mercoledì 26 dicembre 2012

LE VOCI DI DENTRO Tre atti di EDUARDO DE FILIPPO - il copione - secondo atto





ATTO SECONDO

In casa Saporito. Uno stanzone enorme ingombro di ogni rifiuto e cianfrusaglie. Colonne di sedie, l'una sull'altra, ammassate negli angoli, ai lati, al centro e nei posti più impensati; perfino dal soffitto pendono grappoli di sedie. Spezzoni di tappeti arrotolati e legati a fascio. Arcate di festoni da luminarie a petrolio, che servirono per le antiche feste nei vicoli di Napoli. 
Stendardi, pennacchi, lampioncini piedigrotteschi, fiori di carta, santi e immagini sacre d'ogni genere. In un punto della scena a criterio del regista, figurano, su delle tavole inchiodate al muro, fuochi d'artificio d'ogni forma e colore. Una grezza scala a pioli, costruita alla buona, porta su di un mezzanino, sul quale si troverà un vecchio sgangherato divano dorato che serve da letto a Zi' Nicola. Il mezzanino è riparato da vecchi stracci e da una lamiera di zinco, che servi un tempo come reclame d'un prodotto farmaceutico. Il tutto seppellito dalla polvere e dalla fuliggine. La luce stenta a entrare dai vetri sporchi d'un finestrone in alto.
Pomeriggio. Zi' Nicola, dall'interno del mezzanino, traffica per conto suo. Ogni tanto si affaccia e sputa. Seduto accanto a un piccolo tavolo, Carlo va elencando su di un foglio di quaderno gli oggetti e le cose che si trovano nella camera. Mentre «Capa d'Angelo», rigattiere di piazza Francese, nel dettarne il quantitativo, ne osserva il valore e la qualità.


CARLO Le sedie sono quattrocentocinquanta, comprese quelle che avete contate nell'altra camera. (Zi' Nicola sputa). Zi' Nico', nuie stammo 'a sotto!

CAPA D'ANGELO    Sta vota m'aggio scanzato pe' miracolo.

CARLO     Lo dovete compatire; è vecchio.

CAPA D'ANGELO Ma l'ha capito che non deve sputare? Voi ce l'avete detto tre volte... Non risponde.

CARLO   Non può rispondere.

CAPA D'ANGELO    È muto?

CARLO No. La storia è un po' lunga. Non parla perché non vuol parlare. Ci ha rinunziato. Eh, sono tanti anni. Dice che parlare è inutile. Che siccome l'umanità è sorda, lui può essere muto. Allora, non volendo esprimere i suoi pensieri con la parola... perché poi, tra le altre cose, è pure analfabeta... sfoga i sentimenti dell'animo suo con le «granate», le «botte» e le girandole. Perciò a Napoli lo chiamano Sparavierze. Perché i suoi spari non sono spari: sono versi. È uno stravagante.

CAPA D'ANGELO    Parla sparando, e voi lo capite?

CARLO Io no, mio fratello si. Mio fratello capisce tutto quello che dice. Io capisco poche cose. «Dammi un bicchier d'acqua»: due tracchi e un fuie-fuie. «Che ora so'?»: tre tracchi intramezzati da una botta col fischio. «Tengo appetito!»: una botta col fischio, un fuie-fuie e tre tracchi.

CAPA D'ANGELO    Vostro fratello invece capisce tutto?

CARLO Comme no? Certe volte si fanno delle chiacchierate talmente lunghe che sembra la festa del Carmine.

CAPA D'ANGELO   Cos' 'e pazze!

CARLO Poco fa è venuto un signore a ordinare dei fuochi per l'onomastico della moglie: avrebbe speso qualunque cifra... niente. Ha detto che non poteva... perché sta preparando un «biancale» verde per la sua morte.

CAPA D'ANGELO    E perché... verde?

CARLO Perché verde è il segnale di «via libera». Perché, dice, l'uomo è libero soltanto di morire... È uno stravagante, ve l'ho detto.

CAPA D'ANGELO (al corrente) Sparavierze... E comme, no? è conosciuto.

CARLO     Dunque, le sedie sono quattrocentocinquanta...

CAPA D'ANGELO    Don Carlu', quelle sono tutte scassate.

CARLO Ma voi veramente fate? Ma sapete che queste sedie qua furono costruite dentro 'a Nunziata quando si lavorava con coscienza... Tommaso Saporito, mio padre, quando parlava di queste sedie, qualunque cosa teneva in testa, se la toglieva: se teneva il cappello, si toglieva il cappello; se teneva la còppola, si toglieva la còppola.

CAPA D'ANGELO    Ma che c'entra?

CARLO     Le volete pagare meno di cinquanta lire l'una?

CAPA D'ANGELO Don Carlu', dovete domandare a piazza Francese chi è Ciccillo Capa d'Angelo, 'o figlio 'e Nannina 'e Zupperelle. Vuie ve ne venite cinquanta lire!... Sentite a me, qua facciamo uno scampolo...

CARLO Sentite, Capada', qua se valutiamo tutto il materiale pezzo per pezzo, bene. Se no, non ne facciamo niente.

CAPA D'ANGELO Sentite, Sapori'... a me nun me piace 'e perdere tiempo: se vi decidete a vendere...

CARLO     Se succede una cosa che dico io...

CAPA D'ANGELO Se succede la cosa che dite voi, mi venite a chiamare. Io porto 'a carretta, carico la robba e vi dò cinquanta bigliette 'e mille lire, uno sopra all'altro.

CARLO Ma vuie state pazzianno? Là solamente 'e striscie 'e tappete...

CAPA D'ANGELO Don Carlu', chelle so' quatte pezze vecchie e tarlate. Nun se sape si pesa cchiù 'a polvere che ce sta ncoppa, o 'e sputazze che ce mena 'o zio vuosto.

CARLO Questo è un altro conto. Ma quando voi mi venite a dire...

CAPA D'ANGELO Facciamo così. Io mo' me ne vado, perché devo andare a vedere certa robba che m'interessa, sopra Salvator Rosa. Quando vi siete deciso...

CARLO Meno di duecentocinquantamila lire, la robba nun esce di casa.

CAPA D'ANGELO Un soldo più di settanta... settantacinquemila lire, è inutile che mi venite a chiamare. (Avviandosi per la comune) Cheste so' quattro scartapelle...

CARLO     Ma chi vi dice che ve le dovete prendere per forza? 

Escono.

Zi' Nicola scende la scala. Indolente e pigro, raggiunge un angolo della camera, fruga tra un cumulo di rifiuti, traendo da essi una lunga cordicella annodata su se stessa diverse volte. Poi cerca un bicchiere, e lo trova fra le vecchie stoviglie, lo riempie fino all'orlo di un vino torbido che trova in un fiasco dimezzato, e se ne torna sul mezzanino. Appena giuntovi, solleva la tenda, si affaccia, sputa e scompare. Carlo torna, si avvicina al tavolo, mette in ordine certe carte che evidentemente lo interessano.

ALBERTO (internamente)    Carlu'! 

CARLO     Albe', fratu mio... c'he' fatto?

ALBERTO (dalla destra, seguito da Michele) Quello che era mio dovere di fare. Mo' vediamo che succede. (Siede affranto sotto l'incubo di qualche cosa di grave che può avvenire da un momento all'altro).

MICHELE Io quando ho visto tornare la famiglia Cimmaruta, mi sono meravigliato. Don Pasquale teneva la faccia del morto. Ho domandato: «Don Pasqua', mbe'?» Non mi ha risposto. Solo <>: la moglie mi ha detto: «Oggi non ricevo». Poi come appresso ad un funerale, don Pasquale avanti e tutta la famiglia dietro, hanno salito le scale, hanno aperta 'a porta e se so' nchiuse 'a dinto.

CARLO     Ma tu hai parlato col commissario?

ALBERTO Come no. Ho dichiarato che non avevo né prove né documenti, che ho denunziato un fatto che non esiste, e che non sono sicuro se me lo sono sognato o no.

CARLO Ma come, uno non si ricorda si na cosa se l'ha sunnata o no?

ALBERTO Nun m' 'o rricordo, Carlu': nun m' 'o rricordo. E pure 'o commissario chesto ha ditto. M'ha guardato e po' ha ditto: «Queste sono cose nuove... Ma vuie fusseve pazzo?» Poi m'ha fatto accompagnare fuori. Dopo una mezz'ora è venuto 'o brigadiere e m'ha ditto: «Per ora ve ne potete andare. Speriamo che passate nu guaio così così»
.
CARLO     E che vuoi dire: «Così così»?

ALBERTO     Non tanto grave.

CARLO     Ma un guaio sempre lo passi?

ALBERTO (convinto)    Sempre lo passo.

MICHELE Io credo che il guaio più grosso lo passate quando la famiglia Cimmaruta sa che siete tornato dalla questura, e state qua.

ALBERTO     Che vuoi dire?

MICHELE Che voglio dire? Che se foss'io don Pasquale Cimmaruta, v'aspettasse sott' 'o palazzo e ve facesse na schiaffiata cu tutt' 'e sentimente.

ALBERTO     Questo io pure l'ho pensato.

CARLO     E io pure.

ALBERTO Siamo tutti d'accordo... (Dopo aver riflettuto) Miche', tu mi devi fare un piacere. Tu dovresti andare al vicolo Lammatari n. 15, 3° piano, e domandare se il signor Aniello Amitrano ce sta e se s'è ritirato ierisera.

MICHELE Allora vado subito, perché solamente adesso ci ho un poco di tempo. (Si avvia) Voi però non uscite. Pecché io so' sicuro che se don Pasquale Cimmaruta vi incontra per le scale, vi fa nuovo nuovo. (Esce).

CARLO     Albe', bello d' 'o frato... assettàmmoce, e stamme a senti'.

ALBERTO     'E che se tratta?

MICHELE (d. d.) Accomodatevi, brigadie'... (Entrando seguito dal brigadiere) 'O brigadiere.

CARLO     T'è venut' 'arresta'.

BRIGADIERE Don Albe', permettete che m'assetto, perché sto stanco, ca nun me fido manco 'e me movere.

ALBERTO     Prego.

BRIGADIERE (siede) Dunque, don Albe', la faccenda si è complicata.

CARLO     Io ll'aggio ditto.

BRIGADIERE Si è complicata, perché ora non dipende né da me né dal commissario, ma dal procuratore della Repubblica.

CARLO     He' capito? (Disperandosi) Vedete che guaio!...

BRIGADIERE La denunzia firmata sta in mano a lui. Due sono i punti; se vi considera in buona fede, vi lascia in pace come ha fatto 'o commissario; se invece entra in sospetto, spicca il mandato di cattura. E io vi devo arrestare.

ALBERTO E... brigadie', ma quali possono essere questi sospetti? Ma, allora... qua siamo ridotti che uno non si può fare un sogno?

BRIGADIERE Nu suonno, sì. Ma no nu castigo 'e Dio. Voi, poi, prima di tutto non siete sicuro di aver sognato, e d'altra parte mille ragioni possono avervi spinto a commettere il reato di falsa denunzia. Noi, mo', stiamo pigliando informazioni di questo Aniello Amitrano: se esiste, chi è, se è vivo, se è muorto overamente. Perché si può dare anche il caso che voi, spinto da un impulso di giustizia, avete fatto la denunzia, e che poi, di fronte al fatto compiuto, avete avuto paura degli assassini, e avete inventato 'o fatto 'e «me ricordo e nun me ricordo».

LBERTO     Ma io v'assicuro...

BRIGADIERE Non c'è bisogno. Ce ne assicuriamo noi. Io sono venuto per dirvi una cosa: non uscite di casa. Prima perché state a disposizione mia, e poi perché sono sicuro che se il fatto non è vero, don Pasquale Cimmaruta o il figlio vi mandano a Poggioreale.

CARLO Brigadie', ma la famiglia Cimmaruta, diciamo... oltre al fatto che possono prenderlo a mazzate, legalmente possono far niente?

ALBERTO O legalmente o a mazzate, non è che possono fare tutte e due le cose!

BRIGADIERE    Come no? (Indicando Alberto) Se la famiglia Cimmaruta si costituisce parte civile, possono chiedere danni morali e materiali. I testimoni ci sono.

CARLO     E la pena, la pena che deve prendere?

ALBERTO     Che dovrei prendere...

BRIGADIERE Questo non ve lo so dire. Vi ripeto: dipende dal procuratore della Repubblica. Allora noi siamo intesi? (Si alza in piedi) Non vi movete di casa, cosi se vi vengono ad arrestare, non perdiamo tempo.

ALBERTO     Va bene, brigadie', vi pare?

BRIGADIERE     Buonasera. (Esce).

MICHELE Io vado al vicolo Lammatari. (Esce appresso al brigadiere).

CARLO     Ci siamo inguaiati, distrutti.

ALBERTO Non esageriamo, l'ho fatto a fin di bene, io non ho ucciso nessuno.

CARLO     Albe', allora tu sei un incosciente, che veramente non si rende conto di niente? Capisco l'ottimismo, ma fino ad un certo punto. Allora, nascondiamoci la verità, diciamo che tutto è bello, tutto è color di rosa, e facciamoci piovere addosso. Io ho il dovere di aprirti gli occhi, perché sono tuo fratello. Albe', sotto processo... Albe', 'o procuratore d' 'a Repubblica? Albe', falsa denunzia... Se i fatti si mettono male, quattro o cinque anni non te li leva nessuno.

ALBERTO Ma non credo, se no non mi facevano andar via dalla questura.
CARLO Fanno indagini, Albe'. Fanno finta di niente, per fare indagini e scoprire.

ALBERTO     È vero?...

CARLO Ti hanno rilasciato, però 'o brigadiere come ti ha detto? «Non vi movete di casa». Albe', il guaio è pesante, soprattutto per me.

ALBERTO     E tu che c'entri?

CARLO Per il fatto specifico, no. Vorrei vedere!... Io faccio casa e chiesa. È grave soprattutto per me, perché oltre allo strazio del dolore... capisci che significa avere un fratello sotto processo... c'è il fatto morale. «Carlo Saporito tiene un fratello in galera per calunnia!» Albe', è la fame! Chi sa quali saranno i provvedimenti... sarai interdetto dai pubblici uffici, evitato da tutti... ed io con te.

ALBERTO     Allora?

CARLO Allora, voglio sistemare le cose in modo da poterci difendere come meglio è possibile. Assettate. (Siedono. Mostrando intorno) Qua ci sta un capitaluccio, che appartiene a me e a te. Albe', io ho preparato una carta (gliela mostra) dove tu dichiari che, durante la tua assenza... non è specificato di che natura... io posso disporre di questo materiale come credo. Perché ho pensato: Se mi vengono a chiedere le sedie per una festa, che faccio? Vengo in carcere da te e dico: «Albe', tu permetti?»... Tu capisci che un fratello in carcere è un fratello in carcere! Possono occorrere soldi da un momento all'altro.

ALBERTO Ma non credo che la faccenda è cosi nera. Tu forse, Carlu', esageri un poco. Io mi sento tranquillo di animo.

CARLO Allora, non ne facciamo niente. (Pausa). Vuol dire che io son esagerato, e non ne parliamo più.

ALBERTO Non dico che sei esagerato, ma si potrebbe aspettare un poco, prima di decidere.

CARLO Come non detto, Albe'. (Pausa). Facciamo che da un momento all'altro... io resto con le mani attaccate. Te la devo mandare una camicia pulita? Nu pacchetto 'e sigarette te lo devo portare? Te pozzo fa manca' quatto arance a Natale? Tu staie 'a dinto, tu... io sto fuori. Ho il dovere di pensare a te. E se non firmi con le buone, ti faccio firmare con la forza.

ALBERTO Io non firmo, né con le buone né con la forza. Carlu', qua non è finito il mondo. Se succede qualche cosa, nell'attimo stesso in cui mi arresteranno, ti nomino gestore del patrimonio...

CARLO     Con pieni poteri...

ALBERTO Con pieni poteri, precisamente. Ma famme prima arresta'. Allora prima di vedere il serpe chiamiamo San Paolo? Aspettiamo che arrivi prima il serpe, e poi chiamiamo San Paolo. Se no, chiamiamo San Paolo, il serpe non arriva... ci troviamo un San Paolo in mezzo... 
(D'un tratto, considerando con esasperazione la singolarità del caso) ...Vedite nu poco in che condizioni mi trovo. Cos' 'e pazze! Io mi vado a sognare un fatto che non so se l'ho sognato o no. Con una evidenza di particolari... Io li ho spiati, sono andato appresso... per mesi e mesi, ho visto il posto dove avevano nascosto i documenti. Na camicia insanguinata e na scarpa, ca poi nun erano na camicia e na scarpa, ma una sciabola e una bilancia. Come poi avrei potuto provare il misfatto cu na sciabola e na bilancia? (Rimane assorto) Mi fece male quel piede di porco di ieri sera.

CARLO 'O ccredo. T' 'o mangiaste tutto tu. Basta, io scendo un momento.

ALBERTO     Addo' vaie?

CARLO Tengo un appuntamento a piazza Francese. Ci vediamo fra un'oretta.

ALBERTO (preoccupato)    E me lasce sulo?

CARLO Tu ti chiudi dentro. (Prende l'ombrello e il cappello) Ci vediamo più tardi. (Poi riflette) Aspe'... (Lascia l'ombrello e prende in cambio un nodoso bastone) È meglio che me porto 'o bastone. Po' essere che m'incontra Cimmaruta per le scale.

ALBERTO E allora è meglio che lasci qua bastone e ombrello... Tu non sei tanto svelto, chillo t' 'o leva 'a mano e te spacca 'a capa.

CARLO E pure dici bene. Mo' lascio tutto qua. (Mette via il bastone) Statte buono. (Esce).

Zi' Nicola dal mezzanino spara dei colpi ritmati.

ALBERTO (come rispondendo ad un interrogativo)  E non avete sentito? 
Abbiamo parlato fino adesso. Sono stato in questura e mi hanno rilasciato. (Zi' Nicola e. s., con qualche variante) Ma niente affatto, non vi preoccupate: io sono tranquillo. (Zi' Nicola spara ancora). Va bene. Starò in guardia. 
(Campanello interno). 
E chi è, mo'? (Prende il bastone, lo nasconde sotto la giacca, ed esce, pavido, per la prima a destra. Dopo poco si sente la sua voce) Chi è? (Pausa). E che volete? (c.s.) Ma siete sola? Se mi assicurate che siete sola, apro. Se no, no. (Tornando preoccupato seguito da Rosa) Non capisco che si vuole da me.

ROSA (bonaria, cerimoniosa. Reca una tazza di latte caldo) Una buona vicina è sempre una benedizione del Signore. Dato l'incidente di stamattina... Noi figuratevi, quando siamo tornati dalla questura, eravamo talmente stanchi che non abbiamo avuto la calma di preparare niente per mangiare... C'era il latte in casa, ed ho pensato: l'unica cosa è una buona tazza di latte e caffè caldo. E quello ci siamo preso tutti quanti. (Pausa). Mio fratello si è messo sul letto, e sta riposando; mia cognata pure... Così, ho pensato di portarvene una pure a voi, che avete avuto lo stesso strapazzo nostro, e certamente non vi sarete preso nemmeno un sorso d'acqua. 

ALBERTO     Molto gentile. (Sospettoso) Ma... non siete arrabbiata con me?

ROSA     Arrabbiata? Chissà quanto avete sofferto voi, nel farvelo. Un sogno di quel genere là ti lascia scosso, ti butta giù. Come si dice? Un poco di pazienza. Volevo solamente domandarvi una cosa. Don Albe', con me potete parlare. Sono una donna anziana, ho sofferto nella vita, e questi occhi miei ne hanno viste che ne hanno viste. Voi, siete proprio sicuro di aver sognato il fatto?

ALBERTO     Come s'intende?

ROSA (piange)    Dio mio, dammi la forza per andare avanti.

ALBERTO     Donna Ro', calmatevi. Dite a me.

ROSA Dico a voi? Perché, secondo voi... non vi prendete collera... al giorno d'oggi ci si può più fidare di nessuno? Io non lo  so... o sono i nervi scossi che ti fanno vedere le cose sotto un altro aspetto... ma certo che io, certe volte, aprirei la finestra, e mi butterei di sotto. (Piange) Don Albe', io tengo solo quel nipote maschio... Io per Luigino mi farei tagliare a pezzi... Lo vedo cosi sbandato... Si vorrebbe occupare e non trova niente di conveniente per lui. Poi fa discorsi cosi sfiduciati! Sarà questa gioventù moderna, che non crede più a niente...

ALBERTO Non è colpa loro, donna Ro'... Poveri ragazzi... hanno vissuta un'epoca tremenda.

ROSA ... Che vi so' dire... Quando parla ha sempre delle battute acide, tossiche, scontente... non piglia sul serio niente. Certi atteggiamenti che non capisco. Voi dite che il fatto ve lo siete sognato... dite la verità, don Albe'; qua siamo io e voi soli...

ALBERTO     Ma ho detto la verità: il fatto me lo sono sognato.

ROSA E se non è vero? Se i documenti non li avete voluti presentare, per paura, o per pietà verso una povera famiglia colpita da una sventura simile? Non mi vorrei ingannare l'anima, e Iddio mi punisca se quello che vi sto per dire non mi strazia il  cuore... se l'amico vostro, Aniello Amitrano, è stato ucciso da mio nipote? (Piange disperatamente).


ALBERTO     Non lo dite nemmeno per ischerzo. 

ROSA Se voi avete i documenti che possono provare il delitto, non vi mancheranno certamente le prove per accertare il responsabile. Che vi posso dire? Ricordatevi di quello che vi ha detto questa povera donna. Tengo solo quel nipote...

ALBERTO     Ma è stato un sogno, ve lo giuro.
ROSA Proprio così: è stato un sogno. Permettete, voglio scendere un momento per comprare qualche cosa per cena dal friggitore, perché non ho la testa per cucinare. Porterò pure qualche cosa a voi: due zeppolelle, quattro scagliozzi, un poco di pesce fritto. (Avviandosi) Una buona vicina è sempre una benedizione del Signore! (Esce).

Alberto rimane assorto in pensieri cupi. Zi' Nicola dal mezzanino, spara dei colpi.

ALBERTO (sussulta, comprimendosi con una mano il cuore) È venuta donna Rosa, la sorella di Pasquale Cimmaruta. (Zi' Nicola c.s. spara ancora). Ha portato una tazza 'e latte e cafè. 
(Campanello interno). 
Chisto chi sarrà?... (Esce, poi di dentro) Entrate, signuri', entrate. (Torna seguito da Elvira).

ELVIRA     Zia Rosa se ne è andata?

ALBERTO     Sì, è andata dal friggitore.

ELVIRA     Avete cinque minuti di tempo?

ALBERTO Certo. Dite. 
(Campanello interno). 
Vengo subito. (Entra e torna dopo poco) È vostro fratello.

ELVIRA Come faccio? Io non ho detto che venivo da voi. E perché è venuto lui? Ha detto che sarebbe uscito.

ALBERTO     Che facciamo?

ELVIRA Fatelo entrare. Io aspetto dentro. (Indica la prima porta a sinistra) Quando se ne sarà andato, mi chiamate. (Esce).

ALBERTO (esce per la destra. Dopo poco torna con Luigino) Mi dovete dire qualche cosa?

LUIGI Voialtri della generazione passata... che tra le altre cose è sempre più presente del presente stesso... non sapete parlare senza aprire il vocabolario dei luoghi comuni e delle convenzioni. Se sono venuto da voi, è chiaro che qualche cosa da dirvi ce l'ho.

ALBERTO Allora, col vocabolario della generazione vostra, come si deve dire?

LUIGI Si dice: «mbe'?». Con un punto interrogativo di due metri e mezzo!

ALBERTO (rifacendolo) Mbe'? (Fa il gesto di un punto interrogativo alto un metro e mezzo).

LUIGI     Dunque, ascoltate.

ALBERTO Se ho detto «mbe'» vuol dire che la mia intenzione è di ascoltarvi. Quindi, «dunque, ascoltate» è inutile.

LUIGI   (imbarazzato)   Già. Io sono venuto per dirvi questo...

ALBERTO Se siete venuto, o questo o quello, una cosa si capisce che me la dovete dire.

LUIGI     Mi state sfottendo?

ALBERTO     No, mi sto aggiornando.

LUIGI Niente, non possiamo andare di accordo: se non morite voi, non c'è scampo per noi...

ALBERTO     Un poco di pazienza, e moriremo tutti quanti.

LUIGI Io sono uno sbandato e va bene; non è il caso di discutere adesso per colpa di chi. Vi dico solamente che, in relazione al fatto del delitto, ho dei sospetti, sento il dovere di parlare perché, ove mai vi decideste a presentare le prove, non sarebbe giusto che venisse coinvolta tutta la famiglia. Il vostro amico l'ha ucciso mia zia.

ALBERTO     E lo dite cosi semplicemente?

LUIGI E come lo dovrei dire? Mia zia tiene una camera chiusa dove non fa entrare nessuno. Una specie di laboratorio. Là dentro fabbrica sapone e candele... Le conseguenze e le conclusioni, traetele voi.

ALBERTO (trasecolato)    Ma voi calcolate quello che dite?

LUIGI (confermando) Sapone e candele, Sapuri'. E una mano ce l'ha messa pure mia sorella, perché mia zia solo a lei permette di entrare in quella camera.

ALBERTO     Lo avrebbero incandelito? Ma siete proprio sicuro?

LUIGI     E voi, siete sicuro di aver sognato?

ALBERTO     Ma io i documenti non ce li ho, quanto è certo Iddio.

LUIGI Nun me fate ridere, don Albe'. A chi volete raccontare il fatto del sogno? Vi siete messo paura e avete fatto marcia indietro. Io il sospetto ce l'ho, adesso regolatevi come volete. (Avviandosi) Nuie tenimmo una casa piena di candele e sapone. (Via).

ALBERTO (siede affranto, coprendosi il volto con le due mani) Oh, Madonna... (Parlando verso il mezzanino) Zi' Nico', hai ragione tu, che nun vuo' parla' cchiù... L'umanità ha perduto ogni ritegno. Ma allora io veramente ho fatto la spia a questa gente. Il sogno non esiste? Quello che ho detto è la verità?  

(Intanto annotta. Campanello interno. Alberto va ad aprire. Rientra poco dopo seguito da Pasquale, il quale porta con sé un involto, fatto con un panno nero). 

E voi che volete?

PASQUALE (pallido, emozionato per quanto dovrà dire) Ho approfittato che mia moglie si è messa a dormire... Mio figlio è uscito... Mia figlia pure... Mia sorella Rosa è scesa per un poco di spesa e cosi sono venuto da voi. Non vi farò perdere tempo: la mia storia è più breve di quella di Mimi. Non potevo rimanere in casa, nun pozzo sta' sulo. Quando sono solo parlo, ragiono nella mia mente, con me stesso, e mi sembra di impazzire. Avevo bisogno che qualcuno sapesse, sentisse... non posso essere sempre io ad ascoltarmi...

ALBERTO Si capisce, certe volte si ha bisogno di una parola, di un consiglio...

PASQUALE Si fa presto a giudicare: «Quello? È così!» «Quell'altra? È così, così...» Ma che ne sanno perché uno è «così» e perché l'altra è «così»? Se mi ricordo della mia infanzia, mi faccio la croce con la mano sinistra... (Come rivedendosi negli anni lontani e felici) Ma come, quel ragazzo vestito alla marinara sono io? Quel bambino paffuto, che cerca il fischietto api, peso al cordone bianco della giubba e che fa i capricci perché passando davanti a Pintauro vuole la sfogliatella frolla, sono io? Sono sempre io, quel giovane sedicenne che torna tutto allegro a casa, gridando: «Papà, papà, mi sono diplomato... Papà, sono ragioniere». (Schiaffeggiandosi ripetutamente) Tu... tu... sei tu, grandissimo schifoso! Sei tu la figura oscena di oggi, sei tu colui che scendeva sempre più in basso, senza calcolare che gli ultimi gradini della scala sociale li aveva già scesi.

ALBERTO Voi siete in uno stato di abbattimento morale veramente penoso. Fatevi coraggio.

PASQUALE Sono stato travolto dalla vita, ma non ero cattivo, credetemi. Mi sono torturato, sentendomi bruciare le vene per non poter indovinare qual'era la vera condotta di mia moglie.

ALBERTO     Avevate dei dubbi?

PASQUALE Avevamo praticato un nascondiglio in casa, all'epoca dei fascisti e dei tedeschi. Si spostava l'attaccapanni e usciva un foro di sessanta centimetri per sessanta... che portava in un quadrato di un metro e mezzo per un metro e mezzo... Una specie di casotto per il cane. Mia moglie, ogni tanto, diceva: «Mi hanno avvertita che ti devi nascondere perché sei ricercato. Staie dint' 'a nota». «Ma io non ho fatto niente...» «Sei segnato come antifascista». Mi metteva nel nascondiglio e io, con una paura da ammazzare le mosche col fiato, che poi mi è costata la disfunzione cardiaca che non mi ha permesso più di lavorare, rimanevo nascosto. Certe volte mi ha lasciato tre giorni di seguito. Mi portava da mangiare... E io dicevo: «Chi vuoi che si occupi di me?» «Ho avuto una telefonata!» «Ma io non ho fatto mai politica...» «Sono vendette personali, Pasca'». Io saccio mia moglie che faceva quando mi metteva nel nascondiglio?... Finita la guerra, un poco la disfunzione cardiaca, un poco l'artritismo, che Dio lo sa, certe volte mi fa piegare in due... non ho potuto più lavorare. Mia moglie, che una volta si dilettava a fare le carte per le amiche, viste le ristrettezze della famiglia, in seguito se le mise a fare per speculazione. Clienti che vanno e che vengono... e in massima parte uomini. E io fuori all'ingresso: «Avanti, avanti signori! Rispettate il turno. Madama Omarbey è stata oggi illuminata di nuova luce!» Con qualcuno, certe volte, si trattiene in camera per più di un'ora. E io fuori: «E che fanno? Perché non finisce sta seduta?» Un pensiero mi dice: «Guarda dal buco della serratura». Infatti dal corridoio opposto all'ingresso che porta ad un tramezzo che divide la camera di mia moglie con una di sbarazzo, al centro del tramezzo, ci sta un finestrino. Salendo su di una sedia, ho fatto un buco di traverso dal quale posso vedere tutto.

ALBERTO     Beh?

PASQUALE Non ho il coraggio. Arrivo fino al tramezzo... e me ne torno indietro. Ma che vi vengo a raccontare... Voi sapete tutto... Lo avete detto cosi chiaro, stammatina... E questo volevo dirvi... Tutto quello che voi avete dichiarato, può avere un fondo di verità che a me non risulta... Ma che addirittura mi ritenete un assassino, no... Don Albe', le mie mani non si sono macchiate di sangue...

ALBERTO Don Pasqua', io non so niente più. Il sogno che mi sono fatto...

PASQUALE Tirate fuori i documenti. Vuol dire che il colpevole paga. La vita torce le cose e gli uomini! Non ero così, don Albe'. Il fondo del mio animo è buono: è buono ancora. Sente ancora il profumo della sua infanzia. E pure quando sto all'ingresso col turbante in testa... Ve l'ho portato a vedere... (Apre l'involto che ha portato con sé e mostra il turbante indiano) Eccolo qua... il turbante di Pasquale Cimmaruta! Anche quando si mette il turbante e fa entrare i clienti nella camera di sua moglie, sente sotto le dita il fischietto del vestitino alla marinara... Anche quando grida: «Avanti, rispettare il turno!», sente l'odore della sfogliatella di Pintauro. (Disperatamente a se stesso) Mettiti il turbante, caro Cimmaruta! Fai vedere come ti ha ridotto la vita. (Mette in capo il turbante, raggiunge rapido l'ingresso, e, girandosi verso Alberto, si erge «eroico» sul busto per mostrarsi nella pienezza del suo abbrutimento morale. Ora, prova quasi gioia nello «spiazzare» scandalosamente la cantilena che è costretto a ripetere quotidianamente all'ingresso di casa sua, quando i clienti della moglie fanno ressa per entrare) «Avanti, madama Omarbey è stata illuminata, oggi, di nuova luce!... Rispettare il turno!»... (Un singhiozzo lo ferma per un attimo) Sono indiano, don Albe'... Pasquale Cimmaruta fa l'indiano!

Zi' Nicola, dal mezzanino, gli sputa addosso; ma egli non se ne accorge, ed esce.

MATILDE (dopo poco di dentro, inveendo contro il marito) Sei venuto qua per sparlare di me... è vero? A fare il ridicolo col turbante in testa. (Entra furiosa rivolgendosi ad Alberto e trascinando Pasquale in scena) Mi ha ridotto una serva e nemmeno è contento. A furia di bugie e fiumi di parole, riesco a mantenere tutta la famiglia... e quello fa il geloso! (Come un'accusa) Quando la sera, verso le cinque e mezzo, finisco le consultazioni, se ne va. E lo vedete più voi fino alle quattro, cinque del mattino? Se ne va con gli amici... e che va facendo, ne potete sapere qualche cosa? Giuoca. E quando gli mancano i soldi per giuocare, commetterebbe qualsiasi cattiva azione.

PASQUALE     Io?

MATILDE Sì, tu. Dove sei stato due notti, senza tornare a casa? E perché hai fatto la faccia bianca e non hai avuto il coraggio di parlare, quando il commissario ha detto: «Potete andare. Alberto Saporito ha dichiarato che il fatto del delitto se l'è sognato»?... Perché?

PASQUALE     Che vuoi dire con questo?...

MATILDE     Che ti credo capace di tutto.

PASQUALE     Anche di aver assassinato Aniello Amitrano?

MATILDE       Sì.

PASQUALE E allora perché non mi dici dove sei stata domenica scorsa, che dicesti: «Ho bisogno di stare sola... Aria, sole!...» e tornasti alle due dopo mezzanotte?...

MATILDE (gridando)    Dove mi è parso e piaciuto!

PASQUALE Di tutto ti credo capace. Le amiche che tieni... la gente che pratichi...

MATILDE (esasperata)    Basta!

PASQUALE No, non basta. Il sospetto è troppo forte e non riesco a tenermelo dentro. L'accusa di don Alberto è fondata. Uno della nostra famiglia ha ucciso: e non puoi essere che tu.

ELVIRA (dalla sinistra correndo verso la madre) Mammà! (E le dice qualche cosa all'orecchio).

MATILDE (spaventata, alla figlia) No! E comme può' penza' na cosa 'e chesta? Sospetti, nientemeno, di tuo fratello?

ELVIRA (disperata)    Sì... Sì... Sì... (E corre via).

MATILDE     Elvira, Elvira, per carità! (Esce dietro a lei).

PASQUALE (ad Alberto) Don Albe', tirate fuori i documenti, sentite a me... (Esce appresso alle donne).

CARLO (entrando dalla destra ad Alberto)    Ch'è stato?

ALBERTO Carlu', io nun capisco niente cchiù. Il delitto pare che sia stato commesso veramente, perché si accusano l'uno con l'altro. Quando dico che i documenti non ce l'ho, non mi credono.

CARLO     Albe', ma di' la verità, tu sti documenti 'e tiene o no?

ALBERTO Nun 'o ssaccio! Nun 'o ssaccio cchiù! Non so' nemmeno sicuro si sto dormendo adesso e sto sognando, o stavo sveglio quando dormivo e sognavo il fatto... 'E documente li vedo e poi spariscono. Li tocco e non li riconoscerei se li vedessi un'altra volta... La porta l'hai chiusa?

CARLO     Comme no!

ALBERTO Mettici il paletto e non fare entrare nessuno: aggi' 'a sta' sulo. (Campanello interno).  È na parola!

CARLO (verso l'ingresso)    Chi è?

MICHELE (di dentro)    So' io, so' Michele. Aprite.

CARLO     'O faccio trasi'?

ALBERTO     A Michele, sì. (Carlo esce, poi torna con Michele).

MICHELE     Eccomi qua.

ALBERTO     Sei stato al vicolo Lammatari?

MICHELE Come no... (Verso la comune) Entrate, signo'. Qua c'è la moglie di Amitrano. Parlate con lei.

TERESA (entra e fila diretta verso Alberto) Me l'hanno ucciso, me l'hanno ucciso a mio marito. Povero Aniello! Ma come, adesso stava così bene! La cura che gli aveva dato il dottore lo aveva rimesso a posto completamente... S'era ingrassato. Nel tubetto ci sono le ultime due pillole che non s'è arrivato a piglia'... (Piange) È uscito tre giorni fa... e non ho avuto più notizie. Me l'hanno ucciso... schifosi delinquenti!

ALBERTO     Sedetevi, calmatevi.

TERESA Non commettete la vigliaccheria di non presentare i documenti. Chi ha commesso il delitto deve essere punito. Se vi rifiutate, diventate complice pure voi.

CARLO     Albe', caccia 'e documente, non avere paura!

ALBERTO Nun 'e ttengo! Ma insomma: m'aggi' 'a mena' 'a copp'abbascio?

TERESA (sempre piangendo) Dice che avete trovato la camicia sporca di sangue...

ALBERTO (a Michele)    Ce l'he' ditto tu?

MICHELE   'O ddicisteve vuie.

TERESA     Almeno datemi la scarpa.

ALBERTO     Nun tengo niente, credetemi, donna Tere'!

TERESA (gridando disperata) Aniello! Aniello mio, rispondi! Tenevo 'o presentimento. Quattro notti fa mi sognai che mi cadevano tutti i denti. Aniello mio!

ZI' NICOLA (sporgendosi dal mezzanino e rivolgendosi un po' a tutti, con voce chiara e pronunciando perfettamente ogni parola)  Per favore, un poco di pace. (E rientra).

CARLO     Ha parlato... Zi' Nicola ha parlato!

ALBERTO     Ha rotto 'a cunzegna.

Dal mezzanino s'intravede una violenta luce verde.

CARLO     Zi' Nico'... zi' Nico'...

ALBERTO     Ha acceso 'o bengala verde...

CARLO Zi' Nico'... zi' Nico'... (Zi' Nicola, nel sollevare la tenda, mostra un bengala verde acceso; dopo averlo innestato in un tubo di ferro fissato appositamente alla ringhiera del mezzanino, malinconicamente rientra. Carlo sale sul mezzanino) Zi' Nico' che ve sentite? (Sempre più allarmato) Rispunnite, zi' Nico'... zi' Nico'... (Affacciandosi) Albe', zi' Nicola è muorto!

ALBERTO (costernato)    Tu che dice?

CARLO     È muorto... Saglie.

ALBERTO     Tu si' pazzo. Io nun me fido 'e vede'.

MICHELE     Povero zi' Nicola! Mi dispiace veramente.

CARLO Com'è bello! Pare nu santo... (La sera è scesa. Intorno è quasi buio). Albe', appiccia 'a luce...

MICHELE No, è inutile. Manca in tutto il palazzo. Stanno riparando la linea.

ALBERTO (prova a girare l'interruttore, ma la lampadina centrale rimane spenta. Seccato)    'E guaie nun vèneno maie sule.

TERESA (lamentandosi)    Aniello mio! Aniello mio!

ROSA (dalla comune)    Permesso? (Entra).

ALBERTO (a Michele)    He' lasciato 'a porta aperta?

ROSA (dolcemente) Una buona vicina è sempre una benedizione del Signore. (Verso la comune) Entra, Mari'. (Maria entra recando un candeliere con cinque candele accese e lo passa a donna Rosa, che incamminandosi verso il tavolo dice) Grandezza di Dio, don Albe', vedete che luce!

Ed esce soddisfatta, seguita da Maria. Mentre Teresa seguita a piagnucolare, Alberto guarda atterrito le cinque candele.


FINE SECONDO ATTO

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