hanno fatto la prima volta l’opera nuova Fanapizza.
ANTONIO
: (No Fanacanzone!). Fatinizza volete dire?
CARMENIELLO
: Che sè Fatinizza, Fanapizza, io la lingua francese non la sò.
ANTONIO
: Lingua francese? Chille so’ tedeschi?
CARMENIELLO
: (Vì si ne ngarro una). Ah! sono Tedeschi? E che fa o Francesi o Tedeschi, gli appennini dividono questi due paesi!
ANTONIO
: (Chisto che cancaro sta accucchianno!).
CARMENIELLO
: Ma ci stiamo spassando veramente, mò nce sta soltanto l’ultimo atto... Una cosa però, quella nipote mia la guardano tutti quanti coi cannocchiali...
ANTONIO
: (Avarranno da scoprì la stella co la coda).
CARMENIELLO
: Ma essa non dà udienza a nessuno, ogne tanto ride no poco, io pure rido, ma quanno veco ridere all’aute.
ANTONIO
: (Già fa la scigna!).
CARMENIELLO
: Mio caro amico in teatro s’ha da sapé stà.
ANTONIO
: Ah, dite bene. (Chisto è proprio na rapesta.)
CARMENIELLO
: Dunque io me ne andò...
ANTONIO
: Chi se n’andò?
CARMENIELLO
: Me ne andrò io — Ve raccomanno fatele voi una parte a quello scostumato.
ANTONIO
: Non dubitate, lasciate fare a me. (Carm. p.a.) (Chisto quanto è curiuso!) (Ridendo.)
CARMENIELLO
: Neh, giovinò, tu me pare che staje redenno?
ANTONIO
: Io? Nonsignore.
CARMENIELLO
: Non te piglià confidenza sà, che co me c’è poco da ridere! Io entro dentro a la farmacia e te rompo tutte li vasiette dell’ipecacovana, e po’ te chiavo na mazzata nfaccia! (Via.)
ANTONIO
: Ma che è pazzo!... Vuje vedite a chillo, ma non la vò fernì, va a scrivere sotto alla ricetta: io ti amo! Non voglia maje lo cielo e lo sape lo principale. Io me l’aggia chiammà dinto a lo laboratorio, e aggia vedé che me risponne. (Via in farmacia.)

SCENA SECONDA

Saverio e Totonno.

SAVERIO
: Che bella cosa, che bella cosa.
TOTONNO
: Ma eccellenza, dove andate?
SAVERIO
: Non lo sò, non lo sò... Totò, io so’ pazzo so’ n’animale, non nce veco cchiù! Che donna! Che sciasciona!
TOTONNO
: Eccellenza, jammece a sentere l’ultim’atto, non lo perdimmo.
SAVERIO
: Che m’importa dell’ultim’atto, tu haje vista che donna, che tesoro!
TOTONNO
: Comme non l’aggio vista.
SAVERIO
: Haje visto quanno ha fatto l’uocchio a zennariello?
TOTONNO
: No, chesto non l’aggio visto.
SAVERIO
: E sì na bestia, l’aviva vedé... già, tu stavi incantato a guardà, chille che facevene l’opera, non sò che sfizio ci hai potuto trovare, chille non se capiscene... lanze, manze... Totò, quanno so’ ghiuto a bussà lo palco, n’auto ppoco me veneva na cosa llà vicino... ppo’ ppo’, chi è? Sono io. Il signore ha sbagliato, non è qua... Nel sentire quella melliflua voce, uh! Mamma mia...
TOTONNO
: Vì che veco ecc. (Canta Zeza.)
SAVERIO
: Non pazzià Totò sà, non mi ne fa j de capo, che io te ne caccio, chesta è la confidenza che io t’aggio accordata, te faccio venì dinto a lo palco co me, vestito da signore, mentre tu sei il mio servo, te dò 200 franchi al mese, vestire, mangiare, tutto! E tu pazzie?
TOTONNO
: Eccellenza, scusate, non ci ho badato.
SAVERIO
: Levate lo cappiello, piantati perché sei il mio servitore... andiamo!
TOTONNO
: Io sto vestito de chesta manera?
SAVERIO
: E che me ne importa a me... piantati! (Tot. esegue, scappellandosi, Sav. passeggia.) Dunque, Totonno, io amo quella donna quanto Paolo amava Francesca, quella donna deve essere mia a qualunque costo.
TOTONNO
: Ricordavevi che avete vostra moglie a Salerno.
SAVERIO
: Mia moglie tiene 70 anni, e sta in letto con l’idropisia.
TOTONNO
: E che fa, fino a che quella è viva, voi non vi potete ammogliare.
SAVERIO
: Io sono ricchissimo!
TOTONNO
: Ma avete una moglie!
SAVERIO
: Tengo 10 milioni!
TOTONNO
: Avete una moglie!
SAVERIO
: T’aggio ditto tanta vote che sta cosa non la voglio essere ricordata.
TOTONNO
: Come servo affezionato ve lo debbo ricordare sempre.
SAVERIO
: (Lassamelo piglià co lo buono, si no chisto me scombina). Totò, vieni qua, leviamo i scherzi, tu sei l’amico mio, il mio confidente, non ne parliamo più, scuse se t’ho dette quelle parole, miettete lo cappiello.
TOTONNO
(esegue): Io quanno venette co buje, vedisteve che co la mesata non me tiraje, facisteve quello che vulisteve vuje. Totonno, ti voglio dare 200 franchi al mese, sieno 200 franchi al mese, ma mortificazioni non ne voglio.
SAVERIO
: Agge pacienza, non te ne faccio cchiù.
TOTONNO
: Mò ve voglio fà vedé chi songh’io, ve voglio dà una bona notizia.
SAVERIO
: E sarebbe?
TOTONNO
(caccia un telegramma): Chisto che d’è?
SAVERIO
: Ched’è, no telegramma?
TOTONNO
: No telegramma che aggio ricevuto da n’amico mio che tengo appositamente a Saliemo, pe sapé notizie de D. Candida, la mogliera vosta... nce aviveve pensato vuje a chesto, co tutte li denare vuoste?
SAVERIO
: Haje ragione, haje ragione.
TOTONNO
: Siccome vuje me dicisteve che aviveve piacere che la mugliera vosta fosse morta pe ve spusà na bella figliola napolitana, accussì io mettette st’amico mio a Salierno, pe me nformà ogne ghiuorno comme passava con la malattia. Fino a mò aggio spiso 45 lire de telegramma, ne sapite vuje de chesto?
SAVERIO
: Totò te voglio dà ciento lire pe sta bella notizia che m’haje data.
TOTONNO
: Nonsignore, lassate stà, a la fine de lo mese facimmo uno cunto.
SAVERIO
: E che dice sto telegramma?
TOTONNO
(accostandosi sotto la fanale della spezieria): è permesso? (Legge:) «Antonio Pichillo Hotel Royal Napoli — Pancia D. Candida ingrandita altri 8 centimetri. Stasera si punge, D. Candida abbattutissima, Nicola».
SAVERIO
: Totò, te l’haje da piglià, li ciente lire.
TOTONNO
: Nonsignore, lasciate stà.
SAVERIO
: No te l’haje da piglià, m’haje da fà sto favore.
TOTONNO
: Quanno po’ vulite accussì. (Prende le 100 lire.)
SAVERIO
: Chella mò è vecchia, tene da coppa a 70 anne, co chella malatia non vede de murì, io non già che la volesse fà murì, perché o bene o male sempre moglie m’è. Ma quando uno è arrivato ad una certa età, non ha più diritto a vivere.
TOTONNO
: Eccellenza, llà tutto dipende da la panza, si la panza seguita a se ntorzà, che se pugnesse e non ascesse acqua, avite fatto lo colpo, si s’arriva ammuscià, non nce avita penzà cchiù.
SAVERIO
: Cielo mio non nce la fà ammoscià... Totò, ma tu hai visto Elisa, quanto è bella?
TOTONNO
: Ah! E na bellezza straordinaria.
SAVERIO
: Chillo che sta dinto a lo palco co essa, va trova chi sarà?
TOTONNO
: Quacche parente sujo.
SAVERIO
: Lo patre non po essere, pecché quanno stanotte l’avimmo accompagnata doppo a lo veglione, ha ditto che patre non ne teneva.
TOTONNO
: Sarà lo zio.
SAVERIO
: Io stammatina sa che aggio fatto, sò ghiuto a lo palazzo sujo, e aggio dato ciente lire a lo guardaporta, abbasta che ogne volta che la signora esce, co no biglietto me fa sapé addò va, ogge all’allergo, è venuto no guaglione, e ha lasciato sto bigliettino.
TOTONNO
: L’avite letto?
SAVERIO
: No, te voglio fà sentì. (Si accostano alla spezieria.)
TOTONNO
: è di nuovo, permesso?
SAVERIO
: Che, che hai detto?
TOTONNO
: Ho cercato permesso a lo speziale.
SAVERIO
: Che permesso e permesso, io tengo 10 milioni! (Legge:) «Stasera la signora va al teatro dei Fiorentini. Vi saluto e sono il guardaporta».
TOTONNO
: Ma vuje sapiveve che chella jeva a lo teatro dei Fiorentini?
SAVERIO
: E se capisce, se l’aggio mannato io stesso lo palco.
TOTONNO
: Embé, allora v’ha data sta bella notizia?
SAVERIO
: Poveriello, chillo po’ sapeva chesto, ma dimane però non lo saccio addò va, e pe mezzo sujo l’appuro. Intanto, Totò, io sto pensanno come faccio mò che finisce lo teatro come me presento?
TOTONNO
: E comme ve presentate, chille appena escene, se mettene dinta a la carrozza e se ne vanno.
SAVERIO
: E se l’offrisse la carrozza mia?
TOTONNO
: E comme nce l’offrite, s’avarria dà la combinazione che carroze non nce ne stessene, ma stanno l’arme de li carrozze aspettanno.
SAVERIO
: Sangue de Bacco, hai ragione... Aspè, Totò, me vene no pensiero, va da tutte li cocchiere, dalle dieci lire pedono, abbasta che se ne vanno.
TOTONNO
: Vuje che dicite!
SAVERIO
: Sì, chisto è l’unico mezzo, quanno non trove carroze, ed è rimasta sola la carrozza mia, afforza llà ha da saglì. Tiene, chesta è na carta da 500lire, quanta carrozze truove, a nu cavallo, a duje cavalle, vide che vonno e mannannelle.
TOTONNO
: Ma vuje veramente dicite?
SAVERIO
: Seh, mò pazziava. Totò, io so’ pazzo, Totò per quella donna sarei capace di tutto! Và fa ambressa, io ti aspetto dinto a lo palco, curre! Si truove pure lo carrettone dei cani, pagalo e mannannillo.
TOTONNO
: Eccome ccà. (Via a sinistra.)
SAVERIO
: Eh, io so’ terribile!... Cielo mio nun fà ammuscià la panza de moglierema, a te me raccomanno. (Via a.d.)

SCENA TERZA

Voce di venditore di giornali poi D. Antonio e Felice.

VOCE
(di dentro): Volite ’o pungolo, volite ’o pungolo... ’o pungolo, o pungolo...
ANTONIO
(di dentro): Jesce a via de fore, scostumato lazzaro!
FELICE
(di dentro): D. Antò, non me chiammate lazzaro che me facite fà lo pazzo!
ANTONIO
(dalla farmacia spingendolo): Vattene, fai lo pazzo! Tu haje ragione a lo principale, pecché sinò ccà fore te faceva ascì a botte de cauce, e accussì te mparave comme s’aveva stà dinta a la farmacia.
FELICE
: Tu dive li cauce a me? Questo era poi da vedersi.
ANTONIO
: Si lo bùo vedé, mò te lo faccio vedé!
FELICE
: E già, pecché è notte, e non passa nessuno, si sì ommo, fammello dimane matina.
ANTONIO
: Vattenne che tu me fai ridere! E chello che t’avviso, ccà vicino non nce mettere cchiù lu pede, fà comme sta farmacia non nce stesse.
FELICE
: Io dipendo dal principale.
ANTONIO
: Lo principale m’ha dato ordine che t’aveva caccià.
FELICE
: Lo principale non sape lo fatte de le bottiglie de sceruppo, che faje sparì da dinta a la puteca, e li puorte ncoppa a D. Alessio lo dentista ch’è lo padre de la nnammurata toja e non te faje pavà!
ANTONIO
: Felì, vattenne co lo buono ca si no stasera me faje passà nu guaio!
FELICE
: Lasciatemi entrare in farmacia.
ANTONIO
: Tu ccà, non trase cchiù, e battenne, ca si no stasera te faccio no paliatone nummero uno. (Entra e chiude.)
FELICE
: Aprite, io non lo faccio più, aprite. (Bussa con l’ombrello.) E io comme faccio? Dimane addo vaco? Io non tengo parenti, non tengo nessuno! A la fine che male aggio fatto? Aggio scritto sotto alla ricetta: io ti amo. E che so’ stato io, è stato il cuore. (Alla farmacia.) è stato il cuore, capisci, tu è segno che non tieni cuore, la figlia del Dentista te la sposi perché tiene quattromila lire di dote, non te la sposi per affezione!...
ANTONIO
(uscendo. Felice si allontana): Felì, vattene, che stasera te sciacco!
FELICE
: Io voglio parlare col principale.
ANTONIO
: Lo principale ha ditto che se sieguete a stà lloco, chiamma na guardia, o no carabiniere e te fa arrestà. Che vuò na guardia o no carabiniere?
FELICE
: (Già voglio na brasciola o na purpetta?).
ANTONIO
: Perciò è meglio che te ne vaje, ch’è buono pe te, e statte zitto lloco fore, non fà l’ancellone, li butteglie de sceruppo, la figlia de lo dentista, ca si no esco, e te siente no brutto surdeglino! (Entra e chiude, tuoni.)
FELICE
(pausa poi bussa alla farmacia) : Io voglio sapé lo principale comme me fa arrestà, ho rubato forse? (Bussa.) Così si trattano i cani, capisci? Non se mette no povero giovine in mezzo alla strada a quest’ora (forti tuoni) e co li tronole da dereto! E tutto questo, perché? Per una donna, per una crudele, che primmo m’ha fatto allummà, primmo m’ha fatto mettere na passione, e po’ pe mezzo de lo zio fa portà mmasciate a lu principale. Dunque a me mi trattava per il suo farmacista? Da me voleva essere soltanto strofinata?... Che nce campo a fà cchiù ncoppa a sta terra? Mò me vaco a bevere no litro de vino, poi torno qua e vicino a la farmacia me faccio zumpà li cervelle pe ll’aria, accossì faccio passà nu guaio a lo principale e a lo capo giovene. Facciamo l’ultimo tentativo. (Bussa.)
ANTONIO
(di dentro): Felì, vattenne ch’è meglio pe te!
FELICE
: Ah! Neh, mò t’acconcio io lo stommeco! (Apre l’ombrello e via.)
SCENA QUARTA

Alessio, Concetto e Giustino poi D. Antonio.

ALESSIO
: Avanzammo lo pede, ca ccà avimmo na brutta ncasata d’acqua.
CONCETTA
: Sempre che vaco a no divertimento, m’aggia ntussecà.
GIUSTINA
: Papà, ma nuje a pede non nce potimme ritirà, nuje stamme lontane.
ALESSIO
: Ma io tengo l’ombrello.
CONCETTA
: E comme facimmo, tre perzune co uno mbrello, nuje nce arrujnammo, si sapeva non nce veneva a sto teatro stasera.
GIUSTINA
: Papà chiammate a na carrozza.
ALESSIO
(guardando): E chi te le dà, io non ne veco nisciuna, aspettate mè vaco a vedè mmiezo Toledo si la trovo, vuje intanto aspettateme dinto a la farmacia, qua ci sta il capo giovine D. Antonio, il tuo promesso sposo, mò lo chiammo no momento. (Va alla farmacia e bussa.)
ANTONIO
: E n’auta vota mè, e n’auta vota. (Esce dà uno schiaffo ad Alessio.)
ALESSIO
: All’arma de mammeta!...
CONCETTA
(gridando): Marito mio!...
GIUSTINA
(idem): Papà!.
ANTONIO
: Che vedo! D. Alessio!
ALESSIO
: Ah! Voi avete avuto l’ardire di dare uno schiaffo a me? Al professore Alessio de Casagrandissima, chirurgo e dentista!
CONCETTA
: Caro mio! (c.s.)
ALESSIO
: Statte zitto co sta zampognella!
ANTONIO
: D. Alessio mio, perdonatemi, lo schiaffo non era diretto a voi, io mi credeva che era il giovine che adesso se n’è andato, credetemi.
ALESSIO
: Non ci sono scuse, non ci sono pretesti! è uno insulto che io non lo perdonerè mai! E resta sciolta ogni parola data circa il matrimonio di mia figlia, con voi.
ANTONIO
: Ma D. Alessio, Sentite...
ALESSIO
: Non sento ragioni!... Voi aspettate qua, vado a prendere una carrozza, e torno subito. Nu schiaffo a me... e quanno maje aggio avuto no schiaffo io da che so’ nato, chisto è stato lo primmo che aggio avuto... (all’arma de lo panesiglio!) (Apre l’ombrello e via.)
ANTONIO
: Signora mia, vi giuro che è stato uno sbaglio.
GIUSTINA
: Ma che sbaglio, scusate, sarà stato no sbaglio, ma intanto papà lo schiaffo l’ha avuto.
CONCETTA
: Abbiate pazienza, mio marito ha ragione, chillo poverommo va pe tuzzulià, e tutto nzieme se sente chillo paccaro!
GIUSTINA
: Oh, io non spusarraggio maje a n’ommo che ha dato no schiaffo a papà!
ANTONIO
: (Sempe bene m’ha voluto chella guagliona!...).
CONCETTA
: Intanto s’ha portato l’ombrello, si vene na ncasata d’acqua?
ANTONIO
: Signora, favorite qua in farmacia?
CONCETTA
: Ah, no, è impossibile!
GIUSTINA
: Papà se piglia collera!
CONCETTA
: Mio marito mi sgriderebbe.
ANTONIO
: Ma quando saprà che l’avete fatto per ripararvi dall’acqua?
CONCETTA
: è impossibile, signore, io sò il carattere d’Alessio!
GIUSTINA
: Chillo se n’è ghiuto accussì arraggiato!
ANTONIO
. Almeno accettate una pasta, un bicchiere di marsala...
CONCETTA
: Una pasta, un bicchiere di marsala... che sò, non saprei regolarmi.
ANTONIO
: Ma non avete paura, che non dirà niente, fatemi questa grazia, venite.
CONCETTA
: Avete delle maniere così gentili che uno non si può negare — Giustina accettiamo una pasta.
GIUSTINA
: Come, mammà accettare una pasta dalla mano che ha colpito papà?
ANTONIO
: Che colpito, signorì, io l’avesse sparata quacche cannonata a papà?
CONCETTA
: Alla fine, ha cercato scusa, che diavolo! (Entrano.)

SCENA QUINTA

I II II e IV Signore poi Elisa e Carmeniello indi Saverio.

I SIGNORE
: Ah, ma questa è una cosa curiosa, stasera non si trova nessuna carrozza.
II SIGNORE
: E dire che non tenimmo manco mbrello.
I SIGNORE
: Arrivammo fino a Toledo, e llà ce pigliammo na carrozzella. (Vanno.)
III SIGNORE
: Cheste so’ cose proprio de pazze! Quanno maje doppo a lo teatro non se so’ trovate carrozzelle?
IV SIGNORE
: Avessene fatto sciopero?
III SIGNORE
: E lo sciopero justo a chest’ora l’avevano fà? Avanzammo lo pede. (Viano.)
ELISA
: Ma tu hai detto al cocchiere d’aspettarci vicino al teatro?
CARMENIELLO
: Comme? Anze l’aggio ditto all’11, mò so’ l’unnece e mmeze.
ELISA
: Che sarà successo?
CARMENIELLO
: Chillo mò lo vedarrate venì... basta, me so’ portato buono?
ELISA
: Fino adesso non c’è male, ma se non parli fai meglio.
CARMENIELLO
: Comme! Non parlo adderettura?
ELISA
: Poche parole.
SAVERIO
: (Eccola ccà!). è una cosa veramente che non si può capire, stasera tutto il pubblico non trova carrozze... io meno male che tengo la mia.
ELISA
: Dunque non è successo solo a noi questa cosa?
SAVERIO
: Ah, no signora, a tutti è successo l’istesso, nessuno ha trovate carrozze stasera.
ELISA
: Ma come va?
SAVERIO
: E chi lo sa... fra breve però arriverà la mia carrozza, se la signora volesse profittare, sarei troppo fortunato.
ELISA
: Volentieri zio cosa ne dite?
CARMENIELLO
: Subito che i cocchieri hanno fatto lo scioglimento...
SAVERIO
: Lo sciopero?
CARMENIELLO
: Ah, già lo sciopero, sarebbe buono.
SAVERIO
(stringendo la mano a Carm.): Grazie. A chi ho l’onore di stringere la mano?
CARMENIELLO
: Al Cavaliere Corebello, e sono zio di mia nipote qui presente.
SAVERIO
: Sono veramente fortunato di averla conosciuta Conte Saverio Chichione, ai suoi comandi.
CARMENIELLO
: Preghiere sempre.
SAVERIO
: V’è piaciuto lo fatto... (lazzi) la rappresentazione di Fatteniza.
CARMENIELLO
: (Fate ammatura!).
ELISA
: Sono artisti veramente di merito.
SAVERIO
: Sì, ma io non ne ho capito niente.
CARMENIELLO
: (Chisto è comme a me).
SAVERIO
(caccia la tabacchiera): — Posso affrirle? (A Carm.)
CARMENIELLO
: Oh grazie. (Prende una pizzicata.) Bellissima questa tabacchiera! è oro?
SAVERIO
: Sicuro! Oro massiccio! Le piace?
CARMENIELLO
: Moltissimo.
SAVERIO
: Se la tenga.
CARMENIELLO
: Troppo buono — grazie. (La conserva.) (Nce l’aggio fatto sotto a lo colpo!)
ELISA
: (Che diavolo hai fatto!?).
CARMENIELLO
: (Signò, nce la mpignammo, nuje stammo disperate).
SAVERIO
: Mi dispiace che la signora sta aspettando.
ELISA
: Soltanto pare che incomincia a piovere.
CARMENIELLO
: Sì, cadono dei coccioloni.
SAVERIO
: (Cadono pere e tunninole. E chillo cancaro de Totonno addè è ghiuto?).

SCENA SESTA

Alessio e detti, indi venditore di giornali poi Totonno.

ALESSIO
(con ombrello aperto): Sangue de Bacco, io non aggio potuto trovà na carrozza... e Concetta e Giustina addò stanno? Ah, stanno aspettanno ccà dinto, mè vaco a vedè da chesta parte, si non la trovo appede nce ne potimmo j. (P. a Sav. lo ferma.)
SAVERIO
: Signore, me volete vendere st’ombrello?
ALESSIO
Vuje pazziate, e io po’ me nfonno.
SAVERIO
: Ve dò 200 lire.
ALESSIO
(chiude l’ombrello di premura): Tenite.
VENDITORE
: Volite ’o pungolo, ’o pungolo —. (Uscendo.)
ALESSIO
: Grazie. (Chisto ha da essere pazzo! Lasseme vedé si so’ bone, fossene fauze.) (Guarda le carte sotto al lampione.)
SAVERIO
: Signora, frattanto aspettate la carrozza, questo vi riparerà. (Apre l’ombrello e lo dà a Carmeniello.)
VENDITORE
: ’O pungolo, ’o pungolo, volete ’o pungolo!
SAVERIO
: Ma i vostri piedini, i vostri gentili piedini si bagneranno. Aspettate. (Va da Ales.) Signore, mi volete vendere il vostro paletò?
ALESSIO
. Lo palettò? Ma signore, voi siete pazzo?
SAVERIO
: Se me lo date, vi dò mille lire!
ALESSIO
: Mille lire! E ghiammo ià! (Si leva e. s. il paletò e lo dà a Sav.)
SAVERIO
: Grazie, prendete. (Gli dà il bigl. da mille.)
ALESSIO
: Lasseme vedè si è bona... (Lo guarda c.s.)
SAVERIO
(piega il paletò in due e lo mette a terra): Qui, mettete i vostri piedini qui sopra.
ELISA
: Grazie, veramente troppo gentile.
SAVERIO
: Per voi che non farei.
ALESSIO
: è bona sà, lassemenne j, chisto nce avesse da penzà. (Via starnutando a destra.)
VENDITORE
: ’O pungolo, ’o pungolo, volete ’o pungolo!
TOTONNO
: Tutto è fatto, la carrozza è all’ordine.
SAVERIO
: Finalmente! Signora, avrò l’onore di accompagnarvi fino alla carrozza. (Le offre il braccio.)
VENDITORE
: ’O pungolo, ’o pungolo, volete ’o pungolo!
ELISA
: Come è seccante questo venditore.
SAVERIO
: Vi secca? Vi fa male l’udito?
ELISA
: Molto!
SAVERIO
: Ehi pungolo?
VENDITORE
: Eccellenza?
SAVERIO
: Quant’auti giornale tieni?
VENDITORE
: N’auti 30 eccellenza.
SAVERIO
: Damme ccà. (Prende i giornali e li mette sotto il braccio.) Totò, dalle cinche lire. (Via con Elisa e Carmeniello, quest’ultimo lo segue con l’ombrello aperto.)
TOTONNO
: Quanta punghele ereno?
VENDITORE
: Trenta.
TOTONNO
: E quanno haje avè?
VENDITORE
: Cinche lire.
TOTONNO
: Te voglio dà cinche chianette! Tiene ccà, chesta è na lira e rnmezza e vattenne. (Gliela dà.)
VENDITORE
: Chillo lo signore ha ditto cinche lire.
TOTONNO
: Chillo lo signore ha pazziato, mò deve cinche lire a isso! (Via.)
VENDITORE
: Te puozzo affucà, li bì lloco stì Don Cucciune s’hanna abbrancà tutte cose loro!... (Vede il palettò a terra.) Che veco! Ccà sta no soprabete. (Guarda intorno.) Non nce sta nisciuno! (Lo prende e via scappando, per la destra.) ’O pungolo, ’o pungolo!
SCENA SETTIMA

Felice poi Alessio.

FELICE
(con ombrello, revolver, e 8 soldi): Dinta a la sacca teneva na lira, 12 soldi m’aggio bevuta no litro de vino, me so’ rimaste 8 solde! Va trova mò che moro st’otto solde chi se li piglia? Se primma de morire facesse testamento? Faccio no testamento pe 8 soldi? Non importa, se li piglia chillo che me porta ncapo nfi a lo camposanto. (Prende il revolver.) Aggio levata la sicura, m’aggia tirà tutti i sei colpi! Me vorrei sparà a na parte che non sento tanto dolore... Ah!... nell’orecchio, sì, nell’orecchio destro... coraggio... (Mette il revolver nell’orecchio, lazzo del prurito.) Iusto mò m’aveva prodere dinta a la recchia. Sto pensando una cosa però... e se le palle passano, e se n’escene per l’orecchio sinistro, allora che succede? Resterò con un corridoio da qua fino a qua, e manco moro... No, mè me sparo qua, al cuore, quel cuore, che tanto ha amato quella donna... Non passa manco no giornalista p’avé n’articolo, moro senza n’articoletto?
ALESSIO
: Niente, niente, non aggio potuto trovà manco na carrettella.
FELICE
: Signore. Felice sera.
ALESSIO
: Felicenotte.
FELICE
: Scusate siete giornalista voi?
ALESSIO
: Nonsignove, sono chirurgo dentista, se vi occorre... (Starnuta.)
FELICE
: Felicità!
ALESSIO
: Grazie, aggio pigliato no catarro nummero uno.
FELICE
: Ma scusate, vuje a chest’ora jate cammenanno accussì leggero?
ALESSIO
: Io tenevo no paletè, ma se l’ha comprato no signore poco prima.
FELICE
: E vuje a chest’ora ve vennite lo palettò?
ALESSIO
: Me l’ha pagato bene, capite? Pure l’ombrello s’ha comprato.
FELICE
: Vale a dire che mò ve morite de freddo?
ALESSIO
: E se capisce.
FELICE
: Allora, signore, prendete il mio palettò.
ALESSIO
: Quante ne vulite?
FELICE
: Niente, ve lo regalo.
ALESSIO
: E io ve ne ringrazio, ma chisto non me va.
FELICE
: Ve lo mettete sulle spalle, sempre vi riparerà un poco dall’umido fino a casa.
ALESSIO
: Grazie tante. (Se lo mette sulle spalle.) (E chesta è la serata de li pazzi!).
FELICE
: Tenete, prendetevi anche l’ombrello.
ALESSIO
: Ma scusate, voi...
FELICE
: Io che? Io che?
ALESSIO
: Vuje che? Ve nfunnite?
FELICE
: E doppo che me va tutta l’acqua ncuollo, a me che ne preme. Pigliateve pure st’otto solde.
ALESSIO
: (Mò me da pure 8 solde).
FELICE
: è meglio che ve li prendete voi. (Li dà.) Ed ora signore, felice sera.
ALESSIO
: Ve ne andate?
FELICE
: No, io me ne vaco dimane matina, e quanno me ne vaco non me n’addono.
ALESSIO
. (Io a chisto non lo capisco).
FELICE
: Felicenotte signore.
ALESSIO
: Felicenotte.
FELICE
(fa dei piccoli salti).
ALESSIO
. Mò abballa mò.
FELICE
(mettendosi il revolver nell’orecchio): Signore, che io mi sparo.
ALESSIO
(lo trattiene): All’arma vosta! E me vulite fà passà no guaio a me?!
FELICE
: Signore non mi trattenete, lassateme sparà.
ALESSIO
: Nonsignore, ma perché volete morire? Un giovine per uccidersi ha da tené una forte ragione.
FELICE
: Amico mio! (Piange.)
ALESSIO
: Sfucate, sfucate, questo vi fa bene.
FELICE
: Amico mio! (Gridando.)
ALESSIO
: Sì, ma non tanto forte però, si no ccà corre la guardia! Raccontatemi che v’è successo?
FELICE
: Amico mio, due ragioni mi hanno fatto sparare.
ALESSIO
: O sia ve steveno facenno sparà?
FELICE
: Già, me credeva che già m’era sparato. La primma ragione, è stato una donna, una donna che amava troppo!
ALESSIO
: E sempe pe li ffemmene succedene sti guaje.
FELICE
: La seconda ragione poi, perché il principale me n’ha cacciato dalla farmacia.
ALESSIO
: Ah, siete giovine di farmacista?
FELICE
: Sissignore. E domani non ho dove andare.
ALESSIO
: Perciò vuliveve j alloggià a lo camposanto.
FELICE
: Vedete che si non moro stasera, domani dove vado?
ALESSIO
: Ma nonsignore, levatevi questi pensieri, voi siete giovine... Avete famiglia? Avete nessuno?
FELICE
: Non tengo nessuno, sono solo, solo come a nu cane! Abbandonato da tutti. (Gridando.)
ALESSIO
: E non alluccate! (Povero giovene, me fa compassione).
FELICE
: Fatemi sparare, fateme sto favore!
ALESSIO
: Ma nonsignore. sentite a me, stanotte venitevenne a la casa mia, cercate di riposare, e vedrete che domani mattina non pensate più a morire.
FELICE
: Veramente? A casa vostra? neh, quanto siete buono. (Punta il revolver contro Alessio.)
ALESSIO
: E levate stu coso da lloco.
FELICE
: Voi accogliete gli orfani! Fatemi piangere, fateme sto favore.
ALESSIO
: No, non dovete piangere più, io ho creduto di fare il mio dovere come cittadino onesto.
FELICE
: Ed io ve ne sarò obbligato per tutta la vita, mi ricorderò sempre questa serata, e questa bella azione che per voi non mi sono ucciso! E già che non moro chiù dateme lo palettò e l’ombrello.
ALESSIO
: Sissignore tenete. (Li dà.) (E mè piglio io na puntura, si sapeva lo faceva sparà!...).
FELICE
: Signore, per semplice ricordo quegli otto soldi.
ALESSIO
: (M’aveva scordato l’otto soldi). Tenite chiste so’ l’otte solde.
FELICE
: Oh, grazie, padre mio, grazie.
ALESSIO
: Ah! Quanto è bello salvare un uomo dalla morte! Io già sento una voce che mi dice... (Starnuta.)
FELICE
: Che ve dice la voce?
ALESSIO
: Che aggio pigliato lo catarro cchiù forte.

SCENA OTTAVA

Concetta, Giustina e detti, poi Don Antonio.

CONCETTA
(con cartoccio di paste): Guè, tu sì benuto finalmente, la carrozza addò sta?
ALESSIO
: La carrozza non l’aggio potuta trovà, invece vi presento questo caro giovine... come vi chiamate?
FELICE
: Felice Sciosciammocca a servirvi. (Vede il cartoccio.) Mè nce lo mangiamo a casa questo?
ALESSIO
: (S’ha ncaparrata la cena). Per certi fatti suoi si voleva sparare, io ce l’ho impedito, e l’ho invitato per questa notte a dormire in casa nostra.
GIUSTINA
: Avete fatto buone papà, povero giovine!
CONCETTA
: Ha fatto male, perché un giovine che non si conosce, non si ammette in casa di notte!
ALESSIO
: Lo conosco io, e basta, il galantuomo subito si vede.
CONCETTA
: Io non aggio visto niente ancora.
ALESSIO
: Tu non hai da vedere niente!
CONCETTA
: Come sì patrone tu, so’ patrona pur’io.
ALESSIO
: Io sono il marito, e faccio quello che mi pare e piace.
CONCETTA
: Io sono la mogliera, e comme tale te dico che no sconosciuto dinta a la casa non lo voglio.
FELICE
(per spararsi.)
GIUSTINA
: Papà, chillo se spara! (Gridando, tuoni.)
ALESSIO
(corre a trattenerlo.) Levate stu cuorne de carnacottaro da lloco. Sono io che comando in casa mia! (Alle donne:) Camminate avanti, che noi veniamo appresso.
CONCETTA
: Lo palettò che n’haje fatto?
ALESSIO
: Me l’aggio vennuto.
CONCETTA
: Ah, te l’haje vennuto, e mò vene a chiovere. L’ombrello addò sta?
ALESSIO
: Me l’aggio vennuto.
FELICE
: (N’auto ppoco se venneva pure lo cazone).
CONCETTA
: Ah, pure l’ombrello, và trova pecché te l’haje vennuto, a la casa parlammo. (A Gius.) Jammoncenne. (Viano.)
ALESSIO
: Non la date retta, venite.
FELICE
: Grazie, padre mio, mio salvatore.
ANTONIO
(uscendo dalla farmacia): Don Alessio, volete perdonarmi quella mancanza involontaria?
ALESSIO
: Mai! L’insulto è stato grave!
ANTONIO
: Vedete, lo schiaffo, era diretto appunto a questo giovine.
ALESSIO
: A voi?
FELICE
: Sissignore, lui me n’ha cacciato dalla farmacia, ha posto mpuzatura co lo principale.
ANTONIO
: Sissignore, quando voi avete bussato, credevo che era lui, perciò vi ho dato lo schiaffo.
ALESSIO
: Ah, benissimo! Allora facciamo così: quando voi vi farete dare uno schiaffo da questo giovine, mia figlia sarà vostra.
ANTONIO
: Ah, ma questo è impossibile!
ALESSIO
: Non sento, questa è l’ultima mia volontà, quando vi farete dare uno schiaffo da questo giovine, mia figlia sarà vostra. (A Felice:) Venite. (Via.)
FELICE
: Quando volete sono a vostra disposizione, mi comandate e io vengo a servirvi.
ANTONIO
: Io mò pe causa toja aggia avuta perdere chella guagliona e quattemila franchi de dote, e pò pe che? Pe n’ommo che non è buono a niente. Ah, ca te voglio!... (Gli si avvicina.)
FELICE
(gli punta contro il revolver, e l’insegue.)
ANTONIO
: No, Felì pe ccarità, non sparà. (Soggetto, scappa nella farmacia e chiude subito.)
FELICE
: Da oggi in poi lo ppane me faccio mancà, ma chisto no! (Mostra il revolver.)

(Calo la tela.)

Fine dell’atto secondo
 
ATTO TERZO

 
Casa di Alessio, salotto di dentista, porta in fondo con tre laterali e finestra prima quinta, a destra. Nel mezzo grande tavolino ovale con l’occorrente per scrivere, album di ritratti-giornali e campanello. A sinistra in fondo una vetrina con scatolini, maniesti, bottiglie di medicine, ecc. In fondo a destra una mensola con orologio.

SCENA PRIMA

Saverio, Totonno, e un servo.

SAVERIO
: Tu tieni troppe chiacchiere, ragazzo mio, io vado trovando Don Alessio il dentista... questa è la casa del dentista?
SERVO
: Sissignore, qua abita, ma vi sto pregando che il dentista poco prima è uscito.
SAVERIO
: E come, a quest’ora è uscito, non sono ancora le nove, e comme l’è venuto in testa di uscire?
SERVO
: Oh, chesta è bella, e io saccio chesto?
TOTONNO
: Basta, possiamo aspettare qua?
SERVO
: Padronissimi, ve potete pure assettà. (Via.)
TOTONNO
: Ma insomma, eccellenza, se po’ appurà pecché m’avite fatto sosere a primma matina, e tutte e duje simme venute ccà?
SAVERIO
: E comme tu non andevine pecché songo venuto ccà?
TOTONNO
: Pe ve fà tirà quacche mola?
SAVERIO
: Tu che mola, altro che mola, teh, siente ccà che me scrive lo guardaporta. (Tira fuori un biglietto e legge:) «Quella persona, domani andrà dal dentista Alessio de Casagrandissima. Vi saluto e sono il guardaporta». Ah, lettera cara, lettera bella. (La bacia.)
TOTONNO
: (Chisto pure Aversa lo portano!).
SAVERIO
: E siccome lo guardaporta non me dice mai l’ora precisa, così sono venuto mo’... nuje passammo la jornata ccà.
TOTONNO
: Oh! Adda essere proprio na bella jomata; ma che scusa trovate pe stà ccà?
SAVERIO
: Non nce vè niente, dico che t’aggio accompagnato, pecché tu l’haje da fa tirà no dente.
TOTONNO
: Oh, eccellenza, chesto è impossibile, non nce pensate, ve pare, me faccia tirà no dente buono.
SAVERIO
: E che male nce sta, si sente un po’ di dolore in quel momento, ma poi tutto finisce.
TOTONNO
: No, eccellenza, comandatemi in tutto, ma in questo non posso servirvi, è impossibile!
SAVERIO
: Va bene, non ne parliamo più. Io mi credeva che tu sentivi affezione, che per me avresti fatto qualunque cosa, e perciò nel testamento che feci l’altro giorno, ti lasciai erede di 100 mila lire, una volta che tu ti neghi ad una piccola cosa, mè che baco a la casa, annullerò il testamento.
TOTONNO
: Nonsignore non annullate niente, pe carità!
SAVERIO
: E te faje tirà lo dente?
TOTONNO
: Va bene, me facevo tirà lo dente!
SAVERIO
: Bravo Totonno!
TOTONNO
: Ma insomma, vuje che vulite fà co sta femmena, quanno ce parlate, quanno ve spiegate?
SAVERIO
: Che saccio, Totò, io me metto scuorno, e po’ che le dico, io so’ nzurato... Quanno l’auta sera l’accompagnajeme a la casa, dinta a la carrozza, sentiste lo zio che dicette: Chi si deve sposare mia nipote, deve farlo là, sul tamburo.
TOTONNO
: Allora, scusate, che perdite a fà lo tiempo.
SAVERIO
: L’amo Totonno mio, l’amo troppo, damme no consiglio, che dovrei fare?
TOTONNO
: Chesto che cos’è, no signore che tene li denare che tenite vuje, se perde de chesta manera. Vuje avite ditto che stamattina ha da venì ccà? Embè, quanno la cogliete da solo a sola, nce lo dicite, quatte e quatte fanno otto.
SAVERIO
: Sì, haje ragione... le dico: Signorina, se mi amate, la mia fortuna sarà vostra!
TOTONNO
: Bravo accussì!
SAVERIO
: Non te n’incaricà, nce penzo io... a proposito, Totò, non haje avuto nisciuno telegramma cchiù da Salierno?
TOTONNO
: No, stammatina l’aspettava, ma simme asciute accussì priesto... po’ essere pure che mè è venuto.
SAVERIO
: Allora, Totò, curre all’allergo, vide si è venuto, fammo sto piacere.
TOTONNO
: E buje m’aspettate ccà?
SAVERIO
: Sì, t’aspetto ccà, curre fa priesto. (Tot. via.) Vedete la combinazione, tutta la mia felicità dipende da una panza.

SCENA SECONDA

Concetta e detto, poi campanello di dentro e servo, poi Giustina.

CONCETTA
: Il signore cerca di mio marito Alessio?
SAVERIO
: Sì, signora il Dentista.
CONCETTA
: Non c’è, è uscito da poco.
SAVERIO
: Aspetterò, se non vi dispiace?
CONCETTA
: Aspetterete molto, credo, perché le operazioni egli le fa dalle 10 fino a mezzogiorno.
SAVERIO
: Oh, non fa niente, non sono io che ho bisogno di lui, è un mio amico che verrà fra poco, il quale s’ha da fà tirà no dente.
CONCETTA
: Ah, non siete voi?
SAVERIO
: No, io tengo la dentatura di acciaio. Anzi, ho pensato, giacchè alla 10 incominciano le operazioni, adesso vado a far digiunè, qui alla trattaria di rimpetto, e poi ritornerò.
CONCETTA
: Fate come credete.
SAVERIO
: Se verrà questo amico a domandare di me, mi farete la gentilezza di farlo attendere. Ecco la mia carta da visita. (La dà.)
CONCETTA
: Va benissimo.
SAVERIO
: Con permesso?
CONCETTA
: Servitevi. (Sav. via — leggendo:) «Conte Saverio Chichione». Vi che aute nomme, Chichione! (di d. ad. suona il campanello due volte.)
SERVO
(uscendo dal fondo): Signò, lo sentite? chisto è Don Feliciello; ma che avimma fà, sta facenno chesto da stanotte, ogne tanto tozzolea.
CONCETTA
: Vuje vedite che avimmo passato co chisto, lo pigliajeme pe ccarità l’auta sera mmiezo a la strada, pe causa de chillo ciucce de mariteme, e chillo se mette a tuzzulià e commannà comme se fosse casa soja!
SERVO
: Aissera me facette na cancariata, pecché ncopa a lo lietto, trovaje uno cuscino —. (Di dentro c. s. campanello.) Lo sentite?
CONCETTA
: Va vide che bò. (Servo via a d. poi torna.) Stammatina, o Alessio ne lo caccia, o faccio revotà la casa.
GIUSTINA
(dalla seconda a s.): Mammà, Don Feliciello s’è scetato?
CONCETTA
: Sissignore, s’è scetato; ma vorria sapé che te ne preme a te de sapé chesto?
GIUSTINA
: Aggio addimannato, chesto che cos’è, non pozzo manco addimannà si s’è scetato?
CONCETTA
: Piccerè, tu a chillo non lo guardà manco nfaccia sà, — già pure è buono che stammatina se ne va.
GIUSTINA
: Se ne va?
CONCETTA
: Se ne va, se ne va, quello è un disperatone, capisci, e mò che vene pateto ha da sentere a me!
SERVO
: Signò, ha ditto che stammatina invece de cafè, vò latte e ccafè; pecché le fa male lo pietto.
CONCETTA
: Quanno le fa male lo pietto se ne va a lo spitale, nuje latte e ccafè non ausammo, non lo dà udienza, vattenne. (Servo via.)
GIUSTINA
: Mammà, che brutto core che tenite!
CONCETTA
: Tu non te n’incaricà, sicuro, mò faceveme lo latte e cafè pe isso.

SCENA TERZA

Alessio, e dette, poi Felice.

ALESSIO
: Buongiorno; neh, dice che so’ venute due signori a cercarmi?
CONCETTA
: Sì, uno mò se n’è ghjuto, e m’ha lasciato sto biglietto da visita, tiene.
ALESSIO
(legge): «Conte Saverio Chichione». Caspita! Un nobile! E ha ditto che torna?
CONCETTA
(di malagrazia): Torna, sissignore, mò torna.
ALESSIO
: Ma che cos’è, Concè, pecché staje accussì?
CONCETTA
: Sto accussì, pecché non intendo de tené chiù dinta a la casa quel vagabondo!
ALESSIO
: Chi?
CONCETTA
: Il signor Don Feliciello, che tu senza sapé chi era e chi non era, te l’haje messo in casa. Ajssera facette na cancariata a lo servitore pecché trovaje uno cuscino ncoppa a lo lietto — Stanotte ha fatto un’arte a tuzzilià sempe, stammattina po’ voleva lo latte e cafè, è cosa che po’ innanze chesta?
ALESSIO
: Povero giovane, quello è toccato un poco al cervello.
CONCETTA
: E se ne va Averza! Insomma chiammatillo, e dincelle che se ne jesse, nui cca non lo putimmo tenere, la gente va trova che se crede.
GIUSTINA
: Che s’ha da credere la gente, quanno chillo è no povero giovine che non have addò j.
CONCETTA
: E sì, nce lo tenimmo nuje dinta a la casa, è giovine, se mette a faticà — Alesio, tre prevengo, che se non nce lo dice tu, nce lo dico io, e tu lo ssaje, che io tengo brutti modi!
ALESSIO
: Va bene, mò nce penzo io.
GIUSTINA
: Almeno facitelo sta n’auti tre quattro juone.
CONCETTA
: Tu statte zitta, si l’appura Don Antonio che tu nce parle co tanta premura, va trova che se crede.
GIUSTINA
: Mammà, io Don Antonio non lo voglio, primma pecché non me piace, e po’ pecché dette no schiaffo a papà, è vero papà che non me l’aggia spusà?
ALESSIO
: Sissignore, ma io gli ho dato un mezzo per riparare a quella mancanza, se lo fa, allora figlia mia, te l’hai da sposare, perché io ho dato la mia parola.
GIUSTINA
: Avete fatto male, pecché a me non me piace. (Via seconda quinta a sinistra.)
CONCETTA
: Non te piace mò, te piace appriesso!... Alè chiammate a chille, e mannannillo, si no stasera nce appiccecammo. (Via a sinistra.)
ALESSIO
: Voi vedete io che aggio passato? Chella have ragione, no giovinotto dinto a la casa senza fà niente. (Alla porta a destra.) —Do Felì, uscite no momento qua, vi debbo dire una cosa... Io mò non saccio io stesso come aggio d’accomincià... tengo no core così debole... già chillo subito lo capisce, è de no carattere così orgoglioso, basta na parola.
FELICE
(esce fumando una sigaretta): — Buongiorno, mio salvatore. (Passeggia.)
ALESSIO
: Buongiorno. Avete dormito bene stanotte?
FELICE
: Eh, non c’è stato male, m’aggio fatte tanta brutte suonne, già se capisce, quanno dormo con uno cuscino me lo fa sempre.
ALESSIO
: Potevate chiamare, e vi si dava l’altro.
FELICE
: Sì, l’ho chiamato tante volte quella bestia del servitore, ma quello che sò mi tratta con una maniera come se fossi l’ultimo de la casa, io la verità, sono molto lagnoso!...
ALESSIO
: (So’ cose che succedono sulamente a me!). Accomodatevi. (Seggono.) (Non saccio comme accomincià.) Sentite D. Felì, io credo che incominciate a seccarve a stà ccà, è vero?
FELICE
: No, e pecché, io per me sto bene, anzi stammattina me mando a prendere quel poco di roba che tengo sulla locanda, me la faccio portare qua voglio stare quieto quieto, non voglio dare udienza più a nessuno, quella donna mi ha fatto soffrire assaj! Avvarria da essere pazzo a ghirmene de ccà, e perché?
ALESSIO
: (No, lo discurso è accominciato buono!). Ma vedete Don Felì, noi abbiamo una casa molto angusta, non possiamo...
FELICE
: Oh. per carità, e che altro volete fare, bastantemente, anzi io sono proprio mortificato di tante gentilezze che mi istate usando, e poi caro signore, a me non me fa specie niente più io voglio morire dinta a sta casa.
ALESSIO
: (Mò aggia penzà pure pe li funerale!). Ecco ccà D. Felì... Ve voleva dimandà na cosa, come vostro amico, voi dovete mettermi a parte dei vostri progetti, e mi dovete dire la verità!
FELICE
: Oh, si capisce, voi mi avete salvata la vita, che volete sapere?
ALESSIO
: Voleva sapere che cosa pensate di fare, voi qua non potete stare sempre!
FELICE
: Ho capito... voi me ne cacciate, stasera me sparo.
ALESSIO
: E sparatevi che vulite da me! (Fel. soggetto.)
FELICE
: Io già me n’èra accorto, me l’aggio sunnato pure stanotte, tanto naturale, non fa niente me ne vado.
ALESSIO
: (Vuje vedite comme l’aggio combinato a chisto!).
FELICE
: Già non era vita per me, io domani o dopo domani vi licenziava.
ALESSIO
: (E già licenziava lo servitore!). Ma vedete Don Felì, voi dovete vestirvi della mia posizione... tenere un giovane in casa... con una figlia zitella, capite?...
FELICE
: Oh, capisco, capisco, e poi, caro signore, a me nemmeno mi conveniva, stare così, senza far niente, vivere sulle spalle di un altro, vivere di carità, di compassione — Oh, no! Meglio la morte! M’avete levate lo revolvere, e che n’avete cacciato, nce stanne tanta mezzi per morire... mò vediamo... me strafoco... me butto da sopra a basso... piglio na forbice e me taglio li cannarine... mò vediamo.
ALESSIO
: Mò vediamo se la fenite, mò vediamo. (Io aggio passato lo guaio co chisto). Si sapisseve tirà li diente io ve tenarria co me a giovene mio, ma voi non lo sapete fare?
FELICE
: Ve pare, saccio tirà i denti io, si no da quanto tiempo v’avarria tirato sette otto mole. (Lazzi.)
ALESSIO
: Aspettate, sapete che volete fà, per questa giornata statevi in casa mia, perché io cercherò domani di piazzarvi in qualche farmacia. Intanto mò che vengono i signori, le signore, qualche cliente mio...
FELICE
: Dite la verità, me vulite fà cercà l’elemosina.
ALESSIO
: L’elemosina? E già aveva posto lo poveriello dinto a la casa — si non me facite parlà.
FELICE
: Ma elemosina mai!
ALESSIO
: Mò che vengono i signori, le signore, vuje facite vedè che sete venuto per ve fà tirà na mola, e che non avete inteso affatto dolore. Ve mettete a gridare! Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui! Ma però quando c’è molta gente, specialmente fuori al primo salotto, llà a n’auto poco sapite quanta gente vengono, così raggiungiamo due scopi, primo pe nun fà vedè che state dinta a la casa mia senza fà niente e poi per fare una specie di reclame, capite?
FELICE
: Ho capito, la gente che sente... Debbo mentire!
ALESSIO
: Io ve ringrazio tanto tanto della buona opinione che avete di me!
FELICE
: No, dico, debbo mentire che non mi ho tirata la mola.
ALESSIO
: Ah, già.
FELICE
: Va bene, io farò tutto quello che dite voi, perché mi ricordo sempre che mi avete salvata la vita.
ALESSIO
: Non pensate a chesto mò.
FELICE
: Quanto siete buono, padre mio.
ALESSIO
: Figlio mio.
FELICE
: Aggio ditto a lo servitore no poco de latte e cafè, ancora me l’ha da portà.
ALESSIO
: E mò ve lo porterà, non dubitate.
FELICE
: Me vorrei provare quelle parole che m’avete detto: Che dolore...
ALESSIO
: E sì faciteme na bella reclame. — Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui...
FELICE
(ripete tre volte gridando — e via a destra.)
ALESSIO
: E chillo mò me revota la casa! Io l’aggio ditto che chillo ha da patì no poco co la capa!

SCENA QUARTA

Totonno e dette, poi servo e Nannina, poi Alessio.

TOTONNO
(entra come se cercasse qualcheduno): Signore, buongiorno.
ALESSIO
: Buongiorno.
TOTONNO
: Scusi, è andato via il signore che mi stava aspettando?
ALESSIO
(legge la carta da visita sul tavolo): — Forse parla del sig. Conte Saverio Chichione?
TOTONNO
: Per l’appunto! Io sono suo amico.
ALESSIO
: Sissignore, è andato via, ma è rimasto detto che adesso torna.
TOTONNO
: Benissimo — allora l’attenderò qui.
ALESSIO
: Faccia il suo comodo. Da qui a poco io dò principio alle visite. Con permesso? (Via a sinistra.)
TOTONNO
: Si serva — Ma chillo overo è pazzo sà, ha ditto che m’aspettava ccà, e po’ se n’è ghiuto. Aggio trovato sto telegramma all’albergo che l’ha da fà piacere... la mogliera sta peggio... mò co sta notizia certo n’auta cinquantina de lire m’abbusco... mò vedimmo si non lo spoglio.
SERVO
: Favorisca, s’accomodi.
NANNINA
: Grazie. (Vedendo Tot.) Signore. (Siede.)
TOTONNO
: Signorina — (sta figliola pare che la conosco, ma non me ricordo addò l’aggio vista!).
NANNINA
: Abbasta che sto dentista non me fa aspettà assaje, si no aizo ncuollo e me ne vaco.
TOTONNO
: Eh, non c’è peggio a questo mondo che il dolore di mola, si dice: dolore di mola, dolore di cuore!
NANNINA
: Io questo paragone non lo trovo troppo adattato.
TOTONNO
: E perché, signorina?
NANNINA
: Perché quando vi fa male la mola, venite dal dentista e ve la fate tirare, ma quando vi fa male il cuore, chi ve lo tira?
TOTONNO
: Avete ragione, chi ve lo tira? (Aspetta chesta me pare ch’è fioraia... sissignore, essa è). Scusate... voi mi pare che siete fioraia?
NANNINA
: Per servirla.
TOTONNO
: Oh, favorirmi sempre... io volevo dire.... me pareva na faccia conosciuta, io vi ho visto molte volte.
NANNINA
: Anche la vostra voce non m’è nuova.
TOTONNO
: Eh, chi sa... e siete venuta qui per farvi tirare qualche mola?
NANNINA
: No, per carità... sono venuta a comprarmi uno scatolino di polvere pei denti, che mi hanno detto essere una specialità di questo dentista. No, io denti non me ne faccio tirare, me metto paura... sapete che dolore si sente?
TOTONNO
: Si sente dolore?
NANNINA
: Molto!
TOTONNO
: Ma quando si capita un buon dentista, anzi uno si leva una sofferenza... lo guaje sapite qual è, quanno v’avita fà tirà no dente buono, no dente qualunque che non ve fa male.
NANNINA
: Uh! Chi se lo fa tirà no dente buono? (Ridendo.)
TOTONNO
: Chi se lo fa tirà, io proprio.
NANNINA
: Vuje!
TOTONNO
: Sissignore, io!
NANNINA
: Oh, questa è bella, e perché? (Ridendo.)
TOTONNO
: Perché... perché... per amicizia... un amico che non mi son potuto negare... no pazzo! Siccome ha appurato che stammattina ha da venì la nnammorata ccà pe venì pur’isso, ha trovata la scusa che io m’aveva da tirà no dente, e isso m’ha accompagnato.
NANNINA
: Oh, chesta è bella assaje!
TOTONNO
: E vuje che ne sapite, chillo pe chella femmena fa cose de pazze! So’ quatte jurne che l’ha conosciuta e ha già spiso no sacco de denare!
NANNINA
: è ricco?
TOTONNO
: Ricco? Eh ricco!... chillo tene 10 milioni!
NANNINA
: Dieci milioni?
TOTONNO
: Già, e si no non potarria fà chelli strambezze.
NANNINA
: E comme se chiamma sto signore? Se posso saperlo però?
TOTONNO
: Oh, e che fa... se chiamma Saverio Chichione.
NANNINA
(con un salto): Che! Saverio Chichione! (Gridando.)
TOTONNO
: (L’ha fatto sensazione Chichione!). Ma pecché sta sorpresa?
NANNINA
: No niente... sto cognomme non m’è nuovo... E scusate... sta nnammurata soja chi è?
TOTONNO
: Una certa Elisa Bonè.
NANNINA
(con grido): — Che! Elisa Bonè.
TOTONNO
: Ch’è stato? Me facite fà no zumpo a la vota.
NANNINA
: No niente... sto nomme manco m’è nuovo.
TOTONNO
: Isso sapite addò la vedette la primma vota?
NANNINA
: A lo veglione a lo Fondo.
TOTONNO
: Brava, a lo veglione a lo Fondo, e steva vestuta da...
NANNINA
: Da folletto!
TOTONNO
: Sissignore. E io e isso steveme vestute da...
NANNINA
: Pagliacci.
TOTONNO
: Signuri, e vuj comme lo ssapite? Ve l’ha ditto essa.
NANNINA
: No, essa l’ha saputo da me.
TOTONNO
: Come s’intende?
NANNINA
(ride forzatamente): — Ah, ah, chesta mò è stata veramente na bella cosa, na bella tirata de mente... brava la signorina Elisa... me pare che ballò no valzer pure con voi.
TOTONNO
: Sissignore.
NANNINA
: E mentre abballaveve le disteve no pizzeco.
TOTONNO
: (Ntranchete ntrà). Signorina, dite la verità, quel folletto forse?...
NANNINA
: Quel folletto era io, e siccome io abito a porta de casa con questa signorina Elisa, così, pe fà no scherzo, quanno m’addimannasteve io comme me chiammava, invece de dirle lo nomme mio, ve dicette lo sujo.
TOTONNO
: Sangue de Bacco, ho capito, allora chella avenno la lettera mmano s’ha creduta che era pe essa.
NANNINA
: No, pecché io le cuntaje tutto lo fatto, e rimanetteme che si aveva qualche lettera me lo faceva sapé.
TOTONNO
: Chella invece pensaje de non se n’incaricà, e pigliarse essa tutto chello che veneva a buje, ma chisto è no fatto veramente curiuso assaje.
NANNINA
: A me, capirete non me mporta niente, anze, agge piacere si se lo sposa.
TOTONNO
: Che spusà... che ha da spusà... llà sta lo fatto de la panza, chillo è nzurato.
NANNINA
: Ah, è nzurato?
TOTONNO
: Sissignore, tene la mogliera a Salierno.
NANNINA
: E che età tene?
TOTONNO
: Chi la mogliera?
NANNINA
: No, isso.
TOTONNO
: Na cinquantina d’anne.
NANNINA
: 50 anne! E nzurato! Ah allora ha fatto buono Elisa che la lettera se l’ha pigliata essa... Io lo vaco trovanno giovine, scuitato... simpatico.
TOTONNO
: Sentite signorina, giovane e scoitato potrei essere io... simpatico non sò... fate bene le vostre osservazioni... (Gira su se stesso.)
NANNINA
: E pecché v’avarria dì na buscia?
TOTONNO
: No, voi siete veramente na sciasciona. Vuje tenite duje uocchie che fanno ncantà... quanto saria contento si vui ve mettarisseve a fà l’ammore co mmico.
NANNINA
: E pecché no... abbasta che non se tratta de fà commeddia.
TOTONNO
: No, che commedia, io ve lo dico con tutto il cuore perché voi siete bella, siete na simpaticona! (Le bacia più volte la mano.)
ALESSIO
(avvicinandosi): Quanno po’ avite finito, me lo sapite a dicere: ma che ve credite de sta a la casa vosta? (I due si scostano.)
TOTONNO
: Scusate, mi sono un poco trasportato.
ALESSIO
: E non v’avita trasportà! Mi meraviglio di voi signorina...
NANNINA
: Scusate, ccà non se steva facenno niente de male chillo la mano m’ha vasata.
ALESSIO
: E sì, che ne parlammo a fà... Basta, voi che aspettate a me?
NANNINA
: Sissignore, voglio uno dei scatolini di polvere pei denti che avete voi, perché me ne hanno parlato tanto bene, dice che è una vostra specialità, non sò come voi siete buono a fare delle specialità.
ALESSIO
: No, li specialità li ghiate facenno vuje a la casa dell’aute... Ah, per questo siete venuta?
NANNINA
: E se sape, sinò che nce aveva venì a fà ncoppa a sta casa?
ALESSIO
: E si non ce veniveve, faciveve meglio. (Prende lo scatolino dalla cristalliera e l’avvolge.)
NANNINA
: Non saccio che maniera de bestia tenene la gente, trattà accussì le persone che vengono ad onorarvi!
ALESSIO
: Ve prego non me lo venite a fà spisso st’onore.
TOTONNO
: Calmatevi signorina, fatelo per me.
NANNINA
: Per voi mi calmo. (Tot. le bacia la mano.)
ALESSIO
: (Ma quanto è farenella chisto!). Ecco servita. (Le dà lo scatolino.)
NANNINA
: Grazie quanto viene?
ALESSIO
: Due lire. (Altri lazzi di Tot. che vuole pagare; le bacia la mano.) (Nce ne steva n’auto surzo!)
NANNINA
: Ecco, prendete. (Gli dà le due lire.) Neh a rivederci.
TOTONNO
: Come! Ve ne andate?
NANNINA
: Oh, scusate. (Gli dà la mano.)
TOTONNO
: Oggi vengo a casa a trovarvi e combineremo tutte cose.
ALESSIO
: Mò facite buone, jate a la casa, jate a la casa.
NANNINA
: Basta che non tenite ntenzione de pazzià.
TOTONNO
: Una vota se parla, io so’ l’ommo che quanno dico na cosa la sostengo.
NANNINA
: E mò vedimmo, stateve bene. (Dopo lazzi via.)
TOTONNO
: A rivederci, simpaticò, sciasciò. (Lazzi, accanto alla porta di fondo, poi si volta e dice ad Alessio.) Professò, scusato, alle volte l’uomo commette delle mancanze non volendo.
ALESSIO
: Non me facite ridere, non volendo! Sono cose che non stanno, come me so’ trovato trasenno io, se trovava trasenno quacche signore, che figura me faciveve fà. (Prende il campanello dal tavolo per, suonare.)
TOTONNO
: Io questo ho detto fra me, ci avete fatta una brutta figura.
ALESSIO
: (Mò le mengo lo campaniello nfaccia!). (Suona.)

SCENA QUINTA

Un servo, poi Felice, indi Saverio.

SERVO
: Comandate?
ALESSIO
: Fuori c’è nessuno?
SERVO
: Ci sono tre signori ed una signora.
ALESSIO
: Da quanto tempo sono venuti.
SERVO
: Mò proprio.
ALESSIO
: Mò proprio? Va bene!... Allora falle aspettà na mezz’ora e poi li fai entrare uno alla volta.
SERVO
: Va bene. (Via.)
ALESSIO
: Permettete?
TOTONNO
: Servitevi.
ALESSIO
: (Vi che cannela che m’anno fatto tené!). (Via.)
TOTONNO
: Sangue de Bacco, voi vedete la combinazione! Intanto D. Saverio se crede che è chella... io non le dico niente de sto fatto, quanno po’ me l’aggio spusata nce lo dico, chillo è no muorzo che me l’aggia pappà io!
FELICE
(esce gridando): Che dentista, che genio, non c’è che lui! Non c’è che lui!
TOTONNO
: Chi siete voi?
FELICE
: Eh, vado gridando, che dentista, che genio, non c’è che lui! Non c’è che lui!
TOTONNO
: (Puozze scolà, vì che paura che m’ha fatto mettere). Tutti ne parlano bene di questo dentista?
FELICE
: E chi volete che ne possa parlar male, caro signore, quello ha avuta l’abilità di tirarmi una mola, senza farmi sentire l’ombra del dolore, comme se m’avesse tirato no bottone da faccia a lo soprabbito. (Gridando:) Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui!
SAVERIO
: Eccomi qua, Totò, m’haje da dicere niente?
FELICE
: Che dentista, che genio, non c’è che lui!
SAVERIO
: Eh! V’avita sta zitto, nce avita fà parlà!
FELICE
: Eh! Ma io pure aggia j facenno chesto, si no non magne. Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui! (Via.)
SAVERIO
: Ma che è pazzo?
TOTONNO
: Va strillanno pecché dice che s’ha tirato no dente e non ha inteso dolore.
SAVERIO
: Basta, Totò sì stato all’allergo?
TOTONNO
: Sissignore.
SAVERIO
: E hai trovato quacche telegramma?
TOTONNO
: Sissignore.
SAVERIO
(con gioia): Veramente?
TOTONNO
(tiro fuori il teleg.): Aggio trovato chisto telegramma.
SAVERIO
: E lasseme sentì che dice?
TOTONNO
(legge): «Antonino Pichillo Hotel Royal Napoli, Pancia D. Candida, ingrandita altri 20 centimetri, punta ieri sera, acqua pochissima. Nicola».
SAVERIO
: 20 centimetri? Mamma mia, e chella moglierema ha da paré Carnevale!... Una cosa però, mò che steva dinto a la trattoria, aggio penzato, che chella mò che vene se porta lo zio appriesso, io comme faccio, comme nce parlo co lo zio nnanze?
TOTONNO
: E vuje pe chesto ve perdite? Mò ve dongo io no consiglio... Dimane a sera date na festa de ballo all’albergo, invitate quanto cchiù gente potite, io pure cerco de portà quacche amico, quacche figliola, mò che loro venene, vuje l’invitate a tutte e duje, zio e nipota... quanno po’ è dimane a sera, mentre tutte quante abballene, se spassano e stanne allegre, vuje coglite no momento, la ncucciate sole, e le dicite tutte cose.
SAVERIO
: Sangue de Bacco... tu vaje tant’oro quanto pise, tu sei il mio genio tutelare!

SCENA SESTA

Alessio, indi Servo, Carmeniello ed Elisa.

ALESSIO
: Avanti chi entra.
SAVERIO
: Oh, voi state qua?
ALESSIO
: (Uh, chillo che s’accattaje lo palettò e l’ombrello). E così, che riuscita v’ha fatto quella roba?
SAVERIO
: Eh, non c’è stato male.
ALESSIO
: Eh, quella era roba finissima.
SAVERIO
: Vuje ve pigliaste 1200 lire.
ALESSIO
: Me le pigliaie io, me le disteve vuje, mò tengo questo qua: (mostra il soprabito che ha indosso) ve lo dò per 500 franchi.
SAVERIO
: Chisto lloco l’avita dà a lo primo saponaro che passa chillo ve dà cinche sei mela cotte.
ALESSIO
: E adesso che cosa posso servirvi?
SAVERIO
: Tengo quest’amico mio, co no dente che le dà spaseme de morte, sapendo che voi siete un bravo dentista, l’ho portato qua.
ALESSIO
: Voi?... Voi?... va bene. Lasciateme vedé qual è sto dente?
TOTONNO
: Questo qua. (Professò, a me non me fa male nisciuno dente, avita fà vedé che me lo tirate.)
ALESSIO
: (E pecché?).
TOTONNO
: (Jamme dinto che ve conto tutte cose).
ALESSIO
: (No, no pare de mole ve l’aggia tirà!).
TOTONNO
: (Vuje non me tirate niente).
ALESSIO
: Favorite con me. (Entra.)
TOTONNO
: Eccellenza, mò non me lo faccio tirà?
SAVERIO
: Mò vaco a straccià lo testamiento.
TOTONNO
: (All’arma de mammeta!). (Entra.)
SAVERIO
. Cielo mio falla venì ambressa, io da ccà non me ne vaco, doppo che m’aggia fà tirà no dente pure io.
SERVO
: Favorite, accomodatevi. (Via.)
ELISA
: Grazie.
SAVERIO
: (Eccola ccà). Signora?
ELISA
: Signor Conte.
SAVERIO
: Cavaliere.
CARMENIELLO
: Rispettabilissimo Signor Chiochiero.
SAVERIO
: Che Chiochiero, Chichione.
CARMENIELLO
. Ah, già Chichione.
SAVERIO
: Sono veramente fortunato d’incontrarvi qui sopra.
ELISA
: è una cosa veramente inesplicabile, che dove andiamo noi, troviamo voi. Oggi proprio non pensavo di trovarvi qui.
CARMENIELLO
: (Vì comme lo sape fà, chella tene la ntesa co lo guardaporta).
SAVERIO
: Combinazioni, che volete, combinazioni favorevoli. (Seggono.) E siete venuta per qualche dente forse?
ELISA
: Sì, non per me, ma per mio zio che ha bisogno di farsene cavare uno.
SAVERIO
: Vi duole molto?
CARMENIELLO
: Uh! M’ha fatta fà la nottata chiara chiara.
SAVERIO
: Anche un amico mio è dentro col professore per la stessa ragione, io lo sto aspettando qua.
ELISA
: Che brutta cosa è quella di aspettare. Zio raccontate qualche cosa.
CARMENIELLO
: Che debbo raccontare?
SAVERIO
: Sì, sì, cavaliere, ve ne prego, qualche favola di Esodo.
CARMENIELLO
: (Quacche fravola de la sora). Mò conto lo fatto de lo micco, lo lione, e la lionessa.
SAVERIO
: Sì, sì, vogliamo sentire lo micco, lo lione e la lionessa.
CARMENIELLO
: Lo micco era tavernaro ricchissimo, mpunto miezojuorno, isso preparava li tavole, e ghievene a mangià, ciucce, cane, cavalle, vacche, mule, doppo mangiate, pagavene e se ne jevene. Dirimpetto a la taverna de lo micco, nce stevene de casa lo lione e la lionessa, che erano frate e sora. Venimmoncenne a nuje, no juorno lo micco va pe s’affaccià a la fenesta vede la lionessa e se ne nnammora. Llà per là, scenne, scrive na bella lettera e nce la manna, dicennole che la voleva a mangià dinta a la taverna soja, la lionessa tutta contenta, nzieme co lo frate, vanno a mangià da lo micco, avettene na tavola scicca, non nce mancava niente... lo lione e la lionessa, aspettavene che lo micco avesse parlato, che se fosse spiegato, ma niente, sto cancaro de micco non se spiegava maje, e l’invitave sempe a mangià. Lo micco teneva cattiva intenzione co la lionessa, pecchesto non parlava. Comme jette a fernì che magne ogge, e magne dimane, lo lione e la lionessa sfrattajene la taverna, e lo micco jette pezzenno!
SAVERIO
: Vi che micco ciuccio!
CARMENIELLO
: (Menomale che te n’adduone).
SAVERIO
: Vostro zio, è un uomo allegro.
ELISA
: Racconta queste cose per farmi mettere di buon umore.
SAVERIO
: Forse qualche volta non lo siete?
ELISA
: Quasi sempre.
SAVERIO
: è un peccato però, una donna come voi deve stare sempre allegra.

SCENA SETTIMA

FELICE
(di dentro): Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui!
CARMENIELLO
: Chi è?
SAVERIO
: (A chillo mò le dongo 10 mila lire e ne lo manno!). è no pazzo, non lo date retta sta facenno chello da mez’ora... anzi a proposito, voleva dirvi una cosa. Siccome domani sera io dò una festa; così spero che mi vorrete onorare.
ELISA
: Con piacere.
CARMENIELLO
: Verremo con tutto il cuore.
SAVERIO
: Una carrozza verrà a prendervi fino a casa.
ALESSIO
: Tutto è fatto! (Esce con Tot.)
SAVERIO
: Hai inteso dolore?
TOTONNO
: Eh, vi pare.
SAVERIO
: Dagli 20 franchi.
ALESSIO
: Grazie.
SAVERIO
: Professò, domani sera io dò una festa, mi onorate?
ALESSIO
: Con tutto il cuore ma...
SAVERIO
: Voi tenete la mia carta di visita con l’indirizzo.
ALESSIO
: Ah, sicuro. (Prende il biglietto sul tavolo.) Ma sa io tengo la famiglia.
SAVERIO
: La porterete, anzi mi fa piacere, quanta più gente porterete meglio è.
ALESSIO
: Va bene vi ringrazio.
SAVERIO
: A rivederci, Totonno, andiamo — Signora, Cavaliere — a domani sera. (Via con Tot.)
ALESSIO
: E a voi, signora, che cosa debbo servire?
ELISA
: Mio zio deve farsi cavare un dente.
ALESSIO
: Vi duole assaje?
CARMENIELLO
: Sì, quando son venuto mi faceva molto male ma adesso il dolore mi è passato.
ALESSIO
: E non lo volete tirare?
CARMENIELLO
: No, è meglio che lo facciamo stare dove si trova.
ELISA
: Allora facciamo così, se questa notte il dolore s’incalza ritorneremo domani.
CARMENIELLO
: Sì, sì, meglio così.
ALESSIO
: Fate come vi piace.
ELISA
: A rivederci. (Elisa via.)
CARMENIELLO
(sotto la porta): La conserva. (Via.)
ALESSIO
: De puparuole. Sto pensanno l’invito che m’ha fatto chillo, llà sà che festa sarrà?!...

SCENA OTTAVA

Felice e detto, poi Concetto e Giustino, indi Servo e D. Antonio.

FELICE
Che dentista, che genio... non me fido cchiù co lo cannarone!
ALESSIO
: E io non me fido cchiù co li recchie! Vuje ne facite fuì tutte quante da ccà ncoppa. Domani sera verrete ad una festa con noi, sono stato invitato da un gran signore.
FELICE
: Con piacere, ma io sto così? (Mostra l’abito.)
ALESSIO
: E nuje ve mettimmo accullì. (Chiama.) Concetta, Giustina? Venite qua.
CONCETTA
Ch’è stato?
GIUSTINA
: Papà che vulite.
CONCETTA
: Chisto sta ancora ccà?
FELICE
: Signora, io ho lavorato fino a mò!
CONCETTA
: Che avete fatto?
FELICE
: Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui!
ALESSIO
: Va buono, domani se ne va. Conce, Giustì, preparatevi perché domani sera, siamo stati invitati ad una festa da ballo da un gran signore ricchissimo.
GIUSTINA
: Oh, che piacere!
CONCETTA
: La carrozzza nce la combinammo primme, non nce capito cchiù.
SERVO
: Signò, fore nce sta D. Antonio, lo promesso sposo de la signorina.
ALESSIO
: E che vuole?
SERVO
: Dice che v’ha da parlà.
ALESSIO
: Fallo trasì.
SERVO
: Favorite. (Via.)
ANTONIO
: Signor D. Alessio, Signora, Signorina...
ALESSIO
: Siete venuto a fare quello che vi dissi?
ANTONIO
: Sissignore, vengo a dare una gran prova di affezione che ho per la signorina... (e pe li quattromila franche, che tene!) faccio tutto.
ALESSIO
: Bravissimo! A voi D. Felice, ritornate lo schiaffo al signore. (Felice, soggetto, e dà uno schiaffo ad Antonio questi afferra Felice e si azzuffano.)
TUTTI
: Eh! Eh! Eh!




Cala la tela.)

Fine dell’atto terzo
 
ATTO QUARTO

 
Grande salone illuminato a festa, mobilia dorata.

SCENA PRIMA

Concetto, Giustino e invitati poi Alessio.

CONCETTA
: Niente, niente, è inutile.
GIUSTINA
: Va buono mammà fernitela.
CONCETTA
: Tu statte zitta, e non me rompere la capa!
ALESSIO
: Guà Conce, jamme dinto che so’ venute li rinfreschi.
CONCETTA
: Io rinfreschi non ne voglio, anzi mò proprio me ne voglio j.
ALESSIO
: Ch’è stato?
GIUSTINA
: Ma che ha fatto neh mammà?
CONCETTA
: Comme che ha fatto chillo sta facenno lo grazioso co tutte li figliole, e po’ nnanze a me, a rischio de farmi venì na commorzione!... E po’ io me ne voglio j per tutte le ragioni, io me sto seccanno tutte quante abballene io no, so’ na matta de scostumate; se io sapeva chesto, non nce veneva.
GIUSTINA
: Ma quanno a primma sera v’ha invitato chillo signore, pecché non avite voluto abballà?
CONCETTA
: Pecché me credeva che isso se pigliava collera, l’aggia fà fernuta, aggia da fà vedé chi songh’io.
ALESSIO
: Vattenne! Nun sapeva che era. Jammo dinto, mò stamme a lo meglio.
CONCETTA
: Ah, stammo a lo meglio... lo sò che state a lo meglio, ed è per questo che io me ne voglio andare, tu me l’avive avvisà che volive fà lo grazioso co tutte le femmine stasera, pecché io non nce sarrìa venuta, che te cride che io sò stupeta, non capisco?
ALESSIO
: Sia fatta la volontà de lo Cielo, ma tu che dice, io faccio lo grazioso co li femmene, quelle sono gentilezze che si usano quando si va ad una festa.
CONCETTA
: Ah, neh, so’ gentilezze, e a me sti gentilezze non me piacene... pecché non me lo diceve primme de spusà.
ALESSIO
: Uh! Che baje mettenno miezo, chisto è affare de 27 anne fa.
CONCETTA
: E già, accussì facite vuje auti uommene, primme facite tanta ammuina pe ve spusà na fanciulla, e doppo spusato non la curate cchiù.
ALESSIO
: E vattenne, se vede proprio che non haje a che pensà fanciulla mia!
GIUSTINA
: Papà, non facite piglià collera a mammà.
ALESSIO
: Figlia mia, chella mammà è pazza! Và, và, và te piglia quacche rinfresco, che mò venimmo nuje pure.
GIUSTINA
: (Papà, diciteme na cosa, D. Feliciello pecché sta accussì de male umore?).
ALESSIO
. (E io che ne saccio s’è mise dinto a n’angolo de muro e non da udienza a nisciuno, chillo è miezo pazzo, non te n’incarricà).
GIUSTINA
: (Papà, sentite... io... me lo vularria spusà?).
ALESSIO
: (Mò sì pazza tu mò!... statte zitta, comme te vene ncapo, chella chesto vò sentere).
GIUSTINA
: (E che male nce sta. Vuje avite pure scombinato tutte cose co D. Antonio...).
ALESSIO
: (Va bene, questo poi si vedrà, vattenne dinto).
GIUSTINA
: (No papà, io lo voglio!). (Via a sinistra.)
ALESSIO
: (Vì che auto guaio che aggio passato!). Conce... Concettè... viene ccà, facimmo pace, jammoncenne dinto non facciamo osservare la nostra mancanza, chi sa che se ponno credere.
CONCETTA
: Va tu, io pe me me resto ccà, afforza co mme haje da trasì, llà nce stanne tanta figliole.
ALESSIO
: Ma che figliole, vattenne, io a te voglio bene, jamme dinto, siente a me.
CONCETTA
: No, non nce voglio venì!
ALESSIO
: Concè non me mettere in punto, che stasera me faje fà lo pazzo, qua stiamo in casa d’un signore, e non voglio fà na cattiva figura... trasimme dinto.
CONCETTA
: No, no, e no!
ALESSIO
: Concè bada a quello che fai, tu mi perdi, tu mi fai scapricciare con qualche figliola di quella.
CONCETTA
: E che me ne mporta a me, oramai, sono rassegnata, ho visto quanto sei crudele!
ALESSIO
: Io non sono crudele, tu mi fai diventà tale.
CONCETTA
: Ti scapricci con qualche figliola, padronissimo, chi te l’impedisce, scapricciatevi, anzi, lasciatemi addirittura, pare che così state con più libertà e potete fare tutto quello che vi piace!

SCENA SECONDA

Carmeniello e detti poi Felice.

CARMENIELLO
(uscendo).
CONCETTA
: Oh, signor Cavaliere, voi forse cercate di me?
CARMENIELLO
: No.
CONCETTA
: Che volete sono venuta un poco in questa stanza perché là c’è troppa folla, troppo calore. Mi dovete scusare signor cavaliere, se non ho voluto accettare l’invito che mi avete fatto per ballare, in quel momento mi sentivo girare la testa ma adesso però mi sento bene, adesso posso ballare, voglio ballare! Andiamo sono con voi, portatemi in quella sala da ballo llà in mezzo alla folla, in mezzo all’allegria, voglio essere la più gaia, la più vispa ballerina, andiamo cavaliere, andiamo a ballare, andiamo a ballare... (Via a sinistra.)
ALESSIO
: E partito il treno merce!... E ghiuto mpazzia moglierema, vuje vedite io che aggio passato, chelle se l’ha scordate che tene 52 anne, intanto io l’aggia secondà, si no non sto cujeto... mo vaco a vedé si la pozzo calmà, io lo saccio, pe farla calmare, l’aggio da fà ballare co me, ma la quistione è, che quanno abballammo io e essa, facimmo sfunnà lo pavimento. (Per andare esce Felice.)
FELICE
: Vuje addò m’avite portato?
ALESSIO
: Addò v’aggio portato, neh, augurio de la casa mia.
FELICE
: Vuje sapite ccà chi nce sta?
ALESSIO
: Chi nce sta?
FELICE
: Elisa!
ALESSIO
: Chi Ehisa?
FELICE
: Come chi Elisa! quella donna che mi ha fatto soffrire, quella che me steve facenno sparà, che voi poi mi salvaste.
ALESSIO
: Neh, e che aggia fà, io sapeva chesto?
FELICE
: Io si sapeva che quella donna stava qua, non ci veniva. M’avite fatto affittà sto vestito, quatte lire io me li mangiava. Poi vedete D. Alè, quella figlia vosta, vò parlà sempe come, mi domanda tante cose,... che sò, se mbruscina, pecché se mbruscina?
ALESSIO
: Amico, mia figlia non è ragazza che se mbruscina!
FELICE
: No, non pecché me dispiace, pecché la piccirella pure bona e... ma capite io tengo ncapo a chella, si no me levo da capo a chella, comme me metto ncapo a essa.
ALESSIO
: Io mò sto a sentì a buje... Permettete?
FELICE
: Addò jate?
ALESSIO
: Vado dentro.
FELICE
: Fateme sta vicino a voi, che io quando sto solo, penzo a tanta brutte cose, me voglio sempre sparare.
ALESSIO
: E maje ve sparate? Va buono stateve vicino a me. (P.a.)
FELICE
: Salvatore mio, salvatore mio.
ALESSIO
: Pascale mio, Pascale mio.
FELICE
: Che dentista, che genio, non c’è che lui, non c’è che lui.
ALESSIO
: Stateve zitto! (Viano.)

SCENA TERZA

Saverio, Elisa, Totonno e Nannina.

SAVERIO
: Qui, qui, signorina, in questa sala.
ELISA
: Si, là dentro c’è un caldo da morire. (Chi si poteva mai credere che Nannina fosse venuta qui.)
SAVERIO
: Se vi fa incomodo a soffiarvi, chiamerò uno dei miei servi, e vi farò soffiare.
TOTONNO
: Non volete più ballare, vi siete già stancata?
NANNINA
: No, caro signore, quando si tratta di ballare, io sono instancabile. Sere fa, al veglione, io ballai tutta la notte.
ELISA
: Signor Conte, la vostra festa, è stata veramente splendidissima, ve ne faccio i mie complimenti.
SAVERIO
: Oh, ma niente, per carità, la festa è bella perché ci siete voi.
NANNINA
: Conte, siete mai stato a qualche veglione?
SAVERIO
: Sì, una sola volta sere fa, io non aveva idea, mi divertii moltissimo, andai con quest’amico, e fu là che ebbi la fortuna d’incontrare un amabile folletto chè m’ha fatto perdere la capa! (Con significato, verso Elisa.)
NANNINA
: Eh, signor Conte, nei veglioni bisogna starsi attento ai folletti, io sò che quel folletto ballava con molta forza, tanto che vi fece venire l’affanno, e voi le diceste. (Con voce fina.) Abbia pazienza carina, io non mi fido più!
SAVERIO
: Sì, è vero, (a Elisa.) (Nce l’avite ditto vuje?)
ELISA
: (Io? No).
SAVERIO
: (Totò nce l’haje ditto tu?).
TOTONNO
: (No).
SAVERIO
: (E chi nce l’ha ditto?). Scusate signorina, chi ve l’ha detto?
NANNINA
: Eh, caro Conte, io, dovete sapere che parlo col diavolo!
SAVERIO
: Eh! (Ridendo.) Parlate col diavolo?!.
NANNINA
: Sicuro! E volete sapere come stavate vestito?
SAVERIO
: Seh, vogliamo saperlo.
NANNINA
: Da pagliaccio!
SAVERIO
: Oh, questo è forte. (A Elisa.) (Nce l’avite detto vuje?)
ELISA
: (No).
SAVERIO
(a Totonno): (Nce l’haje ditto tu?).
TOTONNO
: (No).
SAVERIO
: Va bene, qualcheduno ve l’ha detto.
ELISA
: Signor Conte, qui non siamo venuti per parlare del vostro folletto. Se non vi dispiace vorrei un gelato.
SAVERIO
: Un gelato? Ma subito, vado io stesso.
NANNINA
(a Tot.): Se non vi dispiace uno anche per me.
TOTONNO
: Subito. (Viano.)
ELISA
: Voglio sperare Nannina, che non farai una scenata questa sera.
NANNINA
: Scenata? E pecché aggio fà scenata?! Ah, forse te cride che me so’ pigliata collera pe chello che haje fatto. Al contrario, n’aggio avuto piacere, anze te dico è stata na bella tirata de mente.
ELISA
: Tu mi dicesti che un vecchio non l’avresti sposato, ed ecco perché io feci...
NANNINA
: Ah, hai fatto bene, ti sei regolata bene, spero però, che m’inviterai allo sposalizio?
ELISA
: Ma tu scherzi?
NANNINA
: Scherzo? Ma no, io parlo seriamente.
ELISA
: Dunque siamo in pace?
NANNINA
: In perfetta pace! (Si baciano.) Dunque quanno spuse m’inviti?
ELISA
: Ti pare, sarai la prima.
NANNINA
: (E staje fresca, chillo è nzurato!).
SCENA QUARTA

Saverio, Totonno e detto poi Felice.

SAVERIO
(con gelato): Ecco servita.
TOTONNO
(con gelato): A voi, signorina.
ELISA
: Oh, signor Conte, troppo gentile, portarlo voi stesso.
SAVERIO
: è dovere!? dovere! Nient’altro che dovere. (A Totonno in disparte:) Totò, comme ti pare, sarrai no buono momento chisto pe nce parlà?
TOTONNO
: Sicuro! Dinto se stanno piglianne li rinfresche, lo zio sta vicino a lo buffè, e sta vevenno a meglio a meglio, che nce aspettate.
SAVERIO
: La panza de moglierema saje che fa? S’è ammuscaita, s’è ncerata?
TOTONNO
: No, non saccio niente, ma pe stasera ha da venì quacche telegramma.
SAVERIO
: Sà che buò fà Totò... torno torno, vattenne a la via de dinto, nzieme co chella figliola, pecché mò me faccio animo e coraggio, nce la mmocco e felicenotte.
TOTONNO
: Va buono ho capito. (A Nann.) Signorina, vogliamo andare a vedere la loggia?
NANNINA
: Con tutto il piacere.
TOTONNO
(si mette a braccetto Nann.): Signori con permesso?
SAVERIO
: Fate pure.
TOTONNO
(a Sav.): (Mmocchete mmò!). (Viano.)
SAVERIO
: (Quanto è bravo Totonno pe sti cose! Eccoci soli, ma quanto è bella! mamma mia, mpietto me fa comme a no pollasto, ccà nce vò coraggio). Signorina...
ELISA
: (Adesso si spiega).
SAVERIO
: Io dovrei parlarvi.
ELISA
: Pare che sarebbe tempo.
SAVERIO
: Avete ragione, ma che volete, non vi ho detto niente fino a questo momento, perché non ne ho avuto mai il coraggio, e poi perché stava sempre vostro zio avanti, e la ragione di questa festa, è stato appunto per invitarvi, e così potervi parlare con libertà.
ELISA
: Signor Conte, io non comprendo perché dovevate parlarmi senza mio zio presente, sapete bene che in questo affare, è un personaggio interessante.
SAVERIO
: Lo sò, lo sò, ma non tanto interessante veramente. Basta facciamo che fosse interessante signorina Elisa, voi avete potuto vedere se vi amo, che cosa non ho fatto per voi, che cosa non farei per farvi contenta. Io mandai via tutte le carrozze quella sera, per avere il piacere di offrirvi la mia, io ho comprato il vostro portinaio, il quale mi faceva sapere dove andavate ed io venivo a trovarvi. Feci tirare un dente buono al mio amico per venire dal Dentista e quando io morirò, quel dente sarà pagato centomila lire. Insomma per voi signorina Elisa, io farei qualunque cosa.
ELISA
: Vuol dire che voi mi amate molto?
SAVERIO
: Alla follia! è un amore troppo terribile, un amore che non si può spiegare, un amore d’animale! La notte penso sempre a voi e non posso chiudere occhio. Stanotte per dormire un poco m’aggia avuta mettere co la panza sotto.
ELISA
: Ah. ah, ah. (Ride.)
SAVERIO
: Non ridete, non ridete, non la prendete a scherzo, io v’amo troppo!
ELISA
: Signor Conte, io trovo che non c’è bisogno di dirmelo, tutto quello che avete fatto, me ne fa essere sicura ma non è questo il tutto che volevate dirmi?
SAVERIO
: Sicuro, questo quà.
ELISA
: E troppo poco, signor Conte.
SAVERIO
: Come è troppo poco?
ELISA
: Ricordatevi che dovete dirmi qualche cosa di più serio.
SAVERIO
: Ah, sicuro... volevo dirvi che anche io voglio essere ugualmente amato da voi.
ELISA
: Questo per esempio è anche inutile.
SAVERIO
: Come, inutile?
ELISA
: Voi che cosa, mi scriveste? Se io vi sono simpatico, se voi mi amate, il segnale sarà questo: quando io verrò a bussare al vostro palco, voi rispondete: Il signore ha sbagliato, non è qui. è vero?
SAVERIO
: Verissimo.
ELISA
: E vi fu risposto così?
SAVERIO
: Perfettamente!
ELISA
: Dunque, c’è poco da dire, poco da discorrere, mio zio è dentro, parlateci, e sposiamo.
SAVERIO
: (è na parola! chesta non sape la panza de moglierema!). Ecco qua, Elisa, ascoltatemi un poco... io ti parlo francamente... io per ora non posso sposarti... c’è di mezzo un brutto ostacolo... Ti amerò, farò tutto quello che vuoi, ma non posso sposarti.
ELISA
: (Ah! Vecchio temerario!)
SAVERIO
: I miei 10 milioni sono tuoi, Elisa...
ELISA
: Basta, basta, signore! Voi avete sbagliato, io non sono la donna che voi cercate, e da questo momento vi proibisco di rivolgermi più parola. Se io avessi potuto solamente immaginare, una simile proposta, non avrei accettato il palco, né sarei venuta qui questa sera.
SAVERIO
: Elisa mia!
ELISA
: Non una parola di più! (Ah, se potesse vendicarmi!) (Esce Felice.)
FELICE
: Signorina Elisa...
ELISA
: Ah, eccolo là quel caro simpatico D. Felice... Avanzatevi.
FELICE
: A chi? a me?
ELISA
: Si a voi.
FELICE
: Neh, permettete?
SAVERIO
: Fate. (Felice va vicino ad Elisa.)
ELISA
: D. Felice, cosa avete?
FELICE
: E me lo domandate? Io per causa vostra mi stavo sparando.
ELISA
: Suicidarvi?
FELICE
: No, sparando.
ELISA
: è lo stesso, e perché?
FELICE
: Perché vi amavo troppo! Perché non potevo vivere senza di voi.
ELISA
: Ebbene D. Felice, io voglio riparare a tutto il male che vi ho fatto, se voi mi amate ancora, vi sposo subito.
FELICE
: Possibile! Signorina, ma voi mi fate morire!
ELISA
: Si, perché voi siete gentile, siete grazioso, siete simpatico, e non sò perché, questa sera siete più bello del solito.
FELICE
: Pecché tengo la sciassa.
SAVERIO
: (Bella cosa!).
ELISA
: Noi ci ameremo sempre, la nostra sarà una vita di gioia, di piaceri, di allegria.
FELICE
: Ma vostro zio poi acconsentirà?
ELISA
: Sicuro che acconsentirà, anzi, andiamo dentro a parlarci. (P.a.)
SAVERIO
: Signora badate a quello che fate, pensate che coi miei mezzi, sono capace di qualunque cosa.
ELISA
: Ah, ah, ah! Mi fate ridere!
SAVERIO
: Non ridete, io tengo 10 milioni!
ELISA
: Signor Conte, ricordatevi che l’oro non compra tutto! (Via.)
FELICE
: Ma che volete comprà?
SAVERIO
: No corno!
FELICE
: E che sta no cuorno, cinche solde! (Via.)
SAVERIO
: Oh... Sangue de Bacco, questo non me l’avarria maje aspettato!... che veco, vene lo zio da chesta parte Ah! Si potesse...

SCENA QUINTA

Carmeniello e detto.

CARMENIELLO
: Oh, signor Conte, state qua! Veramente che avete data una festa coi fiocchi.
SAVERIO
: Grazie, Cavaliere... Cavaliere, io ho bisogno di parlarvi.
CARMENIELLO
: A me?
SAVERIO
: Si a voi.
CARMENIELLO
: E di che si tratta, parlate.
SAVERIO
: Cavaliere, poco fa ho parlato con vostra nipote, le ho detto che l’amavo, ma che per ora non poteva sposarla a causa de na panza. (Lazzi.) Sapete Cavaliere, vostra nipote mi ha disprezzato, mi ha umiliato.
CARMENIELLO
: Possibile!
SAVERIO
: Possibilissimo! Poi è venuto un imbecille qualunque, un certo D. Felice, e l’ha fatto tanta cerimonie, dicendogli che se lo vuole sposare.
CARMENIELLO
: Ah! D. Felice, lo giovene de lo farmacista?
SAVERIO
: Non sò se è giovane de farmacista, de pulizza stivale, il certo è, che se la vuole sposare! Cavaliere, voi dovete metterci un riparo.
CARMENIELLO
: Non è affare mio, ma cercherò di servirvi.
SAVERIO
: Cavaliere, parliamoci chiaro, se voi siete capace di farne andare il farmacista, e scombinare il matrimonio io vi regalo 50 mila lire!
CARMENIELLO
50 mila lire!... (Io scombino miezo Napule.)
SAVERIO
: Tutte carte de mille lire nove nove, ne faccio na pallottola e ve la mengo mmocca!
CARMENIELLO
: (A uso de zeppola de riso!). Va bene, va bene.
SAVERIO
: Ah! Cavaliè, isso vene da chesta parte, mò è lo momento, vedimmo che sapite fà, io v’aspetto vicino al buffè.
CARMENIELLO
: Lassate fa a me.
SAVERIO
: Ve raccomanno... Cavaliè, fate tosto!
CARMENIELLO
: Eh, mò vediamo. (Sav. via.) 50 mila lire! Manco pittate l’aggio viste.

SCENA SESTA

Felice e detto.

FELICE
(di d.): Cavaliè? Cavaliè?
CARMENIELLO
: S’hanno arrubbata a valanza! Siente a chill’auto.
FELICE
(fuori): Cavaliere, noi eravamo venuti per trovarvi, non vi abbiamo trovato.
CARMENIELLO
: Che m’avita dì?
FELICE
: Non sapete la gran novità. Vostra nipote Elisa, pentita di quello che mi ha fatto passare, ha deciso di sposarmi.
CARMENIELLO
: (Chella ha perduta la capa).
FELICE
: Noi eravamo venuti per parlarvi, non vi abbiamo trovato... Cavaliere, acconsentite?
CARMENIELLO
: Ma vuje me facite ridere, ve la spusate, è che le date a mangià?
FELICE
: Solo questo ci sarebbe?
CARMENIELLO
: Eh, e avite ditto niente!
FELICE
: Essa ha ditto ch’è contenta de tutto, basta che me la sposo.
CARMENIELLO
: Ah! Questo v’ha detto?
FELICE
: Sissignore, Cavaliè, acconsentite?
CARMENIELLO
: (Io che l’aggia dicere a chisto?).
FELICE
: Sapete, alle volte si dice, è meglio un giovane povero e affezionato, che un ricco, senza affezione; Cavaliere, noi facciamo una casa, aunimmo chello che m’abbusco io, e chello che v’abbuscate vuje...
CARMENIELLO
: (E nce murimme de famme tutte e tre!... Aspetta, aggio fatta na penzata!). Ecco qua amico mio, io vi debbo dire una cosa: qui sotto ci è un mistero. Vediamo se ci sente qualcheduno. (Precauzioni con lazzi.) Io acconsento con piacere al matrimonio, ma però, come uomo onesto debbo avvisarvi una cosa.
FELICE
: Che cosa?
CARMENIELLO
: Voi a mia nipote l’avete vista bene?
FELICE
: Come s’intende?
CARMENIELLO
: L’avete riflettuta bene tutta quanta?
FELICE
: Quello che ho potuto.
CARMENIELLO
: E non vi siete accorto di niente?
FELICE
: No.
CARMENIELLO
: Avete vista la prospettiva, la bellezza, l’apparenza. Sotto sta lo brutto!
FELICE
: Cavaliere che vuol dire sotto sta lo brutto?
CARMENIELLO
: Mia nipote tiene... ve raccomando, non dite niente a nessuno?
FELICE
: Ma ve pare, questo che cos’è, voi parlate ad un fratello.
CARMENIELLO
: Cielo mio...
FELICE
: Cielo mio fallo parlà.
CARMENIELLO
: Mia nipote tiene una gamba di legno!
FELICE
: Che!... Cavaliè, non facciamo scherzi?
CARMENIELLO
: Facciamo scherzi? No, io ve parlo seriamente! A me m’è convenuto di dirvelo, perché se no dopo il matrimonio, vuje veniveve da me, e ne vuliveve cunto e ragione, mò che ve l’aggio ditto, se ve la vulite spusà, spusatevella, non me ne mporta niente, ho fatto il mio dovere!
FELICE
: Ed io ve ne ringrazio... Na gamma de lignamme!... ma non nce pareva affatto?
CARMENIELLO
: E se capisce! Chella è fatta a la perfezione, se la fece venire da Parigi.
FELICE
: Sangue de Bacco, chi se lo poteva mai immaginare, ma non me faccio capace coma abballa.
CARMENIELLO
: Abballa chiano chiano, la strascina pe terra, capite?
FELICE
: Ho capito... mamma mia!...
CARMENIELLO
: Solo questo tiene, ma poi è una bella figliola virtuosa, affezionata...
FELICE
: Lo sò, ma con una gamba, capite?
CARMENIELLO
: Quella perciò porta premura di farsi sposare, dice l’aggio trovato...
FELICE
: Lo messere!... E la sera quanno se corica se la leva?
CARMENIELLO
: Se la leva, e la mette all’erta vicino a la colonnetta.
FELICE
: Come se fosse na pippa turca.
CARMENIELLO
: A primma matina se la mette n’auta vota.
FELICE
: La notte dinto o lietto, simme duje perzune e tre gamme!
CARMENIELLO
: No tavolino a tre piedi!
FELICE
: Chella a la primma quistione che avimmo, se la leva e me la da ncapo!
CARMENIELLO
: E comme se mantene?
FELICE
: S’appoggia vicino a lo comò.
CARMENIELLO
: Questo poi non credo, mia nipote è educata; non trascende.
FELICE
: Sto pensando n’auta cosa, io l’està piglio li bagne, a essa comme me la porto... comme se mena?
CARMENIELLO
: A cufaniello — Vuje che vulite da me!
FELICE
: No, Cavaliè, è impossibile, vi giuro che se l’avessi saputo dal principio, non me ne sarei incaricato... cercherò un pretesto qualunque...
CARMENIELLO
: Vi raccomando, non mi nominate, io ho creduto farvi un favore.
FELICE
: Anzi, vi ringrazio tanto tanto, in voi ammiro l’uomo che non si cura di una parentela, per salvare la vita, la felicità di un giovane. Avete fatta una bella azione, un atto grande!
CARMENIELLO
: Zitto, stanno venenno ccà fore.

SCENA SETTIMA

Alessio, Elisa, Concetto, Nannina, Giustino, Saverio e invitati.

ALESSIO
: Ma signora, dite veramente?
ELISA
: Io non ci trovo niente di strano. Eccolo là, è giovine è bello, se mio zio acconsente, me lo sposo.
CARMENIELLO
:Io per me acconsento.
NANNINA
: (Lo zio? Chillo è Carmeniello lo servitore).
CONCETTA
: E brava, chesta mò è stata veramente na sorpresa!
ELISA
: Cosa volete, egli mi ha dato pruove di un amore puro, sincero, leale, in un momento di aberrazione io ricusai l’amor suo: ma questa sera l’ho visto, il suo volto pallido, la sua voce, mi ha commossa, e sono decisa di sposarla.
NANNINA
: (E ched’è, ha lassato lo Conte?).
ELISA
: Ma D. Felice, voi non parlate, non dite niente?
FELICE
: Ecco quà Signora Elisa... io sono veramente confuso di tant’onore che volete compatirmi, ma però, che sò...
SAVERIO
: Cchiò chiò paparacchiò...
FELICE
: Essere vostro marito... vostro sposo, stare vicino a voi per tutta la vita, era l’unico, il mio solo pensiero, il mio sogno dorato; ma alle volte si danno delle combinazioni che l’uomo non può mai supporre... e siccome qui, in pubblico io non posso assolutamente parlare mi scuserete se debbo dirvi che... non posso accettare la vostra mano.
TUTTI
: Oh!...
ELISA
: Possibile! Ma voi mi spiegherete la ragione.
FELICE
: La ragione è che io sono ligato con un’altra donna!
GIUSTINA
: (Chesta songh’io!).
SAVERIO
: Ma queste sono cose da ragazzo, scusate.
CONCETTA
: Non sta, non sta!
NANNINA
: Non sta, non sta!
SCENA ULTIMA

Totonno, e detti.

TOTONNO
(con telegramma esce in fretta, e dice a Saverio): Amico, una parola. (Lo tira in disparte.) D. Candida, è morta stanotte, chisto è lo telegramma!
SAVERIO
: Lo telegramma!... (Sviene nelle braccia di Totonno.)
TUTTI
: Signor Conte! (Lo circondano.)
SAVERIO
: Niente, niente, un piccolo giramento di testa, Signori, il Conte Saverio Chichione, ha l’onore, (prendendo per mano Elisa) di presentarvi, la Contessa sua moglie!
TUTTI
: Oh!
ELISA
: Possibile! Ma comme mai?
SAVERIO
: Poi saprete tutto! Mò tengo il cuore addolorato.
FELICE
: Signor Conte, voi veramente me lo direte?
SAVERIO
: Sicuro!
FELICE
: (E te recrie lo stommaco!).
TOTONNO
: Signori, Antonio Pichillo ha l’onore di presentarvi la signorina Nannina, sua moglie.
TUTTI
: Bravissimo!
FELICE
: Allora se D. Alessio permette, mò me la piglio a chella sciasciuncella.
GIUSTINA
: Sì, sì, papà lo voglio!
CONCETTA
: Zitta tu!
ALESSIO
: Quello non tiene niente.
SAVERIO
: Fateli sposare perché io cercherò d’impiegare D. Felice.
FELICE
: Grazie.
ALESSIO
: Va benissimo! Allora resta concliuso il matrimonio.
FELICE
: Grazie anche a voi. Così posso dire: Signori D. Felice Sciosciammocca, ex farmacista, ha l’onore di presentarvi la signorina... Signurì scusate, abbiate pazienza. (Tocca le gambe di Giustina, poi dice ad alta voce.) Sua moglie!

(Cala la tela.)

Fine dell’atto quarto

FINE DELLA COMMEDIA

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