venerdì 1 marzo 2013

Eduardo De Filippo - Intervista a Isa Danieli

L'ARTE DELLA COMMEDIA



Comincerò col raccontarvi la storia della mia famiglia.

Mia madre era una cantante, si chiamava Rosa Moretti, ed è stata una delle prime voci di Radio Napoli. Cantava nei salotti, allora si usava fare queste serate dove si invitavano cantanti con un certo tipo di voce. Mia madre era un mezzo soprano. Poi è stata appunto sentita, in uno di questi salotti, da un dirigente della Rai e l’hanno chiamata per fare un provino alla Rai e poi è diventata una delle voci più belle di Radio Napoli. I miei nonni materni non li ho mai conosciuti mentre quelli da parte paterna sì ed erano una grande dinastia di attori: i Di Napoli. Renato Di Napoli è stato il compagno di mia madre per un periodo di tempo perché poi si sono divisi, non si erano mai sposati ecco perché non mi chiamo Di Napoli, diciamo sono figlia dell’amore. Io comunque ci tengo a dirla questa cosa sempre perché mi sembra una cosa molto bella probabilmente se non fossi nata figlia dell’amore non avrei fatto neanche l’attrice.

Mio padre dunque fa parte di una famiglia, di una dinastia com’era quella de i De Filippo, degli Scarpetta, i Di Napoli diciamo sono stati un po’ meno fortunati ma comunque sono stati straordinari. C’era Gennaro Di Napoli che era un grandissimo attore o Raffaele Di Napoli che poi ha recitato anche con Scarpetta. E questo è quello che io posso dire di quelli che sono stati i miei inizi. Quando sono diventata grandicella ho cominciato a capire, quando andavo a teatro a trovare mia madre - che poi mia madre da cantante diventò attrice di sceneggiata – che fare questo lavoro mi sarebbe piaciuto tantissimo e diciamo che ho espresso il mio desiderio a mia madre sin da ragazzina. Ma mia madre non voleva assolutamente perché lei aveva sofferto tanto in questo tipo di ambiente e non amava molto fare l’attrice. Infatti io appena ho potuto, con i primi soldini che ho guadagnato, la prima cosa che ho fatto non ho fatto più lavorare lei, perché lei non amava questo lavoro e quindi non voleva che io soffrissi, magari quanto aveva sofferto lei. Io invece no, ho voluto fare questo lavoro non solo ma proprio ho messo i piedi per terra e ho detto: "Io a scuola non vado più, io voglio fare l’attrice". Poi va bene capitò l’occasione, visto che, dopo essere stata un mese chiusa in una stanza senza mai uscire per castigo, mia madre ha deciso che forse non era il caso di continuare, che la mia volontà era seria e la mia voglia di farlo questo lavoro era seria, e a un certo punto poi diciamo che si è arresa. Così ho iniziato a fare uno spettacolo di sceneggiata proprio con mia madre, e con un mio zio che era Gennaro Di Napoli non il vecchio Gennaro Di Napoli, ma un nipote di questo straordinario Gennaro Di Napoli. Anche lui era molto bravo devo dire la verità era un attore straordinario. È così che ho cominciato. Poi ho sentito parlare di questo attore straordinario che era Eduardo De Filippo, ho sentito parlare di questo teatro che si apriva a Foria, il teatro San Ferdinando, dove io da ragazzina ero stata prima della guerra - poi la guerra l’ha buttato – e lì era il regno della sceneggiata, e quindi io con mia madre stavo in quel teatrino da appena nata, perché mia madre dopo cinque giorni che ha partorito, dovendo mangiare, lavorava. E quindi mi ha dovuto portato con sé perché non esisteva la balia e la baby sitter. Sono stata in quei camerini del vecchio San Ferdinando, in una valigia ad aspettare che mia madre mi potesse dare il latte.

Mia madre me l’aveva sempre raccontato che il teatro San Ferdinando era stato il regno della sceneggiata, proprio la culla, dove sono passati tantissimi grandi attori e quindi questo San Ferdinando mi affascinava. Ero ragazzina ancora, avevo 15 anni, e volevo però anche avvicinarmi a un teatro diverso da quello che facevo. Mi rendevo perfettamente conto che il teatro non doveva essere solo quello che stavo facendo in quel momento e così scrissi ingenuamente una lettera, una lettera a Eduardo e gli mandai una mia fotografia dicendo che ero una giovane attrice a cui sarebbe piaciuto tanto lavorare nella sua compagnia per imparare. Mi avevano detto che lui era un grande maestro, che era un grande attore e quindi ho mandato questa lettera forse neanche credendoci che un giorno avrei potuto lavorare con lui. Invece capitò appunto questa occasione. Una mattina mi chiamò l’amministratore della compagnia, allora era Carlo Algeri, e mi disse di andare al teatro nel pomeriggio per una prova, Eduardo mi voleva vedere e, se fossi andata bene, dovevo lavorare la sera stessa.

Mi portai il mio vestito, perché allora si usava che l’attore si portava il suo vestito (a meno che non fosse una commedia dell’800) fiori, un paio di scarpe alte, il trucco e, molto timidamente, entrai in questo teatro che mi parve una chiesa: il silenzio che regnava dentro e un odore completamente diverso da quello che avevo sentito fino ad allora nei teatri di provincia in cui recitavamo. E Eduardo stava provando un’altra commedia, provava tutti i giorni perché cambiava spettacolo ogni 15 giorni, mentre durante la settimana, due volte a settimana, si ripeteva al primo spettacolo la commedia che si era lasciata 15 giorni prima, e al secondo si faceva la commedia. Insomma, era proprio una faticaccia niente male. Dunque, lui stava provando la commedia che avrebbe dovuto debuttare, mentre nelle serate la commedia che faceva era Napoli Milionaria. Io entrai in questo palcoscenico enorme con lui seduto con la suggeritrice che mi chiese come mi chiamavo che cosa avevo fatto fino ad allora. Gli dissi che avevo fatto la sceneggiata e che, veramente, la stavo ancora facendo senza però lavorare tutti i giorni. Mi disse che si trattava di una particina molto piccola e poi aggiunse: "Adesso io ti faccio vedere come fare e tu stasera lo devi rifare. Vedrai non è molto da imparare. Adesso sono le quattro, fino a stasera alle nove hai tempo!"

Accettai. E lui mi fece vedere questo personaggio che dovevo fare, che poi chi ha visto Napoli Milionaria lo conosce, è una delle due amichette della figlia di Gennaro Jovine che a un certo punto dice quella battuta divertente dice "usciamo con questi tre americani, tre marinai così facciamo tre friend e tre frend". Questa era la chiusura della battuta. Poi io l’ho rifatta Napoli Milionaria però rivestendo il ruolo di Donna Amalia e, prima ancora, ho fatto il ruolo di Assunta, ma il mio primo ruolo in Napoli Milionaria è stato quello, solo che io era molto timida e a un certo punto c’era da muoversi un po’ con questa battuta, trattare male l’altra amica che era una mezza scema, dire "ma che fai nossignore non ti preoccupare" e lui mi disse che dovevo avere un po’ più di movimento: la dovevo, come si dice a Napoli, "sbronzoliare". Cosa che invece io non facevo a lui, perché lui faceva l’altra parte e mi intimidiva. Allora lui a un certo punto si fermò e mi disse: "Piccere’ tu non devi pensare che io sono Eduardo De Filippo qua, tu devi pensare che io sono quella con la quale reciterai questa sera e che non è potuta venire alla prova, però tu devi far conto che io sono quella". Io per un attimo pensai "Forse mi conviene veramente farlo, se no io lo perdo questo personaggio". E così, diciamo che nella prova che facemmo dopo io lo "sbronzoliai" alla bene e meglio come lui mi aveva detto di fare e ottenni la parte. Quella sera andai in scena con il cuore in gola, ma non dimenticherò mai la sensazione e l’emozione che ho provato quella sera, in quel teatro, pieno zeppo dove non volava una mosca. Per me era magico, veramente mi sembrò ancora di più una chiesa.

Così, due volte a settimana, lavoravo per Napoli Milionaria, e per fortuna potetti concludere le mie repliche di sceneggiata che dovevo fare, ormai avevo dato la mia parola ed era giusto che io continuassi. Poi appena finita la sceneggiata finì anche Napoli Milionaria, e mi stavo quasi trovando senza lavoro, sennonché capitò che lui mise in scena Questi fantasmi. Quando andai a salutarlo in camerino, perché avevo finito ero stata presa per quel periodo e non avevo un contratto, lui mi disse: "Guarda io sto preparando adesso quest’altra commedia, in cui nel secondo atto, nel finale, ci sono un sacco di comparse. Avrei piacere che tu rimanessi in compagnia, però non ci sono battute, non c’è niente". Ovviamente io dissi: "Per carità resto con molto piacere". Quindi ebbi proprio un contratto, restai con la compagnia fino alla fine della stagione e poi restai per quattro anni di seguito con Eduardo, dove ho avuto appunto anche l’esperienza di fare delle commedie nuove per esempio Mia Famiglia, dove lui ha scritto questo personaggio di cameriera proprio per me, poi Bene mio, core mio, in cui dopo ho rivestito i panni della protagonista, ma quando lui l’ha scritta questa commedia nel ‘56 io ero lì e facevo sempre la cameriera. Diciamo che mi ero specializzata in quel tipo di ruolo e lui mi scriveva particine divertenti, comiche. Ovviamente ho cercato di rubare quanto più potevo dei suoi insegnamenti, perché lui era un grande maestro, non si soffermava a farci la lezione, però le prove erano una lezione continua.

Eduardo provava nella maniera che, secondo me, è la più semplice per far sì che un attore giovane possa imparare. Ti faceva vedere come dovevi fare il personaggio. Ed era straordinario perché faceva anche le parti femminili a me faceva vedere, per esempio, come dovevo fare la parte di Maria, la cameriera, cioè provava come si faceva una volta non come ora. Adesso il regista dice: "Guarda, più o meno, il personaggio deve essere questo, adesso mettici del tuo". Eduardo, invece, la prima cosa che faceva era "metterci del suo" perché era abituato in quel modo: veniva da un certo tipo di teatro tradizionale ed ha seguitato a insegnare come hanno insegnato a lui. Poi è chiaro che al momento in cui si andava in scena qualcosa di proprio l’attore lo tirava fuori, e lui non è che lo eliminava del tutto, se lo trovava giusto lo lasciava. Se non lo trovava giusto diceva: "No guarda questo è sbagliato, perché questa intonazione non è quella che voglio". Poi c’era anche il fatto che essendo anche l’autore di quello che stavamo rappresentando, nessuno più di lui poteva sapere come doveva essere detta una battuta.

Poi nel ’56 con Eduardo ho fatto il Dono di Natale che è tratto da una novella di Cechov. Sì mi ricordo che l’abbiamo fatto insieme a Quei figuri di tanti anni fa e siamo stati i pionieri della Rai, televisione italiana a Milano, quando si sono aperti i primi studi. Col freddo che c’era a Milano, mentre si lavorava al Manzoni e all’Odeon di Milano, ci alzavamo alle cinque, ci venivano a prendere con la macchina ci portavano in questi studi che non erano ancora finiti, si camminava sulle passerelle perché non c’era ancora il pavimento per poter attraversare una stanza o per andare da un corridoio all’altro. Veramente siamo stati dei pionieri della televisione: c’era Eduardo, Doleres Palumbo, io e Geppino Natrelli, giovanissimi.

Poi successe che in compagnia al San Ferdinando i miei ruoli erano più o meno sempre gli stessi e fu questo uno dei motivi per cui, a un certo punto, decisi di andar via. Non era perché non volevo più stare con Eduardo o perché avevo già imparato tutto, no per carità. Solo che volevo imparare anche altro, volevo imparare cose che, magari, Eduardo non mi poteva insegnare. Volevo imparare a cantare, volevo imparare a ballare e a muovermi in scena in un certo modo, volevo essere padrona della personalità scenica. E così da sola decisi di andar via per poter andare a fare avanspettacolo.

Anche l’avanspettacolo è stata una scuola di vita, non c’erano dei grandi insegnanti, ma potevi rubare e cercare di prendere il più possibile. E poi l’avanspettacolo per un attore è un importante trampolino di lancio e lo è stato anche per me, perché io non sapevo muovermi in scena, non avevo la possibilità di diventare un giorno una soubrette. Invece, con l’avanspettacolo l’ho fatta la soubrette, ho imparato a ballare, sono anche andata in giro in passerella come si faceva allora col puntino sul reggiseno. Tutto ciò mi è servito moltissimo, sono diventata "padrona" del palcoscenico, imparando ad affrontare un pubblico non facile, perché lì non c’era il pubblico silenzioso di Eduardo, era un pubblico molto esigente.

Dopo l’avanspettacolo è avvenuto l’incontro con Nino Taranto. Sono entrata nella sua compagnia quando Nino Taranto cominciò a fare i testi di prosa, quando cominciò a fare Viviani e ho fatto tanti personaggi piccoli, anche lì, perché una volta bisognava fare una lunga gavetta e io l’ho fatta.

Poi con Eduardo, sempre nel ’56, ho partecipato alla prima trasmissione televisiva con la diretta dal teatro Odeon Di Milano, di Miseria e Nobiltà. Ecco, siamo stati proprio i primi a far vedere la televisione a Napoli, infatti nella galleria di Napoli misero un grande schermo dove una parte della città si riversò per poter vedere questo miracolo, perché comunque allora era un miracolo: si recitava a Milano e ci si vedeva a Napoli attraverso questo grande schermo. Mi ricordo che mia madre mi telefonò e mi disse che la galleria di Napoli e via Roma erano piene di gente che vedeva questo spettacolo. Fu in quella stessa occasione che Eduardo presentò Luca piccolino per la prima volta in pubblico.

Poi proseguendo con la cronologia televisiva, nel ‘73 venne Gli esami non finiscono mai del quale però non ho un bellissimo ricordo, nel senso che mi aspettavo molto di più da Eduardo quando ha scritto questa commedia e, invece, fui relegata ad una non straordinaria. E quindi non ho un bellissimo ricordo, la commedia era molto bella per carità, solo io mi aspettavo che lui questa volta mi scrivesse qualcosa di più e invece non è accaduto. E infatti, quando lessi la commedia e seppi quello che dovevo fare, volevo andar via. Eduardo invece insistette molto e io sono rimasta, però un po’ amareggiata.

Invece nel ‘75 facemmo Uomo e Galantuomo e lì Eduardo fece una cosa che mai mi sarei aspettata. Erano queste le cose che rendevano Eduardo straordinario, il fatto che faceva delle scelte sorprendenti. Mai mi sarei aspettata che, essendo io napoletana, in Uomo e Galantuomo lui mi desse il personaggio di Bice; pensavo che mi avrebbe dato il personaggio della sua amante, della sua compagna. Invece lui era così, faceva delle cose incredibili. Lui mi diede quel personaggio e non quello che tutti ci aspettavamo mi desse. E quindi sono stata contenta, il personaggio era bello, mi sono molto divertita a farlo proprio perché era diverso, dovevo avere proprio altre corde per poter fare quel personaggio, quindi quella è stata proprio una lieta sorpresa.

Ma Eduardo era così voleva sconvolgere, capovolgere tutto quello che si pensava potesse essere giusto.

E poi malgrado il suo scarso amore per la televisione, per via di tutti i disagi che questa comporta al teatro, durante le riprese ha avuto sempre una grande pazienza. È stato molto bravo sotto questo punto di vista perché io non ricordo mai, mai uno scatto o di impazienza o di chissà che cosa, ma l’ho sentito sempre tranquillo, non ricordo assolutamente nessun segno di insofferenza.

Poi con Eduardo ho lavorato anche in opere di Scarpetta, Lu curaggio de nu’ pumpiere napulitano per esempio, e lì lui aveva lo stesso metodo registico Diciamo che quando si facevano le cose di Scarpetta con lui ci si divertiva da pazzi perché, per esempio proprio parlando de Il coraggio de nu’ pumpiere napulitano, quando lui mi ha fatto vedere come dovevo fare il personaggio io e tutti gli altri stavamo morendo dalle risate, ma proprio con le lacrime. Perché quello era un grammelot non è un parlare quello, io non lo so se ha fatto tanto ridere quando l’ho fatto io, ma quando l’ha fatto lui era una cosa strepitosa. Veramente veniva quasi voglia di dire ma fatelo voi questo personaggio perché era proprio una cosa strepitosa vederlo provare, e lui si divertiva pure, però eh! Si divertiva vedendo che ci divertivamo. Con Eduardo a dir la verità, non si provava mai molto, perché spesso quando si provava si faceva lo spettacolo la sera stessa e quindi avevamo sempre poco tempo a disposizione. Diciamo che come giorni di prove erano 20 o 25 ma non di più, non si provava molto, non si facevano molte letture a tavolino come si fanno ora e quindi si andava subito in scena. Voglio dire che poi i movimenti non erano molto difficili da fare perché erano sempre regie di una certa tradizione. Il tutto accadeva sempre in una stanza, quindi non c’erano le follie che si possono fare ora, non c’erano giochi di luce o che, non c’era proprio bisogno di provare tanto. E poi c’era molto affiatamento fra noi tutti lo capivamo al volo, veramente non c’era bisogno di dirla due volte una cosa!

Lui poi come uomo, aveva un rapporto forte con gli attori e con me ancora di più perché ero entrata da ragazzina e avevo una mia parte di incoscienza naturale, perché a 15 anni forse sei un po’ più incosciente, io non ho mai avuto il timore che hanno avuto i vecchi attori. Io sono entrata in una compagnia dove c’erano tanti vecchi attori che lo conoscevano e questo continuo scccccc sccccccc... io non ce l’avevo. Io se avevo bisogno di qualcosa andavo e bussavo senza timori. Cioè se avevo bisogno di un consiglio o di sentirmi pure dire no su una cosa sono andata sempre alla sua porta, ho bussato: " Permesso diretto’ posso entrare?". Lui mi ascoltava e poi se poteva fare qualcosa la faceva. Mi ricordo proprio tantissimi anni fa, ero ragazzina, era il primo anno e lui ha fatto lo Stabile a Napoli e l’anno successivo abbiamo cominciato a viaggiare, io ero minorenne e non potevo viaggiare e mia madre doveva venire con me, e la paga che prendevo io a stento dava da mangiare a me, e poi andando fuori Napoli, fuori casa era ancora più dura la situazione. Ecco, io a quel punto non me lo sognai nemmeno di andare dall’amministratore a porre questo problema, andai direttamente da lui, ho bussato alla porta, sono entrata: "Direttore io non posso partire, io ho firmato un contratto ma io non posso partire". - "E perché" -. "E perché io sono minorenne, mia madre sola non mi fa partire e con questa la paga che prendo non posso andare fuori Napoli." "Ah - disse lui - va be’, va be’ non ti preoccupare’". "Alge’- chiamò all’amministratore - mettit’ a posto ‘a guagliona verite nu’ poc’ ch’ait’ ‘a fa’". E quindi diciamo che fin dall’inizio ho avuto questo tipo di rapporto con lui, gli ho detto che me ne volevo andare, abbiamo discusso, litigato, sono rimasta a volte perché avevo firmato un contratto con lui, però gli ho sempre voluto dire le cose in faccia.

Nello stesso tempo rispettavo la sua privacy. Lui era una persona che amava stare da solo, ora non so se amava veramente stare da solo o doveva restare da solo, però diciamo che io non sono mai andata a disturbarlo più di tanto, mai per ragioni diciamo minime, bensì sempre per ragioni importanti. E poi lui ogni tanto aveva questi momenti di grande aggregazione, capitava che per esempio veniva a mangiare con tutta la compagnia che era carino, divertente, insomma stavamo bene con lui. Diciamo che il nostro rapporto è stato un po’ diverso da quello che forse lui ha potuto avere con altri attori che non fossero il figlio, Angelica, certe altre persone... insomma altri attori, negli ultimi tempi specialmente. Perché comunque c’eravamo capiti ecco, e allora è capitato anche qualche volta che lui mi ha invitasse a mangiare da lui e parlavamo di tante cose. E poi c’è stato il momento, nell’83, in cui gli sono andata a chiedere un consiglio per poter fare qualcosa per conto mio con un capocomico che mi avrebbe pagato la produzione e io andai a chiedergli un consiglio. Questo capocomico mi voleva fare una compagnia e mi chiedeva che cosa volessi fare. Io pensai che il mio maestro era quello che più di tutti mi poteva aiutare, consigliare. Lui invece mi disse: "E che hai bisogno di me? Tu hai fatto tante cose, adesso hai bisogno di me?". Dico: "Certo io voglio un vostro consiglio". In un primo momento fu un po’ duro nei miei confronti però poi alla fine fu molto, anzi fin troppo, carino.

Ma, tornando a Scarpetta, forse la sua commedia che mi ha dato più soddisfazione è stata Na’ Santarella perché anche se uscivo solo nel secondo atto nel ruolo di questa cantante innamorata del maestro, era come se avessi fatto tutti e tre gli atti. Tutta la scena era con lui ed io mi sono divertita molto, ci divertivamo tutte le sere quando lo facevamo in teatro. Spesso mi faceva talmente ridere che non riuscivo ad andare avanti, poi con una faccia serissima quando finiva il secondo atto diceva: "Un’attrice non ride". "Eh, non ride. Vui me facet’ rirer’ però!". Gli rispondevo io. Sì me ne combinava di tutti i colori in scena, devo dirlo. E poi, comunque, Na’ Santarella è una delle commedie più importanti di Scarpetta e sono orgogliosa di aver fatto quel secondo atto perché eravamo soli io e lui in scena e, ogni sera, lui ne inventava di nuove: mi divertiva e nello stesso tempo imparavo tanto ancora dopo tanti anni continuavo ad imparare da lui, dal suo, ogni sera, inventarsi qualcosa di nuovo, di diverso perfino nelle battute. E poi mi divertiva moltissimo il terzo atto, dove io non c’ero, però c’era quella lunga scena, quel lungo monologo dove lui parlava del personaggio, cioè parlava di questa "ianara" e spiegava tutto quello che era accaduto nel camerino senza che il pubblico lo potesse vedere. Tutte le sere ero dietro le quinte a guardarlo proprio in quel momento perché lui era straordinario, pure lì inventava ogni sera.

E questo non succedeva solo con le opere di Scarpetta, ma anche con le sue. Mi ricordo di quando abbiamo fatto Le bugie con le gambe lunghe e in scena, a un certo punto, lui io e Angelica: io ero, diciamo, la sua fidanzata che arrivava e lo trovava con un’altra donna insomma. E lui ogni sera se ne inventava di tutti i tipi, con quei poveri capelli lunghi di Angelica, se li buttava sulla faccia per nascondersi, poi faceva il sipario con i capelli. Io lì non potevo proprio ridere, non potevo ridere, perché lì il personaggio era terribile, infatti lei poi va via, gli fa una grande partaccia e se ne va. Ma io proprio non potevo ridere e mi veniva da piangere perché non sapevo come contenermi. Ma lui però niente, imperterrito, anche nei momenti tragici se decideva di far ridere faceva ridere, non c’era niente da fare.

E lo faceva per divertirsi anche lui, certamente perché lo divertiva vederci ridere e poi anche a lui gli veniva il sorrisetto "‘o pizz ‘a riso" come si dice in gergo napoletano e quando gli veniva gli si arricciavano tutte le labbra così. E io quando lo vedevo non resistevo proprio più, come lo vedevo era finita per me, ridevo proprio con le lacrime, battevo i piedi per terra, per non ridere io battevo i piedi per terra. Certo non lo faceva tutte le sere, magari solo quando stava bene, quando voleva un po’ sfottere o voleva divertirsi anche lui. Quindi, con Eduardo le repliche non erano mai vere e proprie repliche, c’era sempre qualche cosa di diverso, forse perché lui malsopportava il doversi ripetere tutte le sere, come del resto anche noi attori. È chiaro che ora non abbiamo più questi timori di non sopportare le repliche, perché le repliche per alcune compagnie sono sempre meno, non raggiungono mai i tre mesi all’Eliseo che io non me li dimenticherò mai. Per tre mesi all’Eliseo a fare tutte le sere la stessa cosa, mamma mia a un certo punto non se ne poteva proprio più, e quindi meno male che Eduardo ogni tanto dava la possibilità di divertirsi. È stato un bene che lo facesse lui perché noi non lo avremmo mai fatto di nostra spontanea volontà.

Ora vorrei solamente aggiungere che, certo, sono passati tantissimi anni e i ricordi forse si sono andati affievolendo, ma io da Eduardo ho avuto tanto, credo anche di avergli dato un poco di mio, ma soprattutto ho avuto tanto. Diciamo pure che ho avuto dei momenti, secondo me, di affetto nei suoi confronti e lui nei miei. E me lo ha dimostrato, me lo ha dimostrato quando è andato a fare la regia di Ogni anno punto e daccapo a Milano, con il Piccolo teatro di Milano, e ha voluto assolutamente me come aiuto regista. Cosa che io non avevo mai fatto perché io nella sua compagnia quello che facevo un po’ era suggerire, segnavo i movimenti, queste cose così. E quando lui mi ha chiamato per dirmi: "Guarda io vado a Milano al Piccolo, a fare questa regia di questo mio testo giovanile, vorrei che tu venissi a farmi da aiuto regista" devo dire che è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Perché è stato un grande onore, un grande onore poi farlo con attori come Franco Parenti, Paolo Graziosi, Ombretta Colli e poi, al Piccolo di Milano per me è stato molto importante. Ecco queste sono state dimostrazioni di stima che lui ha avuto nei miei confronti. Quando poi mi ha dato la sua commedia Bene mio, core mio, che abbiamo provato all’Ateneo per tanto tempo, mi ha dato una grande soddisfazione e poi mi ha fatto un grandissimo regalo, perché poi lo spettacolo è andato molto bene. Peccato che non ce l’ho qui quella fotografia con lui che è venuto al Teatro Sala Umberto, dopo lo spettacolo ai ringraziamenti. Venne il penultimo giorno a vedere lo spettacolo e trovò il teatro pieno così, non mi disse brava ma semplicemente: "Ti devo fare i complimenti per come sei stata capace di portare avanti questo testo così come io te l’ho dato". E questa per me è stata proprio una grande soddisfazione. Abbiamo una fotografia in cui io mi sono abbassata verso di lui dal palcoscenico e ci siamo dati quasi un bacio in bocca, quelle cose che succedono quando bisogna baciarsi! E quella è una cosa che io porto nel mio cuore, molto tenera. Quindi voglio dire che il mio rapporto con Eduardo è stato quello tra un’allieva e un maestro, ma anche un rapporto da persona a persona e questo è stato molto importante.


Fonte: http://sicetsempliciter.wordpress.com/2010/04/18/intervista-a-regina-bianchi-l%E2%80%99ultima-filumena/

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