sabato 29 dicembre 2012

Il maggiore contrasto tra la sua arte affabulatoria e quella del silenzio

L'ARTE DELLA COMMEDIA
Per approfondire clicca qui: Colore delle parole e temperatura dei silenzi nel teatro di Eduardo


Colore delle parole e temperatura dei silenzi nel teatro di Eduardo
Anna Barsotti
Università di Pisa
Quaderns d’Italià 12, 2007



Il maggiore contrasto tra la sua arte affabulatoria e quella del silenzio si  concentra in Gli esami non finiscono mai, ma il fenomeno appare intrigante in una commedia che, invece di alternare nello stesso personaggio affabulazione e silenzi, scinde le due funzioni fondamentali in due diversi, corrispettivi,  personaggi.
È, in modo significativo, una commedia sulla phoné, Le voci di dentro, «Tarantella » in tre atti. Di dentro escono le voci mulinanti nella testa di Alberto Saporito, nuovo Don Chisciotte eduardiano che prima sfoga la propria  confusione coscienziale denunciando i vicini, e alla fine, scoperta la causa della sua ed altrui mostruosità («in mezzo a voi, forse, ci sono anch’io, e non me ne rendo conto»), trasforma quell’accusa gridata con enfasi dialettale in  un’arringa davvero «precisa e documentabile».
«Mo se sono imbrogliate le lingue», dice all’inizio il portiere Michele, «Ecco che la notte ti fai la fetenzìa di sogni»; e, appunto perché le voci di dentro non corrispondono più alle voci di fuori, a forza di reticenze, sospetti reciproci e ipocrisie si può arrivare a mettere «un assassinio […] nelle cose normali di tutti i giorni … », come nella denuncia finale del protagonista: «Il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia!».
Alberto Saporito è dunque un affabulatore, un monologante, perché parla anche quando gli sembra inutile parlare, denunciando in un mondo di sordi, di «gente che parla cumme fosse muta», l’uccisione della «parola colorata», della comunicazione e della «stima reciproca» («E vi sembra un assassinio da niente?»). D’altra parte il personaggio che rifiuta la parola, in questa commedia paradossale, è lo Zi’ Nicola: il rapporto privilegiato fra «’o  sparavierze», che sostituisce la parola con un codice alternativo, colorato e rumoristico, ed il nipote Alberto, sognatore e visionario, comunica il senso complessivo dello spettacolo del 1948. Così il protagonista si sdoppia, dal momento che si sono imbrogliate le lingue.
Si può ripercorrere la storia di questa commedia, dal primo manoscritto alle scene, attraverso copioni, testi editi e modificati dall’autore, e diverse edizioni dello spettacolo, fino ad arrivare all’ultima, interpretata dall’attore, quella del ’76-’77. Ecco, in questa occasione è stata rilevata dagli osservatori una specie di simbiosi tra il linguaggio del silenzio di un personaggio e quello dell’affabulazione dell’altro. Scrive Tian: «Le visioni di Alberto e il codice di Zi’ Nicola, sommati insieme, creano un clima da giudizio universale […] Possiamo anticiparcelo e magari renderlo più umano se accettiamo di parlare un linguaggio diverso da quello abituale». Tanto più che l’attore offre del pezzo d’affabulazione finale, quello di Alberto, un’interpretazione che pare avvicinarsi progressivamente al suo codice del silenzio. Eduardo «non rompe l’aria con le parole, l’appanna col fiato», la sua voce si fa sempre più intima, riuscendo a descrivere un intero mondo con tratti sempre più brevi e sempre più intensi; incide e mostra il silenzio, quando vuole creare dramma e abisso col silenzio, fino a sembrare egli stesso la materializzazione di un sogno o di una visione. 
Eppure così continua a rivelare nel suo modo sornione l’assurdità delle voci di fuori e la mostruosità delle voci di dentro di tutti noi… Essere attori e attori artisti è incarnare una tragedia, o, se si preferisce, denunciarla. «Questo compito ingrato —aggiunge Garboli— per ironia della sorte, lo assolvono più di tutti gli attori comici, quelli che fanno ridere!».



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