venerdì 28 dicembre 2012

Gli esami non finiscono mai di Eduardo De Filippo - alcune considerazioni.

L'ARTE DELLA COMMEDIA



Dopo circa trent’anni, Eduardo propone la commedia Gli esami non finiscono mai, rappresentata all’Eliseo nel gennaio 1974 e pensata fin dal 1953.Il tema principale è la vita vista attraverso le vicende famigliari di Guglielmo Speranza e la sua denuncia dell‘ipocrisia dei vincoli di una famiglia borghese. La struttura dell’opera, prevede un prologo e tre atti. L’anteprima fu presentata il 19/12/1973 e la prima mondiale il 21/12/1973 al teatro "La Pergola" di Firenze.
Eduardo stesso racconta il concepimento del soggetto:

La commedia in diciotto quadri narra la vita di un ragazzo dal momento in cui festeggia il conseguimento della laurea fino alla morte che lo coglierà molti anni dopo. Tutta la sua vicenda è un esame: prima da parte dei futuri suoceri, poi della moglie, degli amici di casa, dei figli, dei conoscenti e infine del medico e del prete. Aquesto punto, con la morte sono finiti gli esami? No, perchè il sacerdote rammenta al morituro quale altro rendiconto lo attende nell’al di là. 
Eduardo, consapevole che, con quest’opera, avrebbe tolto la maschera a qualcuno o a qualcosa, in un’intervista a G. Prosperi chiarirà i motivi della sua perplessità nell’allestire una commedia pensata fin dal 1953, ma annunciata solo nel 1972

Il soggetto era pericoloso.Vi si rappresentava una famiglia senza tanti complimenti, in modo negativo, e allora la morale era ancora chiusa, i gusti non erano evoluti come adesso.[...] Rifare sempre gli esami agli altri è un vizio dell’uomo. Vedi, un autore spera sempre che una sua commedia serva a qualche cosa. 





Il protagonista, Guglielmo Speranza, nel prologo si presenta con in mano tre barbe finte, una nera, una grigia e una bianca a indicare il passaggio delle tre età della sua vita, descritta dal 1922 al 1970 e oppressa dalle ipocrisie e dalle maschere adottate dalla società che lo circonda, una società-tipo con personaggi fissi.
E’ l’ipocrisia con la sua maschera rappresentativa della società che l’autore vuole denunciare. Il rapporto finzione-realtà è indicato dai riferimenti amari che l’autore utilizza quando parla della "gente"che si intromette nella vita dell’individuo condizionandone l’esistenza con continui esami; anche nel momento del funerale la "gente" vorrà esprimersi inseguendo ipocriti formalismi: "Non ha saputo morire".
Noi tutti possiamo riconoscerci in Guglielmo e nelle sue ansie di ricerca dell’autenticità: attenzione, quindi, agli esaminatori che si autoinvestono arbitrariamente di questo ruolo e che pensano di distribuire premi e punizioni. Eduardo vuol dirci prima di tutto, che tanti di questi esami, sono dei falsi esami, dove gli esaminatori sono persone che cercano di introdursi nella vita degli altri per non aver saputo costruire la propria.
La lotta di Guglielmo Speranza consiste quindi non tanto nel superare le prove dell’esistenza, ma piuttosto nel difendersi dal meschino assalto della gente che si serve della vita degli altri, per nutrire ed appagare la loro curiosità e il grigio della loro vita mediocre.

 

Alcuni esempi:

STANISLAO Caro Speranza, mettetevi bene in mente questo: una volta laureato bisogna dare alla società conto e ragione di questa laurea. Voi, in fondo, laureandovi, non avete fatto altro che impiantare una regolare contabilità con tanto di libro mastro, nel quale gli altri, non voi, si prenderanno la briga di segnare le entrate e le uscite dei meriti e demeriti che via via si verificheranno durante il vostro impegno di professionista, marito e padre di famiglia.
GUGLIELMO E fino a quando?
GIROLAMO Fino a quando quel tale "pezzo di carta" non sarà diventato per riconoscimento popolare una vera e propria laurea.
STANISLAO E ricordatevi che soltanto pochi privilegiati riescono a raggiungere il traguardo.(I atto, p. 533)

BONARIA vi ho detto e vi ripeto che che fra me e vostro marito non esiste più niente: è finito tutto. Ma non perchè ci siamo scocciati l’uno dell’altra: ci siamo messi paura della moglie, dei figli ...abbiamo avuto paura della gente. La gente fa paura. Ci hanno messo sotto inchiesta a me e a quel povero Guglielmo. (II atto, p. 555)  

GUGLIELMO [...] mi sono scocciato di sottostare alla legge del vivere civile che t’assoggetta a
pronunciare i "sì" senza convinzione quando i "no" salgono alla gola come tante bolle d’aria, quei "sì" estorti con la complicità del galateo, il quale poi se ne lava le mani quando poi quel "sì", per chi te l’ha estorto, diventa un impegno tassativo che devi mantenere a tutti i costi, se non vuoi passare alla storia come un fuorilegge. (II atto p. 561)

GUGLIELMO [...] Viva gli Arabi, viva le mura altissime che circondano le loro case, e siano benedette le finestre con le gelosie! Tutto dentro e sotto chiave: dolori, gioie, sconfitte, tutto! Tutto chiuso dentro! I giorni amari, dolci, felici o dolorosi della nostra vita, nelle mani di gente come te diventano generi ommerciabili che si vendono a metri e a scampoli nelle case, per le strade e le piazze della città. E mi voglio togliere questo vestito da fesso che a viva forza mi hanno voluto mettere addosso e che, dopo avermelo messo, vanno dicendo che mi sta a pennello!(II atto p. 562)

GUGLIELMO Ma un povero Dio come si può difendere da questi angeli custodi che ti escono dal naso, dagli occhi e che il bastone ce l’hanno non per affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente fra le ruote...? (II atto p. 572)

GUGLIELMO Per farmi piacere... ho detto "farmi", badate, non ho detto "farvi".... Per farmi piacere, me ne andrò più presto all’altro mondo. Non intendo suicidarmi, non v’allarmate: non intendo lasciare questa macchia infamante in famiglia. L’uomo sa che deve morire e che non c’è niente da fare. Sa pure che non può ritardare la morte, è vero, ma sa con certezza che quando comincia a vivere come un albero, quando passa le giornate sdraiato in poltrona a leggere libri e giornali, la fine non può essere lontana. Di libri e giornali si può morire." (II atto p. 574)

GUGLIELMO Quando sarò morto voglio essere trasportato nudo al cimitero, e nudo voglio essere sotterrato. Non facciamo che, approfittando del fatto che mi trovo nell’impossibilità di reagire, fate fare al mio corpo la stessa figura ridicola che faceva quello di mio suocero sul letto di morte, truccato e vestito da sera [...]. Allora siamo intesi: nudo sono venuto al mondo e nudo voglio essere otterrato." (III atto p. 591)




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