martedì 18 dicembre 2012

Peppino ed Eduardo, le lettere della discordia

L'ARTE DELLA COMMEDIA
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Peppino ed Eduardo, le lettere della discordia
Quando Peppino voleva la pace, Eduardo lo gelò: fratello, ti temo

 

«Se credi che possa ancora lavorare con te come ai nostri antichi tempi, non aspetto che una tua buona parola». «Ma io, ed è il mio più grande dolore, non ti voglio bene come allora: ti temo».
Le cose non vanno bene tra i due fratelli De Filippo. Peppino recita di malavoglia. Titina, la sorella, ha fatto le spese di quella ruggine corrosiva e nel ’39 ha dovuto abbandonare la compagnia. Peppino cerca di rappezzare, di rilanciare attraverso lettere affettuose che fanno appello alla famiglia e al dispiacere della madre, senza tuttavia rinunciare al suo desiderio di indipendenza, alla vocazione per una comicità stralunata, all’avventura della rivista grazie all’ingaggio offertogli dal grande impresario Remigio Paone, e tenuto nascosto al fratello. 
Ma questa autonomia, questa clandestinità fa infuriare Eduardo, ed è una furia fredda, il senso di un’offesa profonda recata alla sua arte oltre che alla maggiore età che lo responsabilizza, fino alla tirannia, nei confronti dei fratelli più giovani.
Di questa situazione è testimonianza uno scambio di lettere, conservate al Gabinetto Vieusseux di Firenze, delle quali non esiste ancora una pubblicazione in epistolario (sarà a cura della Mondadori, nei Meridiani): due di esse sono qui riprodotte.
I loro toni rivelano i caratteri di Peppino e di Eduardo. Il primo cerca di intenerire, chiama in causa il Natale, i sentimenti... Glaciale, Eduardo pare trattarlo da buffone, ha una tragicità antica nelle parole, con l’accenno a vecchi veleni, e in pochi tratti lo ribalta, sembra costruire e invece distrugge. Prepara l’addio, il suo distacco definitivo, e quello della sua arte, così diversa.
Come sostengono autori di monografie eduardiane — Anna Barsotti, Andrea Bisicchia, Paola Quarenghi, Maurizio Giammusso — è Io l’erede, in scena alla Pergola di Firenze dal 5 all’8 marzo del ’42, «lo spartiacque tra il teatro di Eduardo e di Peppino, pur se nella storia c’è posto ancora per personaggi ritagliati sulle loro figure». 
A mettere in scena stasera la commedia al Piccolo Teatro di Milano è Andrée Ruth Shammah. «Ho tradito Eduardo — dice — ma per amore: solo tradendo il suo stile, uscendo dal naturalismo, dai toni da lui usati come attore, si può cogliere la forza, l’anima di questo testo».
A fronteggiarsi — come nel ’42 i fratelli De Filippo — i due «eredi» (Geppy Gleijeses e Umberto Bellissimo), ma non solo. «Ho dato voce — dice Shammah — a personaggi "dimenticati", come zia Dorotea (Leopoldo Mastelloni) esempio di quelle donne-maschio al posto del padrone di casa; ho ridato vita a Adele (Marianella Bargilli, ex «Grande Fratello » tv), una delle zitelle che scoprono l’amore. Ho riempito vuoti lasciati da Eduardo che, per i dissapori con Peppino, non riprese più il testo». E volle «tradurlo» in italiano, perché fosse «più astratto». Conferma la regista: «Proprio lavorando con una compagnia di attori napoletani, la sfida è rappresentare un Eduardo "altro", ribadirne la grandezza assoluta».
Claudia Provvedini

 
Fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2005/09_Settembre/27/de_filippo.shtml


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