giovedì 3 gennaio 2013

La tempesta di Shakespeare, note del traduttore Eduardo De Filippo

L'ARTE DELLA COMMEDIA



Tradurre Molière e Shakespeare è stato da sempre un mio desiderio, ma l'impegno di presentare al pubblico una commedia all'anno - tra lo scrivere, il provare e il recitare, senza contare il lavoro di capocomico - non mi lasciava il tempo per farlo. L'anno scorso venne da pranzo da me Giulio Einaudi, mi parlò della sua nuova collana di Scrittori Tradotti da scrittori e mi chiesi se volevo tradurre una commedia di Shakespeare. Fui ben felice di accettare e scelsi La Tempesta.
La magia, i trucchi di scena, le creature soprannaturali che popolano questa commedia mi ricordano da vicino una interessante esperienza teatrale che vissi a diciannove anni nella Compagnia di Vincenzo Scarpetta, il quale decise di riprendere un genere teatrale antichissimo, la Féerie seicentesca che fino a circa metà dell'ottocento fece parte del repertorio di molte Compagnie. Scrisse perciò un adattamento della vecchia e celebre I Cinque Talismani, intitolandola La collana d'oro e aggiungendovi il personaggio di Felice Sciosciammocca. C'era la strega, che veniva uccisa e sepolta in scena dai diavoli che poi brindavano alla sua morte con bicchieri sprizzanti fiamme e faville; c'erano le fate, i farfarielli, i folletti e straordinari trucchi scenici come lo straripamento d'un fiume, la pioggia, il fuoco, il mobilio d'una casa che scappava via per la porta mentre i quadri roteavano sulle pareti e le sedie ballavano a tempo di musica… In abiti settecenteschi io interpretavo la parte del Marchesino, figlio unico e viziato d'un ricco nobiluomo. Fu un grande successo, e l'incanto sottile di quell'ambiente fantastico, ingenuo e supremamente teatrale mi è rimasto dentro per oltre mezzo secolo, influenzando la mia scelta. Ma, naturalmente, ci sono tante altre ragioni che mi hanno fatto preferire La Tempesta ad altre splendide commedie scespiriane come Il Sogno di una notte di mezza estate, o Come vi piace, e una delle più importanti è la tolleranza, la benevolenza che pervade tutta la storia: sebbene sia stato trattato in modo indegno da suo fratello, dal Re di Napoli e da Sebastiano, Prospero non cerca la vendetta bensì il loro pentimento. Quale insegnamento più attuale avrebbe potuto dare un artista all'uomo di oggi, che in nome di una religione o di un "ideale" ammazza e commette crudeltà inaudite, in una escalation che chissà dove lo porterà? E preciso che tra gli "ideali" ci metto anche il danaro, la ricchezza, che appunto come ideali vengono considerati in questa nostra squallida società dei consumi.

Ho cercato di essere più fedele possibile al testo, come, a mio parere, si dovrebbe essere nel tradurre, ma non sempre ci sono riuscito. Talvolta, specie nelle scene comiche, l'attore in me si ribellava a giochi di parole ormai prive di significato, e allora li ho cambiati; altre volte ho sentito il bisogno di aggiungere alcuni versi per spiegare meglio a me stesso e al pubblico qualche concetto o per far risaltare il grande amore protettivo di Prospero per Miranda. Anche la canzoni sono diverse, più nella forma che nella sostanza. Ariele conserva il suo carattere sbarazzino e poetico, ma mi è venuto naturale farlo comportare, di tanto in tanto, come uno scugnizzo furbo e burlone.
Quanto al linguaggio, come ispirazione ho usato il napoletano seicentesco, ma come può scriverlo un uomo che vive oggi; sarebbe stato innaturale cercare una aderenza completa ad una lingua non usata ormai da secoli. Però… quanto è bello questo napoletano antico, così latino, con le sue parole piane, non tronche, con la sua musicalità, la sua dolcezza, l'eccezionale duttilità e con una possibilità di far vivere fatti e creature magici, misteriosi, che nessuna lingua moderna possiede più!
Devo aggiungere che in un certo senso ho tradotto direttamente dall'inglese, perché mia moglie Isabella mi ha trasportato in italiano letteralmente tutta la commedia, atto per atto, scena per scena, cercando poi in certi suoi libri inglesi il significato doppio e a volte triplo di certe parole arcaiche che non mi persuadevano. Per finire il lavoro ho impiegato circa un mese e mezzo; malgrado il caldo torrido di questa estate, ho passato settimane entusiasmanti
lavorando spesso fino a otto ore al giorno. Sì, un periodo davvero piacevole con un testo incantevole da tradurre, una lingua affascinante da adoperare e con la gioia di ritrovare intatta la mia grafia che invece temevo fosse invecchiata insieme a me…


Eduardo De Filippo
Giulio Einaudi editore per la collana di
"Scrittori Tradotti da Scrittori"
Dicembre 1983.



1 commento: