domenica 30 dicembre 2012

GLI ESAMI NON FINISCONO MAI - ATTO TERZO


ATTO TERZO

Strada dove ci si incontra per caso.
 

Da una quinta apparirà Gigliola. Sono evidenti in lei i segni di una stanchezza fisica da lungo tempo sofferta, e quelli di uno smarrimento in cui è caduta per avveni menti avversi che l’hanno colpita. Corre al centro della ribalta e si rivolge al pubblico come chi abbia un mes saggio urgentissimo da comunicare.

GIGLIOLA Signori miei, perdonate il modo di come mi presento: sembro una serva! Ma non ho avuto il tempo nemmeno di pettinarmi e di buttarmi addosso uno strac cio decente. D’altra parte, non ne avrei avuto né la for za né il coraggio. (Nell’esclamare) Guglielmo! (si lascia sfuggire uno scoppio di pianto che di sincero ha soltan to il volume di voce, la durata e il tono tradizionale di quei momenti di dolore che si ripetono a catena da mi lioni di anni) Guglielmo sta male! Sta male da diver so tempo; e adesso si è aggravato. So che si confidava spesso con voi e allora ho pensato anch’io di rivolgermi a voi per dirvi come si sono svolte le cose dal giorno che si ammalò e come stanno adesso che s’è aggravato. (Improvvisamente tragica) Guglielmo, Guglielmo mio! Non mi puoi lasciare, non puoi abbandonare una pove ra donna sola e senza il conforto di una persona cara... Guglielmo mio, non mi lasciare! Non voglio intrattener vi a lungo sui giorni neri che sto vivendo, e su quelli nerissimi cui sto andando incontro. Di lui si, di lui deb bo parlarvi e mi voglio sbrigare perché, credetemi, in questi ultimi tempi, quando sono costretta a lasciarlo per fare qualche commissione, qualche spesa indispensa bile, durante il tempo che resto fuori sono ossessionata da un solo pensiero fisso: « Adesso torno a casa e trovo il mezzo portone chiuso perché se n’è andato Gugliel mo! » Arrivo perfino a dire che per liberarmi da que st’incubo, certe volte... (Spingendo disperatamente il pugno al centro della fronte) Ah, come vorrei che non mi si fraintendesse, che mi si considerasse e mi si com patisse! (Col braccio destro proteso verso il pubblico) è vero che non mi fraintenderete? Che mi compatirete? è vero? (A testa alta, eroica) Per liberarmi dell’incubo, certe volte mi auguro di trovarlo chiuso, il mezzo porto-. ne. Quel mezzo portone chiuso significherebbe la fine delle sue sofferenze e l’inizio della mia rassegnazione. (Improvvisamente cede ad un’inconsolabile disperazio-ne) ~ proprio vero che soltanto di fronte all’irreparabi le si ritrova se stessi e si possono riconoscere i valori reali della vita! E io e Guglielmo ci siamo ritrova ti... Finalmente ci parliamo, ci ascoltiamo. Io parlo, parlo, parlo.., e lui pure. Mio Dio, naturalmente parla come può. Parla con quel poco di fiato che gli resta, ma ci ca piamo. Ma perché, perché a questo mondo ci si capisce soltanto in punto di morte? Durante i quindici anni che non si è più fatto vivo con voi, non ci sono stati avve nimenti di rilievo. Dopo avere rinunciato al progetto finanziario... vi ricordate la lite che ci fu tra me e lui e i figli? Forse non avrei dovuto mostrarmi decisamente ostile in quell’occasione... me ne pento, perché da quel momento si attutirono i suoi entusiasmi e cominciò a vi vere una vita monotona, sedentaria: giornali e libri, li bri e giornali. E così si è ammalato. Di che cosa? E chi lo sa! Medici non ne vuole. Si fa curare dal veterinario. Tutti in famiglia abbiamo insistito perché si affidasse a un professore, un dottore di riconosciuto valore: nien te! « Voglio il veterinario». « Ma perché? », gli abbiamo chiesto. Ha risposto che non vuole dividere con i medi ci né il merito della sua guarigione né la responsabilità della sua morte. Ha detto che il veterinario, se visita un ciuccio, non ci pensa nemmeno di domandargli: « Ti fa male qua, quando respiri? », « Se spingo qua sotto, sen ti dolore?», « Quando ti svegli la mattina, ti senti gira re la testa? », «Mangi con appetito? », «Digerisci be ne? »... ~ impazzito, credete a me: Guglielmo è impazzi to! Oggi ci sarà il consulto. Intorno a Guglielmo si riuniranno tre illustri professori, tre luminari della scienza medica. Ma io dispero... Si rifiuterà di tirare fuo ri la lingua, di trattenere il respiro e di dire « trenta-tre»... Lo stato attuale di Guglielmo è disperato. Non parla più, balbetta; non vede, intravvede; non ascolta più, si ascolta perché parla da solo farfugliando. (Spa zientita) Eeeeeeh! Non è facile, credete a me! Non è facile assistere un moribondo. (Sottolineando il particola re) Un moribondo che ti appartiene, naturalmente. Scu satemi, scappo, corro a casa. (Con lo sguardo rivolto al cielo e le braccia imploranti) Dio onnipotente, vi scon giuro: fatemi trovare il portone mezzo chiuso! (S’accor ge dell’errore, ma non si perde d’animo e si corregge) Scusate, volevo dire: « Fatemi trovare il portone spalan cato»... (Esce).

Uscita Gigliola, a una quinta sopraggiunge Furio. Gli anni lo hanno alquanto invecchiato e curvato. Indossa abiti dimessi, è chiaro che se la passa male. Cammina a passi lenti e parla da solo: forse parla male di qualcu no... Dall’altra quinta appare Giacinto Chiarastella. ~ il portiere del palazzo dove abitarono prima i Fortezza ed ora, già da tempo, Guglielmo e Gigliola Speranza. Gia cinto cammina svelto e reca con sé dei medicinali. E Furio che riconosce per primo il vecchio portière, men tre alle loro spalle si chiude il sipario di velluto nero.

FURIO (felice d’avere incontrato la persona adatta al pette golezzo) Chiarastella! Giacinto Chiarastella!
GIACINTO (diffidente per natura) Chi è?
FURIO Come, «chi è? »... Non ti ricordi di me? Non sei il portiere del palazzo, dove per tanti anni hanno abita to i signori Fortezza e in seguito i signori Speranza?
GIACINTO (riconoscendolo) La Spina! Voi siete ‘o signuri no ‘e La Spina?
FURIO Sono cambiato al punto tale che non mi hai ricono sciuto?
GIACINTO No... voi siete tale e quale. Io me sò fatto viecchio, voi no. Non mi aspettavo di vedervi un poco arronzato coi panni. Mi scusate, ma voi, quando eravate assiduo, diciamo, dei signori Speranza, gli inquilini del palazzo vi chiamavano « il milurdino». Dite la verità, state paccariato?
FURIO Vicende alterne, caro Giacinto. Chiarastè, ci vuole fortuna nella vita. Se avessi incontrato io pure una Gi gliola Fortezza, non sarei ridotto arronzato nel vestire.
GIACINTO Parlate di don Guglielmo? Pover ‘ommo, ades so sta male.
FURIO (velenosamente interessato) Sta male?
GIACINTO Non sapete niente?
FURIO No.
GIACINTO Sta male assai. Io vado e vengo dalla farmacia. (Mostrando i pacchetti) Queste medicine sono per lui, oggi ci sta il consulto. Venitelo a trovare prima che per de conoscenza, sono sicuro che ci fate piacere.
FURIO Si, si, appena posso. (Segnando il suo indirizzo su un foglietto strappato da un taccuino) Se dovesse succedere qualche cosa, pure di notte, mi puoi raggiun gere qua. (E consegna il biglietto).
GIACINTO Vi servirò. Scappo perché la signora Gigliola sta aspettando le medicine. Buona giornata.
FURIO Pure a te.

Escono.
Si apre il sipario di velluto nero, scoprendo il soggiorno di casa Speranza. Guglielmo è sempre sdraiato sulla pol trona, con la testa appoggiata ai guanciali; nella stanza c e un disordine insolito: intorno al malato pile di libri e cumuli di giornali sparsi per terra.
Durante la scena che segue, tutti i congiunti di Gugliel mo che vedremo entrare, appariranno stanchi e in preda a quel disordine morale e mentale in cui si cade quando per troppo tempo si è costretti a darsi il cambio attorno al letto di un congiunto gravemente infermo e, per giun ta, senza speranza di guarigione. Il via vai per le stanze dell’appartamento e del soggiorno incomincia affannoso e trepidante; dalla cucina provengono rumori di scrosci d’acqua nel lavandino, e di acciottolio di piatti; si ode il fragore di stoviglie che cadono frantumandosi; nelle al tre stanze echeggiano rumori di passi affrettati e di por te che sbattono. Di tanto in tanto, membri della fami glia, compresa Gigliola e una cameriera di casa, attraver sano in fretta il soggiorno, chi recando una pila di bian cheria stirata, chi una federa da sostituire al cuscino su cui Guglielmo ha adagiato la testa. Alla sostituzione provvederanno le due donne, in verità, però, abbastan za frettolosamente, tant’è vero che nel rimuovere l’infer mo per rendere agevole quel compito, la testa di Gu glielmo ciondola qualche volta a destra tal’altra a sini stra. È la volta di Gigliola, ora, la quale fruga tra un mucchio di medicinali che si trova sul tavolo accanto a Guglielmo, trova un flacone di pillole) la cui confezio ne dovrà essere di un colore inconf6ndibile, l’apre e trae da esso tre confetti — tre di numero — e li introduce nel la bocca del marito, aiutandolo a deglutire con un bic chiere d’acqua. Il gesto che la donna compie, abitudina rio, quasi distratto, e la difficoltà che il malato ha nell’in ghiottire, fanno si che l’acqua trabocchi e si riversi giù per il mento, la gola e coli attraverso il colletto della camicia da notte, ormai divenuto ampio per quel collo provato dalle sofferenze. Gigliola però non si accorge dell’errore, continua a versare acqua senza badare ai contorcimenti cui si abbandona il malcapitato quando il liquido freddo gli attraversa il petto e la pancia. Com piuto il suo dovere, con estrema indifferenza, Gigliola rimette il flacone di pillole tra i medicinali, ponendovi accanto il bicchiere ancora pieno per un quarto; poi a passi svelti se ne va in cucina. Dal lato opposto soprag giunge Rosa. S’avvicina al tavolo, sceglie lo stesso flaco ne di pillole usato poco prima da Gigliola, prende il bic chiere col residuo d’acqua e per Guglielmo si ripete il martirio dei tre confetti, dell’acqua e dei contorcimenti. Espletato il suo inopportuno compito, Rosa esce, por tando con sé il bicchiere vuoto.
Altri passaggi muti d’ogni singolo familiare, per altre azioni analoghe a quella descritta, che potranno essere inventate dal regista, tenendo conto che in genere, quel lo che si fa per i malati gravi è dettato più dal desiderio di fare qualcosa che da vera, profonda sollecitudine ver so il malato stesso. SI SUONA ALL’INGRESSO. Dopo poco entra la cameriera, seguita da Valentino, il parrucchiere di fiducia di casa. Egli porta una cassetta con tutto l’occorrente per radere e tagliare capelli.

CAMERIERA (vociando verso le stanze dell’appartamento) E’ arrivato Valentino! (Dopo un poco) è venuto Valen tino il barbiere!

Alla fine la gente di casa ha sentito e ora i familiari arri vano chi da una stanza chi dall’altra, interessati e curio si come quando ci si prepara ad assistere a uno spettaco lo insolito. La prima ad accorrere è stata Rosa.

ROSA (con familiarità) Guè, Valenti’...
VALENTINO Signora Rosa, tanti riguardi.
ROSA (indicando Guglielmo) Che fa, se la taglia la barba?
VALENTINO Non lo so. Sentiamo che dice la signora Gi gliola.
VITTORINA (entrando, e rivolgendosi a Fortunato che la segue) Papà si taglia la barba. Vieni, Fortunà.
FORTUNATO Ma io non capisco: uno che ha portato la bar ba per tutta la vita, da un momento all’altro se la ta glia?
FELICE (entrando) Se l’è già tagliata?
ROSA Ce l’ha ancora.
VALENTINO Sono arrivato in questo momento, come ce la tagliavo?
FORTUNATO Valenti, vedi se lo puoi persuadere tu a non tagliarsela.
VITTORINA Io dico che per l’igiene è meglio che se la toglie.
ROSA Scusa, ma dopo mesi e mesi che se la sta passando tra il letto e questa poltrona, magro e indebolito com’è diventato, gli amici che lo verranno a vedere dopo, di ciamo... non lo riconosceranno proprio...
VITTORINA Facciamo come ha detto Valentino, aspettia mo che dice mammà.
FORTUNATO O ce la tagli o non ce la tagli, dopo mi fai il favore di darmi una spuntatina a questi capelli, per ché negli ultimi tempi li ho trascurati un poco.
FELICE E io pure ho bisogno di spuntarli una piccola cosa.
VALENTINO Io non ci perdo niente, ma vi consiglierei di lasciarli come stanno, dato il momento. Se la gente vi vede con i capelli freschi tagliati, subito dice: « Con il padre in quelle condizioni, hanno trovato pure il tempo di tagliarsi i capelli! » (Allusivo) Se ne parla dopo.
GIGLIOLA (entrando) Non si trova pace, non si trova più un momento di tempo. Appena due sorsi di caffè e latte sono riuscita a prendermi e ho dovuto lasciare la tazza.
CAMERIERA Ve la porto qua, signò. (Esce).
GIGLIOLA Valenti, se ce la devi tagliare la barba devi fare presto, perché fra mezz’ora arriva il professore Ne ro con due specialisti per il consulto.
VALENTINO Io cinque, sei minuti ci metto per una barba. (Si accinge ad aprire la sua cassetta).
GIGLIOLA Aspetta. (Rivolta al marito con un tono di voce un po’ più forte e scandendo ogni parola come si usa fa re quando si ha interesse a farsi capire da un infermo in gravi condizioni, che ha già la mente confusa) Gugliel mo, Guglielmo... è venuto Valentino.., te lo ricordi Va lentino? (Ma Guglielmo è più presente a se stesso di quanto i suoi immaginino e può anche parlare coerente mente, se gli fa comodo; questa volta però preferisce ri spondere con la sola mimica e accenna di si con il capo). Non puoi parlare? (Ancora un «si» accennato da Gu glielmo, c. s.). Ieri sera abbiamo parlato a lungo, mi hai risposto cosi’ bene... ti senti stanco? (Guglielmo, c. s.). Non fa niente, riposati, perché poi, più tardi, dovrai ri spondere a tutte le domande che ti rivolgerà il professore Nero e a quelle dei due specialisti. (Guglielmo le sorride mentre il suo capo tentenna come per dire: «Si, si»). Allora, sei deciso: te la vuoi proprio togliere la barba? (Guglielmo, c. s.; poi con un gesto significativo lascia capire il suo pensiero in proposito). Ti dà fastidio quando dormi? (Guglielmo accenna di si> c. s.). E va be ne, come vuoi tu. (Rivolta agli altri e specialmente al barbiere) I~ meglio che se la taglia. Un poco l’insofferen za, un poco pure perché si è fissato, dice che la barba gli disturba pure quei pochi momenti che riesce a prendere sonno.
VALENTINO E allora all’opera, va’! (Come per assistere a uno spettacolo insolito i familiari, con a capo Rosa, la più svelta ad assicurarsi il posto migliore, siedono intor no alla poltrona dell’infermo. Valentino ha spiegato l’a sciugamani in un batter d’occhi e con passi e passettini e gli atteggiamenti dei momenti più difficoltosi di quan do Figaro deve radere la barba a don Bartolo, riesce fi nalmente a raggiungere Guglielmo, stando alle sue spal le, e a far volare intorno alla sua testa, da sinistra a destra, l’immacolato rettangolo di stoffa che ha portato con sé, e a sistemano intorno a quel collo rinsecchito. Assumendo poi un’aria festosa, scopertamente finta, affronta il cliente nella certezza di non incontrare alcuna opposizione) Don Gugliè, voi state una bellezza. L’ul tima volta che vi vidi, quando venni a spuntarvi la bar ba... dieci giorni fa... vi trovai molto ma molto peggio di adesso. Siete rifiorito.

La cameriera entra portando un vassoio con una tazza di caffè e latte e due pacchi di biscotti. Nessuno rifiuta qualche biscottino; Gigliola ne intinge qualcuno nel caffè e latte. Pure Valentino, sollecitato da Gigliola e da Rosa, sgranocchia un biscotto.

GIGLIOLA E questo si mangia, oramai.
ROSA Caffè e latte, due uova sode o fatte in tegamino...
GIGLIOLA Non si cucina più.
VALENTINO E che volete cucinare...
GIGLIOLA Non c’è tempo.
VITTORINA Tutta la famiglia mobilitata intorno a lui.
VALENTINO (disinvolto, alla cameriera) Signorina, mi fate la cortesia di portarmi una bacinella d’acqua?
CAMERIERA Subito. (Muove per uscire).
VALENTINO (rivolto a Guglielmo) Ci diamo prima una spuntatina e poi mettiamo mano al rasoio.

Nell’atto stesso che il barbiere comincia a dare colpi di forbici alla barba, si suona all’ingresso

CAMERIERA Apro la porta e poi vado a prendere l’acqua.
VALENTINO Non c’è fretta. (Rivolgendosi ai familiari di Guglielmo, alludendo alle sforbiciate) Vado avanti o aspetto?
GIGLIOLA Che vuoi aspettare?
VALENTINO Caso mai arriva qualche altro parente che vuole vedere per l’ultima volta la barba di don Gu glielmo.

Preceduto dalla cameriera, che attraversa la scena per raggiungere la cucina, entra il dottor Augusto Sampie ro. E’ il veterinario che ha assistito Guglielmo dall’ini zio della sua crisi. Come di casa, ormai, il dottor Sampie ro rivolge intorno un cordiale saluto.

SAMPIERO Buongiorno. (Tutti fanno eco al saluto) Don Guglielmo, vedo che avete fatto venire il parrucchiere per farvi radere la barba. Mi fa molto piacere perché si gnifica che vi sentite meglio.
GIGLIOLA Dottò, non è che si sente meglio. (Sottovoce) Anzi, a me sembra che non ha migliorato né peggiorato. Valenti’, fa’ presto se no ci perdiamo in chiacchiere.
VALENTINO Sono pronto! (E durante la scena seguente spunta, sforbicia, insapona e rade la barba).
SAMPIERO (a Gigliola, in disparte) Vi dico la verità che mi sono un poco spaventato quando ho trovato la vo stra telefonata allo studio mio. « E’ urgente la vostra presenza, venite immediatamente».

Tutti i familiari si raccolgono intorno al dottore e a Gigliola.

GIGLIOLA Dottò, voi siete un valente veterinario, e nessu no lo mette in dubbio. Mio marito ha voluto essere assi stito da voi fin dal principio e voi lo state curando...
SAMPIERO Un momento, signori miei: prima di essere veterinario sono stato un devoto amico di don Gugliel mo. Tutti i cani, gatti e i pappagalli di casa Speranza li ho curati io; sono affezionato a questa famiglia e allora mi sono prestato a confortare don Guglielmo, ma non ho mai avuto la pretesa di curarlo. Ho fatto, come si dice, leghiamo l’asino dove vuole il padrone. Quello che posso dire, avendolo seguito dall’inizio di questa sua cri si, è che Guglielmo Speranza è sano come un pesce.
GIGLIOLA E io perciò vi ho mandato a chiamare con tanta premura.
SAMPIERO Non capisco...
FORTUNATO E diglielo, mammà, a chi aspetti?
ROSA       Dottò, il fatto è che oggi ci sta il consulto
FELICE   Si tratta di tre professori.
GIGLIOLA Dovranno avere ragguagli sul decorso della ma lattia... quali medicinali gli sono stati somministrati fi nora...
SAMPIERO Ma certamente, è un mio dovere. E poi, tra veterinari c’intenderemo certamente.

I familiari si scambiano occhiate imbarazzatissime; èRosa che prende l’iniziativa.

ROSA Ma questi tre professori non credo che vorranno parlare con voi.
SAMPIERO Perché?
FELICE Dottò, questi tre professori non sono veterinari.
VITTORINA Sono tre illustri scienziati.
SAMPIERO Ma se questi tre illustri scienziati non vorran no parlare con me, io nemmeno ho interesse a parlare con loro.
ROSA Come amico di famiglia...
GIGLIOLA Non dovete nemmeno dire che siete un veteri nario.
TUTTI DI FAMIGLIA Non c’è bisogno.
SAMPIERO (risentito) Niente affatto! Se mi costringerete a parlare con questi tre « maghi» della medicina, lo farò presentandomi con tanto di nome e cognome, e copren doli di biglietti da visita con i miei indirizzi, numeri di telefono e con tanto di qualifica di diplomato in veteri naria!
VALENTINO (a questo punto, agile come un ballerino, com pie un mezzo giro per trovarsi alle spalle di Guglielmo, gli strappa dal collo il panno bianco, lo fa svolazzare, planare fino a terra; compiuto il gesto, annunzia) Il signore è servito. La barba è scomparsa! (Sistema lo specchio tra le mani del cliente, s’allontana del rituale passo indietro e resta in attesa dell’ambito consenso).
CAMERIERA (entrando) ~ arrivato il professore Nero. Con lui ci stanno altri due professori.
GIGLIOLA (pronta e informatissima) Rosso e Bianco. So no venuti per il consulto.
VALENTINO (dopo aver chiuso gli arnesi nella cassetta, ri spettosamente s’inchina per accomiatarsi dalla fami glia) Buona giornata. Più tardi, se non disturbo, torno per avere notizie di don Guglielmo. (Esce).

GIGLIOLA (alla cameriera) Fai entrare i professori Bianco, Rosso e Nero.
CAMERIERA Si. (Esce; tutta la famiglia, assumendo un contegno compunto e dolente, appropriato al momento, si dispone intorno all’infermo; cameriera, rientrando) Accomodatevi.

I tre luminari della scienza medica: Bianco, Rosso e Ne ro, fanno il loro ingresso.

FORTUNATO (rivolto ai professori) Faccio loro strada.
NERO (abbozzando un mezzo sorriso) Faccia.
ROSSO Faccia, faccia...
BIANCO Faccia...
NERO (rivolto ai familiari) Ossequi a lor signori.
ROSSO, BIANCO Ossequi.
FORTUNATO (presentando Gigliola ai tre professori) La si gnora Gigliola, consorte del paziente. (Indicando Feli ce) Nostra madre.
GIGLIOLA (con voce tremula, allungando la mano verso i tre) Fortunata... (Indicando Rosa e Vittorina) Le mie nuore...
Deferente inchino da parte dei tre medici
 FORTUNATO (indicando Felice) Mio fratello.
Le teste di Fortunato e Felice, all’unisono con quelle dei tre scienziati, crollano repentinamente in avanti, in segno di virile saluto.

GIGLIOLA (indicando Guglielmo) Mio marito, l’infermo.

I tre professori osservano Guglielmo da lontano, per un solo attimo, poi ripiegano all’indietro la testa e repenti namente l’abbassano come per dire: « Sta in buone ma ni, ci pensiamo noi».

FORTUNATO (indicando Sampiero) Il dottor Augusto Sampiero.
BIANCO Il medico curante?
GIGLIOLA Per l’appunto.
I TRE PROFESSORI (con un lieve inchino, all’unisono) Illu stre collega...
SAMPIERO (con un moto spontaneo) No, veramente io...
GIGLIOLA (alla cameriera) Sedie, per favore. (Ai medici)
Vogliono sedere?
BIANCO Il più possibile lontani dal paziente. (Tutti i fami liari, aiutati dalla cameriera, sistemeranno le sedie lonta no da Guglielmo; i tre scienziati si consultano tra di lo ro, poi Bianco si rivolge a Sampiero che è rimasto in pie di, un po’ in disparte) Illustre collega, prima d’interro gare il paziente, vorremmo che lei, professore...
GIGLIOLA (interviene pronta) Dottore, dottor Augusto Sampiero.
BIANCO Vorremmo che lei, dottore, ricostruisse, per som mi capi magari, l’inizio dell’infermità del paziente, il decorso del male e il suo stato attuale.
SAMPIERO Illustrissimi professori, è mio dovere chiarire subito che io non sono medico, sono un veterinario. Quando fui chiamato dai signori Speranza, mi precipi tai perché non potevo mai supporre che si trattasse di curare il marito della signora Gigliola. E non l’ho cu rato, non ne avrei avuto né l’obbligo né il diritto. Gli sono stato vicino per recargli conforto, non ho firmato una sola ricetta. Le medicine che ha preso finora gliele hanno somministrate i familiari dietro consigli di amici e conoscenti. Vi renderete conto, illustri professori, in quale imbarazzo mi trovi e quanto mi sia impossibile descrivervi scientificamente il decorso di questa malat tia. I migliori giudici saranno lor signori. Quanto a me, ho adempiuto al mio dovere di amico. Buongiorno. (Esce).
GIGLIOLA (mortificata) Perdonino, professori.
FORTUNATO Scusino l’incidente.

Bianco, in attesa che uno dei colleghi intervenga per primo, sorride enigmatico.

NERO (l’iniziativa spetta al più anziano; Nero conosce i diritti della gerarchia e interviene pacatamente, rivol gendosi a Gigliola) Stia tranquilla, signora, la scienza farà tutto il possibile per ridare a suo marito novello vigore. Per ora è necessario rivolgere al paziente qual che domanda.
GIGLIOLA Sarebbe inutile, illustre professore: non rispon de. Perciò ha voluto il veterinario, per non essere inter rogato.
FORTUNATO Non risponde.
FELICE Non risponde.
NERO Scusino, lor signori, ma il loro congiunto è muto?
GIGLIOLA Niente affatto, parla benissimo.
ROSSO Allora?
FELICE Si rifiuta di collaborare con i medici...
FORTUNATO Sostiene che il veterinario visita gli ammala ti e li cura senza interrogarli...
FELICE E che lui, in fondo, non è che un animale...
NERO Ragionevole, però: questo lo ammette?
GIGLIOLA Si, ma dice che proprio il ragionamento gli ha fatto capire che il medico si deve consultare con gli altri medici, non con l’infermo...

Lungo silenzio, durante il quale i tre medici si scambia no sguardi significativi, pieni di sufficienza; finalmente il professor Nero decide.

NERO Beh, allora, colleghi, un’occhiata. (Si alza e si avvia verso Guglielmo).

I due colleghi lo seguono. I familiari si sono alzati in piedi anch’essi, per raggrupparsi in un punto del sog giorno dal quale potranno osservare con più facilità ogni azione dei medici e tutte le reazioni del paziente. Guglielmo è divertito da tutto ciò che accade intorno a lui, e si assoggetta volentieri a questa visita medica, in quanto essa gli ricorda in modo inconfondibile quella che, nei giorni felici in cui consegui la laurea, gli fu improvvisata dai suoi colleghi di studio, e che egli do vette subire per non sentirsi escluso dalla tradizione goliardica. La visita medica dovrà essere essenziale e ve loce: ascolto del cuore, misurazione della pressione, col pi di martelletto al di sotto del ginocchio per la prova dei riflessi. L’attenzione più impegnata da parte dei tre cinici sarà soltanto quella di quando uno per volta cominciando sempre dal più anziano osserveranno la di latazione della pupilla. Né dall’espressione, quando al larmata e quando ottimistica, né dai gesti sconfortati o speranzosi d~i tre medici si potrà mai calcolare la gravi tà del male che affligge Guglielmo. Finalmente il profes sor Nero, seguito da Rosso e da Bianco, si allontanano da Guglielmo e raggiungono il gruppo dei familiari.

NERO (rivolto a Gigliola) Fece gli esami?
GIGLIOLA Certamente.
NERO Ne vorrei prendere visione.
FORTUNATO (porgendo una grande quantità di analisi al professore) Ecco. Wasserman, urine, glicemia, azote mia.
NERO (leggendo fugacemente e passando via via i fogli al professor Rosso) Si... si... si...
ROSSO (leggendo) Si... si... si...
NERO (porgendo un foglio a Rosso) Questo è lo sputo.
ROSSO Si... si... si... (E parlottano tra loro in maniera in comprensibile).

Guglielmo si fa attento per cercare di intendere ciò che i medici stanno dicendo, ma le loro voci si confondono con quelle riconoscibiissime dei suoi colleghi studenti del finto consulto di tanti anni prima.

NERO (porgendo a Rosso un altro foglio) Le feci.

La voce di Furio, registrata, interviene immediata, ma appena percettibile da Guglielmo.

VOCE FURIO Le fece lei?

E il nastro continua ripetendo la scena del prologo con le voci degli attori che l’hanno interpretata mentre i tre medici si prestano a questa specie di doppiaggio, appro priando i gesti alle parole: «No, io non le feci, le feci», « E chi le fece? », « Lui fece le feci », « E per la progno si? Che cosa ne pensa? », « Cosa dobbiamo dire ai fami liari? »

NERO (triste e compunto a Gigliola) Signora... GIGLIOLA Dite, dite professore.
NERO Obitus imminente. t questione di ipersensibili smo...

La registrazione riprende, mentre Nero si farà nuova mente doppiare da Furio.

VOCE FURIO Aplopatico onde il biscombulatismo plenina litico pendulante devia dalla frenicologia uomologica e s immette nell’opposto guazzabuglio farmocolitico retti-lineare psichico cachettico lassativo tonico digestivo...


La registrazione parlata smette qui, e comincia il coro degli studenti: « Quando arriva il vaglia, il vaglia di papà! », che farà da sottofondo alla voce di Nero.

NERO Se l’infermo fosse stato affidato in tempo alla facol tà medica, gli sarebbero state praticate tutte quelle cure che la scienza moderna ci concede. Ormai è tardi. Ora dipende dall’infermo, è lui che deve reagire al male. Non lo perderemo d’occhio, lo sorveglieremo, lo con trolleremo, lo sottoporremo costantemente ad esami ri gorosi e gli auguriamo che riesca a superare la prova. (Accomiatandosi) Ossequi, signori.

Ripetuti inchini e strette di mano, e serrato scambio di congratulazioni tra i medici. Il coro interno degli stu denti cessa, non appena i medici saranno usciti. Soltan to Fortunato accompagna i tre professori verso l’uscita, facendo loro strada. Gli altri membri della famiglia si raggruppano al centro della stanza, interrogandosi sul responso incomprensibile del professor Nero. Intanto, dall’ingresso, giungono le voci della Piciocca e della Cucurullo, nonché quella di una terza signora: si tratta della contessa Maria delle Grazie Fiippetti Ullèra. Le tre signore salutano rispettosamente i professori che in quel momento escono di casa.

SIGNORE (voci interne) Ossequi, professori
PROFESSORI (c. s.) Omaggi, signore.

Internamente, la porta di ingresso si chiude alle spalle dei tre medici.

FORTUNATO (introducendo le tre signore) Entrate, mammà sta qua. (Rivolto a Gigliola) Mammà, ci sta pure la contessa Filippetti Ullèra.
ROSA (rivolta a Vittorina) Maria delle Grazie! (E s’avvia verso l’ingresso insieme a Gigliola e Vittorina, mentre sopraggiunge la contessa, seguita dalla Piciocca e la Cu curullo e da Fortunato).
CONTESSA (sulla sessantina; capelli d’argento azzurrati, sot tile e pallida> si direbbe in gramaglie, espressione funerea; nel vedere Gigliola, parte di volata per raggiunger la e stringerla tra le braccia) Cara... povera e cara Gi gliola!
GIGLIOLA (abbandonandosi con molto riguardo tra le brac cia della nobildonna) Quanto conforto mi dài, Maria mia! Grazie di essere venuta.
CONTESSA (da padrona) Siedi, cara. (Rivolta alle due si gnore che l’hanno seguita) Sediamo, piccole. (E seggo no nello stesso punto in cui si è svolta la conversazione tra i medici e i familiari, nella scena precedente; allu dendo a Guglielmo, la contessa chiede a Gigliola) Lui?
PICIOCCA (interessatissima) Lui, lui?
CUCURULLO (c. s.) Lui?
GIGLIOLA Un momento. Vedo se si è appisolato. (Rag giunge Guglielmo, il quale chiude gli occhi non appena s’accorge d’essere stato raggiunto da sua moglie. Dopo avere osservato fugacemente il marito, Gigliola se ne torna in punta di piedi verso il gruppo delle amiche e le rassicura) Ha preso sonno. Iddio sia lodato.
FORTUNATO (dopo essersi consultato con sua moglie, sua cognata e suo fratello) Allora, mammà, noi arriviamo a casa, mangiamo un boccone e torniamo. Tanto ci sono le amiche che ti tengono un poco di compagnia.
CONTESSA Ma certo, ci siamo noi. Andate pure.
VITTORINA Torniamo presto.
ROSA Una mezz’oretta.
CUCURULLO Pure un’ora, due.
CONTESSA Senza fretta.
VITTORINA Grazie.
FELICE Caso mai... un colpo di telefono e arriviamo im mediatamente.
ROSA (rivolta alla contessa) Si vive sempre sul chi va là.
FORTUNATO Andiamo, allora, facciamo presto.

Saluti, strette di mano, e le due coppie escono.

CONTESSA Allora, che dicono i medici?
GIGLIOLA (con voce tremula) Non ci sono speranze.
PICIOCCA Oh, Dio!
CUCURULLO Povero Guglielmo!
CONTESSA Povera Gigliola, direi! Non è un anno che ha perduto la madre...
CUCURULLO Beh, diciamo quello che è, la signora Amne ris aveva una bella età.
PICIOCCA Quanti anni aveva?
GIGLIOLA Novantasette.

Azione significativa di Guglielmo.

CUCURULLO Io ci metterei la firma.
GIGLIOLA Infilava l’ago senza occhiali.
CONTESSA O l’infilava o non l’infilava, la madre è sempre la madre, e quando ci lascia, pure a cento, duecento an ni, soltanto allora si rimane vedovi veramente.
GIGLIOLA Quanto e come hai sempre ragione, Maria mia!
CONTESSA Ora dimmi una cosa: se le notizie sono vera mente così brutte come dici… scusa, ti voglio bene e debbo essere spietata.
GIGLIOLA Dimmi.
CONTESSA Hai cercato di sapere se lui ha pensato di la sciare qualche cosa scritto?
GIGLIOLA Niente, non ha voluto scrivere niente. Quando ho tentato di saperlo, cercando di fare cadere il discorso sull’argomento, lui mi ha detto che quello che avrebbe dovuto scrivere lui, l’ha già scritto la legge e ha aggiun to: « Un testamento scritto può essere impugnato dalla legge, ma quello pensato solamente rimane chiuso nella tomba insieme al morto».
PICIOCCA Ci ho capito poco.
CUCURULLO Io pure.
CONTESSA A me mi puzza. Tu sei proprio sicura che non ha scritto niente?
GIGLIOLA (traendo dal corpetto un foglietto piegato in quat tro) Ecco. (Lo mostra) Questo è tutto quello che ha scritto. (Legge) « Quando sarò morto voglio essere tra sportato nudo al cimitero, e nudo voglio essere sotterra to. Non facciamo che, approfittando del fatto che mi tro vo nell’impossibilità di reagire, fate fare al mio corpo la stessa figura ridicola che faceva quello di mio suocero sul letto di morte, truccato e vestito da sera, che tu dicevi —ma questo deve andare al camposanto o a una festa da ballo? —. Allora, siamo intesi: nudo sono venuto al mon do, e nudo voglio essere sotterrato. Grazie e tanti salu ti, firmato: signor Coso, mazza, bastone, portafiori, candeliere». Avete capito...? (Piega il foglietto e se lo conserva).
CONTESSA   E’ impazzito... Povera Gigliola!
PICIOCCA E tu rispetterai questa sua volontà?
GIGLIOLA (incerta) E... capirete...
CONTESSA    E’ assurdo.
CUCURULLO « Nudo sono venuto al mondo... nudo voglio essere sotterrato”…
PICIOCCA Non è possibile. Lui era conosciuto, sapete quanta gente viene a vederlo.
CONTESSA Sarebbe uno scandalo. Volete mettere le pro porzioni di quando uno nasce e quelle di quando muo re, dopo una settantina d’anni!
GIGLIOLA Ma la volontà di un morto si rispetta...
CONTESSA Di questo ne parleremo quando sarà il momen to. Dimmi la verità, adesso: tu stai digiuna?
GIGLIOLA Ho preso un caffè e latte con due biscotti.
CONTESSA Io ti ho portato un pollo arrosto. (Lo mostra incartato) È ancora caldo. E una bottiglia di Chianti.
PICIOCCA Io ti ho portato una buona frutta. (Mostra un cartoccio che ha portato con sé).
CUCURULLO E io un dolcetto. (Anche lei mostra il suo dono).
GIGLIOLA Care, care...
CONTESSA E il prete? Insiste ancora nel rifiutare i confor ti religiosi?
GIGLIOLA   E’ testardo. Dice che lui non ha fatto niente di male per cui non ha niente da dire a nessuno.
CONTESSA Se vuoi, lo posso dire a padre Ragusa, il quale, venuto a mancare padre Cannicchio che servì la nostra famiglia per lunghi anni, adesso è lui che si viene a pren dere le anime di casa nostra.
GIGLIOLA Nooo... Si offenderebbe padre Ciccuzza, che è tanto amico di famiglia e ne farebbe una malattia, se l’a nima di Guglielmo se la venisse a prendere un altro. Speriamo che Guglielmo stesso si decida a farlo chia mare.
CONTESSA Staremo a vedere. Adesso approfittiamo che tuo marito riposa, andiamo di là, e ti mangi questo pol lastro se no si fa freddo. Su, vieni. (Si alzano in piedi tutte e quattro) Ti devi sostenere.
PICIOCCA (seguendo Gigliola e la Contessa, che si sono già avviate per uscire) S’è sciupata.
CUCURULLO Certo: nottate su nottate.

Le quattro donne escono.

Quando il chiacchierio delle quattro donne si sarà allon tanato e perso per le stanze attigue al soggiorno, soltan to allora, Guglielmo, sicuro d’essere rimasto solo, sti racchia le braccia e s’abbandona a uno sbadiglio tal mente sguaiato che ha dell’animalesco. Poi gira lo sguar do intorno, dando segni di una noia abissale per tutto ciò che lo circonda, dai mobili alle pareti; finalmente prende un libro, lo apre al punto in cui vi aveva messo un segno e, tra uno sbadiglio e l’altro, comincia a scorrere svogliatamente qualche pagina. A un certo punto smette di leggere di scatto, e si fa attento, in quanto gli è parso di sentire assai vicino a lui una voce chioccia che ha pronunciato velocemente, quasi soffiato, il suo nome.

VOCE Don Guglielmo! (Guglielmo sorpresissimo ma col dubbio di avere inteso male, si mette in ascolto con mag giore attenzione. La voce, più soffiata di prima, pronun cia di nuovo il nome di Guglielmo) Don Guglielmo!
GUGLIELMO (allarmatissimo) Chi è?

Questa volta la testa di un sacerdote, in atteggiamento festoso e invitante, spunta alle spalle di Guglielmo, fa cendo capolino dall’ampio schienale della poltrona e si presenta vezzosamente.

CICCUZZA Don Gugliè, sono padre Ciccuzza. (Guglielmo s’incupisce, chiude il libro insieme agli occhi e appoggia nuovamente la testa sullo schienale della poltrona). Don Gugliè, mi avete sentito, o state più di là che di qua? (Guglielmo non risponde). Don Gugliè, non volete ri spondere per puntiglio o state in coma? (Guglielmo c. s.) Don Gugliè, io questo lo debbo sapere. Perché se non volete rispondere per puntiglio, io tanto faccio e tanto dico che vi convinco a rispondere alle mie doman de, e lo faccio per il vostro bene... Se poi lo fate perché state in coma, io le domande ve le rivolgo lo stesso e le risposte o arrivano, o non arrivano, per l’uffizio che deb bo compiere è la stessa cosa. Dunque: state in coma, o no? (Guglielmo c. s.). Don Gugliè, fate uno sforzo, rispondete alle mie domande. Voi non siete uno qualun que. Durante la vostra vita avete raccolto onori e glo ria, e allora dovete essere riconoscente alla provvidenza che vi ha dato intuito, intelligenza e forza per lottare. (Guglielmo c. s.). Don Gugliè, il mondo non vuol esse re deluso da un vostro atteggiamento ostile alla legge di vina. Non volete rispondere? E va bene: vuol dire che io procedo per conto mio. (Accosta una sedia accanto al la poltrona e si siede) Figliolo mio, siamo tutti peccato ri. Tu, figliolo benedetto, non sei stato uno stinco di san to. Questo è notorio, e allora, prima di lasciare su que sta terra le tue spoglie mortali, devi amaramente pentir ti di come ti sei comportato. Confessa i tuoi peccati, fratello. Il signore è grande e misericordioso e t’accoglierà fra la schiera dei suoi angeli quale pecorella smar rita. (Guglielmo fissa il sacerdote, increspando gli occhi e con un sorriso ambiguo). Bravo, sorridi e non parlare. E’  tutto quello che puoi fare, fratello. Non parlare, fac cio tutto io. (Si segna) In nome del padre, del figliolo e dello spirito santo. (E col pollice segna la fronte di Guglielmo; ora comincia certe incomprensibili preghie re alla cui fine si segna di nuovo e di nuovo segna la fronte di Guglielmo) Amen. Ti benedico in terra e ti as solvo dai peccati, figliolo mio, ma ricordati che nei cieli ci sarà un altro tribunale che ti dovrà giudicare. (Di fronte all’impossibilità di sfuggire a controlli arbitrari sia pure nell’aldilà, Guglielmo solleva in alto lo sguardo accorato, abbassando poi il capo e allargando le braccia in segno di accettazione dell’ineluttabile).

Si chiude il sipario di velluto nero, mentre si ode, dal l’interno, il coro degli studenti.

Dalle prime quinte, sia a destra che a sinistra, entrano contemporaneamente due gruppi di persone: borghesi da una parte, popolo minuto dall’altra; essi rimangono in attesa, in atteggiamento compunto e a voce bassa par lano del funerale che sta per aver luogo. Il coro degli studenti si allontana sempre più, fino a cessare quando il sipario di velluto nero si apre scoprendo un ampio portone, per metà chiuso e inquadrato nel suo aristocra tico portale di fine Seicento. A ridosso della flancata de stra, quella che lascia vedere il portone per metà aperto, si troverà un tavolo rettangolare, di media grandezza, su cui è appoggiato un libro per raccogliere le firme e qualche penna biro.
Chiarastella, il guardaportone, avanza dall’interno del porticato, insieme a un inquilino di riguardo, con il qua le sta rievocando le doti positive e negative della buo n’anima di Guglielmo Speranza. Una volta in strada, il signore di riguardo raggiunge il gruppo dei borghesi, scambia qualche saluto con alcuni di essi e, con molto rispetto per le scarpe altrui, s’inserisce nell’attesa. Chia rastella piantona il tavolo con sopra il libro per le firme.
Un’agitazione composta e ordinata si determina fra i due gruppi allorché Chiarastella, dopo essere stato ri chiamato dal caratteristico tramestio proveniente dalle scale, con la mimica e l’autorità di un direttore d’orche stra, avverte i presenti che il morto sta arrivando. A ri gore di tempo gli occhi dei due gruppi si fanno attenti e restano impegnati a controllare la buona o la cattiva riu scita d’ogni sfumatura che caratterizza il cerimoniale di rito nelle onoranze funebri. Chiarastella, con infinita disinvoltura e perizia, libera dai due pesanti paletti il mezzo portone chiuso e lo spalanca. Dal fondo del porti cato sopraggiunge il lento e mesto corteo: Fortunato e Felice davanti e due cocchieri dietro, hanno formato un quadrato con al centro il « morto », il quale segue di buon grado la formazione. L’ultima volontà scritta di Guglielmo non è stata rispettata: l’hanno vestito! Gli hanno messo addosso un vecchio smoking dai vistosi ri svolti di raso lucido, sparato bianco, cravatta nera, scar pe di coppale. Valentino il parrucchiere, poi, del suo mestiere ne ha saputo fare veramente un’arte: ha lucida to e tirato a spazzola quei capelli, che ormai sembrano dipinti sul cranio di Guglielmo; gli ha bistrato gli occhi, marcato le sopracciglia, segnato le labbra, arrossato i pomelli.
Al seguito della formazione appare immediatamente Gi gliola, in gramaglie, sorretta dalle nuore e dalla contes sa Maria delle Grazie Filippetti Ullèra; ai lati di costei le due amiche: la Piciocca e la Cucurullo. La cameriera di casa farà coppia col guardaportone. Giunto in strada, il corteo si ferma per consentire agli amici li convenuti di esprimere le loro condoglianze alla vedova e ai fami liari dell’estinto. Infatti i borghesi circondano Giglio la, mormorando frasi d’occasione. Il popolo minuto os serva, si compiace e si commuove. Soltanto adesso, tra il gruppo che circonda la famiglia Speranza, si distingue Furio La Spina; per l’occasione ha indossato un comple to nero, guanti neri, neri la cravatta e il cappello a bombetta. Il tutto è però abbastanza dimesso e di misu ra troppo abbondante per la sua persona. Con l’alterigia che gli viene dalla sua qualità di compare d’anello dei coniugi Speranza, La Spina, dopo aver baciato la mano a Gigliola, alla contessa e alle amiche, stringe fra le braccia la « comare », fissandole poi negli occhi uno sguardo intenso che vorrebbe rivangare in un solo atti mo un passato di vita vissuta quasi tutta in comune. Sciolto l’abbraccio, La Spina raggiunge il lato posteriore della formazione funebre, si ferma li e assume l’atteg giamento d’obbligo di chi è sul punto di pronunciare un elogio funebre.

FURIO (malauguratamente, non appena decide di dare ini zio al discorso, il suo sguardo ispirato incontra quello beffardo del «morto»; per un attimo ne rimane diso rientato, ma poi si riprende e attacca) Guglielmo Spe ranza è morto. (Da questo momento, durante tutto il di scorso, tra Guglielmo e Furio ha luogo uno scambio di occhiate allusive e piene di sottintesi) Noi tutti: la moglie, i figli, nipoti, parenti e amici fedeli — tra questi, consentitemi di ritenermi primo fra tutti —, costernati, sconvolti e col cuore a brandelli, ci siamo riuniti intor no a lui per ripeterci ancora increduli, e con il linguaggio muto che meglio caratterizza il clima dell’evento funesto: Guglielmo Speranza è morto... Noi non dimenticheremo l’eminente uomo di cultura, le punte massime che seppe raggiungere nel suo campo professionale, il presti gio goduto tra i suoi colleghi, l’ampio riconoscimento ottenuto sia nel suo paese che all’estero. Voglio ricorda re inoltre quale marito e padre esemplare egli fu e con quanta saggezza tenne in pugno le redini della famiglia. Inoltre non dimenticheremo quell’aria « bonaria » che sprizzava da tutti i suoi pori, quando generosamente ascoltava le pene della povera gente, colpita dai colpi av versi della cattiva sorte. (Singhiozzi del popolo minu to). Amò la famiglia e fu da essa riamato. Un amore reciproco può dare frutti insospettabili. Fu appunto il bene, l’amore, la stima, la devozione che egli ebbe per Girolamo Fortezza che invogliò l’illuminato professore a prendersi cura del genero, a proteggerlo, a spingerlo, e a spianargli la via del successo. Questa innocente verità ben presto fu di dominio pubblico, angustiava spesso l’intima serenità di Guglielmo Speranza, fu l’uni ca nuvola che oscurò in parte i rapporti di simpatia esi stenti tra suocero e genero. Poi, con la scomparsa di Gi rolamo Fortezza, insieme alle impennate di orgoglio of feso, si spensero in Guglielmo gli entusiasmi e i deside ri di conquista. Fu invaso da tristezza, forse da rimorsi, pentimenti? Povero Guglielmo, non ce lo potrà dire più, ormai! Stanotte, però, quando questa strada piom berà nel buio fitto delle ore piccole, due ombre si aggire ranno intorno a questo palazzo: quella dall’incedere gra ve, solenne e deciso di Girolamo Fortezza, l’altra incer ta e titubante di Guglielmo Speranza. Allorché, poi, le due ombre s’incontreranno davanti a questo portone, entrambe, con un solo slancio, si getteranno le braccia al collo, per rimanere finalmente uniti nel silenzio dell’e ternità.

Singhiozzi, lacrime e abbracci tra quelli del gruppo bor ghese e i componenti la famiglia Speranza. Il corteo si riforma e si avvia. Questa volta, a sorreggere Gigliola sarà soltanto Furio. Guglielmo non avverte il senso di ridicolo che, da vivo, egli temeva gli sarebbe caduto ad dosso da morto, anzi si diverte, si sente al centro di un gioco talmente infantile da farglielo ritenere uno dei doni più assurdi e affascinanti che la fantasia bizzarra dell’umanità abbia concesso all’uomo. Infatti, a quanti vegli incontra sul suo cammino, dispensa sorrisi, ammic camenti e frivoli salutini. Finalmente il corteo scompa re in quinta.

GIACINTO (richiudendo il mezzo portone e rivolgendosi alla cameriera dei signori Speranza) E si è chiuso un altro libro! A proposito ‘e libre... Piccerè, damme na mano, livamme stu tavulino ‘a miezo. (Insieme alla ragazza solleva il tavolo per portarlo via, ma i due si fermano, nel sentire dall’interno una voce ansiosa che grida).
VOCE (dall’interno) Ferma, ferma! Per favore, un momen to... (A passo svelto e affannando, arrivano, dalla quinta opposta a quella da dove è uscito il corteo, due ritardatari, forse amici di casa Speranza).
PRIMO RITARDATARIO ... Non togliete il registro, per fa vore.
SECONDO RITARDATARIO Un momento solo, quando met tiamo una firma.
GIACINTO Siete i padroni, firmate.
PRIMO RITARDATARIO Il funerale già si è mosso?
GIACINTO Come no! L’avete fatta tardi...
PRIMO RITARDATARIO Un poco l’orologio che va indietro, un poco il traffico...
GIACINTO Cinque minuti prima, facevate in tempo.
SECONDO RITARDATARIO (dopo avere firmato il libro) Mi dispiace di non avere salutato i figli.., siamo amici.
PRIMO RITARDATARIO (firmando a sua volta) Pure per la vedova... E’ stato un bel funerale?
GIACINTO (poco soddisfatto) Eh, cosi. Quello di don Giro lamo Fortezza fu un funerale che fece epoca.
SECONDO RITARDATARIO E’ questione che Guglielmo Spe ranza, negli ultimi tempi, si era fatto dimenticare un poco.
GIACINTO Viveva molto appartato.
PRIMO RITARDATARIO Se fosse morto una quindicina di anni fa... (Rivolto all’amico) Ti ricordi? Quando stava sulla cresta dell’onda e tutti i giornali sì occupavano di lui...
SECONDO RITARDATARIO Giornali, riviste...
PRIMO RITARDATARIO Non ha saputo morire. (Rivolto a Chiarastella) E c’era molta gente al funerale?
GIACINTO (mentre si accinge di nuovo a portare via il tavoli no> aiutato dalla cameriera) Poca.., poca...

Giacinto Chiarastella e la cameriera scompaiono nel portone, portando via definitivamente il tavolo, e i due ritardatari escono, mentre cala il sipario.
Ischia, agosto 1973.


F I N E


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