domenica 30 dicembre 2012

GLI ESAMI NON FINISCONO MAI - ATTO SECONDO


ATTO SECONDO


Osteria periferica. A un tavolo sono sedute Gigliola e Bonaria, una di fronte all’altra. Uno scontro tra le due donne e e già stato, e ora, senza distogliere gli occhi dagli occhi, entrambe si ostinano a rimanere in silenzio, la sciando all’altra la responsabilità d’interromperlo col proporre la soluzione giusta al problema che s’è creato tra loro. Delle due, però, solo Gigliola è in ansia e divo rata da livore; Bonaria si sente forte della decisione pre sa dopo avere largamente meditato, ed è perciò serena e priva di rancori. Dopo lunga pausa è infatti Gigliola a capitolare e a chiedere in tono secco e sbrigativo:

GIGLIOLA Allora?
BONARIA (flemmatica) Scusate, signora, ma « Allora? »con tanto di punto interrogativo, lo dovrei dire io, e non per la stessa ragione che l’ha fatto dire a voi. E se lo volete sentire, ve lo faccio sentire, ma con tutto il resto, perché sennò l’allora mio non avrebbe signifi cato, come non,ha significato jl vostro,
GIGLIOLA  Sentiamo questo « Allora? » con tutto il resto.
BONARIA Io vi dico tutto il resto, così ve ne   andate e mi lasciate tranquilla. E’ questione che voi non avete ca pito quello che vi ho detto pochi momenti fa. Questo che significa? Significa che o non avete voluto capire o che siete scema.
GIGLIOLA Tieni la lingua a posto.
BONARIA Se non avete voluto capire, io ve lo ripeto un’al tra volta, se siete scema, non mi fate perdere tempo.
GIGLIOLA Ti ho detto: tieni la lingua a posto.
BONARIA Vi ho detto e vi ripeto che fra me e vostro marito non esiste più niente: è finito tutto. Ma non per ché ci siamo scocciati l’uno dell’altra: ci siamo messi paura della moglie, dei figli... abbiamo avuto paura del la gente. La gente fa paura. Ci hanno messo sotto inchie sta, a me e a quel povero Guglielmo. «Vi hanno visti là », « Vi abbiamo visti qua», « Ieri sera stavate al cine ma», « Siete andati al parco in automobile», «Vi abbia mo visti entrare nel portoncino in via Tale a numero Ta le». E questo continuamente. E ci hanno visto pure quando non andavamo né al parco né al cinema, né en travamo nel portoncino numero Tale in via Tale dei Ta li. Il negozio dove lavoro non è stato mai frequentato da tanta gente come da quando è incominciata l’Era Nuova, « Bonaria - Guglielmo Speranza ». Un andirivie ni continuo, donne e uomini compresi. Specialmente gli uomini. Che schifo! E sono stata io che ho detto basta!
GIGLIOLA Basta di che?
BONARIA Parto, me ne vado. Mi sono fatta trasferire alla succursale di Milano.
GIGLIOLA Così diventa più accanita la febbre d’amore di mio marito e più facile farti intestare la proprietà di un quartierino: tre camere, cucina e bagno, ammobiliato.
BONARIA Non avete capito niente.
GIGLIOLA (testarda, convinta della falsità di Bonaria) Co sì diventeranno più rare le visite clandestine del fesso che paga, e più frequenti quelle dei clienti occasionali.
BONARIA Questa è un’illusione che si fanno tutte le don ne sposate quando perdono il marito. Certo, non pote vo pretendere che mi dicevate: « Ho perduto mio mari to perché con te ha trovato il Paradiso, e con me aveva trovato l’Inferno»... E io perciò me ne vado. Perché se quel poco di Paradiso che Guglielmo aveva trovato con me, e io con lui, gli dev’essere avvelenato dall’Inferno aperto che trova in casa sua e fuori di casa sua, è meglio che lui resta nell’inferno di casa sua e io in quello del negozio di Milano.
GIGLIOLA Ma che vuoi dire? Parla chiaro. Insomma, mi vuoi far credere che hai perduto la testa per mio marito al punto tale che preferisci andartene per non vederlo soffrire?
BONARIA No, per dargli pace. Perché se resto qua, se non tronchiamo definitivamente, il nostro> come vi posso di re...
GIGLIOLA (cattiva) La vostra tresca.
BONARIA No, signora cara, se la pensate così allora vi debbo dire quello che per delicatezza non vi volevo dire: l’amore nostro, signò! Perché di solo amore si tratta. (Soltanto ora l’apparente freddezza viene smentita dal brillare delle lacrime negli occhi della ragazza, che si do mina e continua) Me ne voglio andare per dare a Gugliel mo la possibilità di mettere ordine nella sua vita, sia in famiglia che fuori di casa sua. Guglielmo ha già avuto successi e soddisfazioni durante la sua carriera e ne do vrà avere ancora. Voi, come moglie, gli potete essere di grande aiuto; io, come amante, sarei la sua rovina.
GIGLIOLA (ironica) Guardate, guardate... Vuoi essere pro prio la Signora delle Camelie? Alfredo e Violetta...
BONARIA No, vi sbagliate.
GIGLIOLA Giulietta e Romeo, allora?
BONARIA Signò, voi siete istruita, io no. Io sono figlia di portinaia: mammà fa la guardaporte. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Tutti questi nomi... Alfredo e Vio letta, Giulietta e Romeo... non mi dicono proprio nien te. Ho fatto la manicure e cosi’ ho conosciuto Gugliel mo, poi trovai lavoro nella profumeria Janton a Ghiaia. Se non volete credere che Guglielmo resterà per sempre l’unico uomo della mia vita, questi sono affari vostri. Quello che mi riguarda è che l’unica prova d’amore che ci possiamo scambiare io e Guglielmo è quella di divi derci definitivamente. E così faremo. (Chiamando) Si gnora Teresenella!
TERESA (è la padrona dell’osteria, sopraggiunge svelta) Comandate.
BONARIA La signora è la sorella di Guglielmo Speranza. Sa tutto. Vuole vedere la corrispondenza mia e di Gu glielmo. Me la volete portare?
TERESA Se capisce, come voi comandate. (Esce).
GIGLIOLA Ma dove vuoi arrivare? Che scherzo è questo? Che me ne importa della corrispondenza vostra? Io non tengo tempo da perdere.
BONARIA Non vi spaventate, lettere non ce ne sono.
TERESA (tornando, con due voluminosi pacchi di cartoline che consegna a Bonaria) Ecco qua. (Rivolta a Gigliola) Signò, voi siete sorella di don Guglielmo? Ma lo ave te visto mai quando stanno insieme vostro fratello e questa giovine?
GIGLIOLA (reggendo il gioco a denti stretti) No...
TERESA E vi dico che fa piacere a guardarli. Loro, qua, vengono da quando si sono conosciuti. Lui è ammoglia to... me l’ha detto... e certamente, come deve fare... Quando può scappare, scappa. Io le preparo ‘e pranzet tine saporite... È vero, signorina Bonaria? (Gli occhi di Bonaria brillano di nuovo) e loro se mettono qua, a que sto stesso tavolino, e chi-chi, chi-chi, chi-chi... ch’ ‘e mmane mmano e ll’uocchie dint’a ll’uocchie. Quando pò, pè sei, sette giorni — e pure pè diece, cierti vvote —nun se ponno ncuntrà, se salutano ch’ ‘e cartuline indi rizzate ccà, e io c’ ‘e cunservo. Permettete? (Esce).
BONARIA Io non so scrivere tanto bene, e allora non mi potevo permettere di mandare a lui che è così istruito una lettera mia, tutta sbagliata... Cartoline si, con una sola parola « Coremio», tutt’attaccato e lui per non mortificarmi, mi rispondeva la stessa cosa.
GIGLIOLA E perciò te ne vai?
BONARIA E perciò me ne vado.
GIGLIOLA E io?
BONARIA Voi... che?
GIGLIOLA E chi se lo sopporta in casa un uomo amareggia to e deluso, il quale limita i suoi rapporti coniugali ai soli doveri di: « Questi sono i soldi per la spesa», « Que sto per la sarta»... « Come stanno i bambini? », e « Do ve li vuoi portare quest’anno in villeggiatura? »
BONARIA Con un poco di pazienza e con il passare del tempo...
GIGLIOLA Si può aggiustare meglio la vita in comune!
BONARIA Beh...
GIGLIOLA Già... (Intanto un guizzo di malizia ambigua ap pare nell’occhio meno socchiuso dell’altro) Mentre par lavi, io ti guardavo e pensavo: questa ragazza mi piace, l’invidio... Non perché è stata fortunata con Guglielmo, no: ma perché tiene quello che manca a me. Sei decisa. Sai quello che vuoi e dove puoi arrivare.
BONARIA E allora?
GIGLIOLA Non potresti tu intanto, per esempio, modifica re il tuo piano?
BONARIA In che senso?
GIGLIOLA Io chiuderei un occhio... e tu potresti rimanda re la partenza fino a quando, col passare del tempo, tra me e mio marito si ristabilisce la vita in comune.
BONARIA (per niente scossa dalla proposta, risponde con il tono distaccato che ha usato finora con Gigliola) Si gnò, mia madre era una bella donna: quando si metteva seduta fuori al portone, i meglio signori del quartiere se la mangiavano con gli occhi, passando per il vicolo no stro. Io tenevo undici anni, ero una bambina magra, si, ma già formata come una signorinella. Quando vedevo che mammà aggiustava la camera da letto, chiudeva la finestra e copriva il lume che stava sul comò con un faz zoletto di seta giapponese, me ne andavo dietro al para vento dove dormivo io, mi spogliavo e aspettavo. A un certo punto sentivo aprire la porta e capivo che era arri vato un signore che abitava al terzo piano. Questo succe deva ogni quindici giorni, quando la moglie di questo si gnore andava a trovare la famiglia a Benevento. Questo signore e mammà si mettevano a letto. Io da dietro al paravento sentivo i rumori di quando si spogliavano. ‘.Dopo una decina di minuti, la voce di mia madre. « Bo nà, bell’ ‘e mammà, sali sopra al comò e ti metti in piedi vicino al lume. Nun te fà male, bell’e mammà! » Il co mò stava di fronte al letto. E cominciava lo spettacolo. « Girati di spalle», e io mi giravo. «Miettete ‘e profi lo », e io mi mettevo. « Siedete sopra ‘o comò », e io me sedevo...
GIGLIOLA (in preda all’orrore) Madonna mia!
BONARIA Signò, questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun vo glio. La vita in comune tra voi e vostro marito, mettete velo bene in testa, non si aggiusta più.
GIGLIOLA Hai distrutto la casa mia!
BONARIA Signora, la casa vostra era distrutta da un pezzo, se no Guglielmo non mi cercava.
GIGLIOLA (al massimo dell’irritazione vibra uno schiaffo a Bonaria) Schifosa!
BONARIA (come insensibile, scorrendo le cartoline una alla volta) Coremio...
GIGLIOLA Vipera! (Le dà un secondo schiaffo)
BONARIA (c. s.) Coremio...

Entra Guglielmo e rimane in disparte a guardare.

GIGLIOLA Maledetta! (Ancora un altro schiaffo)
BONARIA (sempre leggendo) Coremio!
GIGLIOLA Puttana! (Un altro schiaffo).
BONARIA (leggendo, ma dominando ora un impellente scop pio di pianto) Coremio!
GUGLIELMO (interviene, afferrando con apparente calma gli avambracci di Gigliola e stringendoli in modo da non lasciarle la possibilità di sfuggire alla stretta; poi le fissa negli occhi uno sguardo ammonitore e scandisce, con rabbia repressa) Non ti permettere di toccare an cora una volta Bonaria. (Costringe sua moglie a schiaf feggiare se stessa, prima con la mano destra, dicendo) Hai... (poi con la sinistra) ... capito? (Gigliola rimane impietrita, con gli occhi sbarrati; Guglielmo insiste) Guardati bene dall’offendere questa ragazza. Hai... (schiaffo con la mano destra) ... capito? (Schiaffo con la sinistra; poi allenta la stretta e costringe la moglie a incrociare le braccia come una scolaretta e le fa cenno di tacere, mettendosi il dito sul naso) Sssst! Hai capito? (Gigliola rimane immobile nella posizione impostale dal marito, il quale si rivolge ora a Bonaria, con infinita dol cezza) La macchina, con le tue valige, sta fuori. Se vuoi, puoi partire.
BONARIA (raccogliendo dal tavolo le cartoline) Queste?
GUGLIELMO Te le porti con te. Quando te ne sentirai la forza, le brucerai. (Bonaria prende le cartoline, e dopo aver fissato lungamente uno sguardo denso di malinco nia negli occhi di Guglielmo, senza badare a Gigliola, si avvia verso l’uscita e se ne va; Guglielmo siede, lenta mente, al posto di Bonaria. Dopo una lunga pausa, s’ode dall’interno un motore che s’avvia e il rumore di un’au tomobile che parte; quando il rumore si allontana e si perde sulla provinciale, egli chiede) Vuoi fare colazione qua o bere soltanto un aperitivo? In questo localuccio si mangia molto bene, e servono un vinetto bianco, gela to, che farebbe proprio al caso nostro.


Gigliola, piena di sdegno, si alza e se ne va, senza pro nunziare una sola parola; nel sentirsi libero dall’imba razzo di quella presenza, Guglielmo si lascia andare, poggiando i gomiti sul tavolo e la fronte sui pugni con giunti. Dopo poco sopraggiunge Furio. Nell’entrare muove pochi passi, ma quando scorge Guglielmo sedu to a quel tavolo, piegato sotto il peso di una disperata rassegnazione, si ferma fissando per un attimo sull’ami co il suo sguardo impietoso, che non lascia dubbi sull’in tima soddisfazione che l’uomo prova in quel momento. In un batter d’occhio, poi, trasforma l’espressione del volto in una smorfia ansiosa e apprensiva che ben s’adat ti alla simulazione di uno slancio fraterno che parte da un cuore addolorato, smorfia che non solo l’aiuti ad as sumere un tono di voce grave e partecipe alla crisi allar mante che ha sconvolto la pace domestica dei coniugi Speranza, ma che lo renda pure sollecito nel soccorrere e stendere una mano al suo indimenticabile compagno di scuola.


FURIO Guglielmo mio, si può sapere che succede? Volete veramente arrivare a conseguenze estreme? Andiamo! Sei un uomo, hai delle responsabilità. Gigliola era lette ralmente distrutta. Tua suocera, non ne parliamo. Sono venuto a casa per farti una visitina e lei mi ha detto di correre qua per vedere che stava succedendo. E già, per ché la povera donna non è riuscita a dissuadere Gigliola dal proposito di venire qua e sorprenderti in compagnia di questa Bonaria.
GUGLIELMO Non fare il buffone e finiscila di dire fesserie, perché sei stato tu che hai portato Gigliola qua.
FURIO (ipocrita) Io?
GUGLIELMO E non negare: è peggio. Ti ho visto quando sono arrivato; stavo chiudendo lo sportello della mac china, e tu stavi fermo davanti all’ingresso del casale affianco, dove c e scritto « Uova fresche », e te ne stavi bevendo uno.
FURIO Questo tipo che si beveva l’uovo l’hai visto nel Film Luce.
GUGLIELMO E a Gigliola chi ce l’ha dato l’indirizzo di questo locale?
FURIO È di dominio pubblico il fatto che tu e Bonaria vi date gli appuntamenti qua.
GUGLIELMO È diventato di dominio pubblico da quando l’hai saputo tu. ~.
FURIO Ti compatisco, perché in questo momento non sei padrone di te stesso.
GUGLIELMO Per fortuna! Questa è la sola gioia che mi conforta, perché non essendo padrone di questo « me stesso», che oramai mi fa schifo, ti posso dire aperta mente che non voglio più subire la presenza tua nella mia vita, che sono stanco di sopportare i tuoi: « Si, va bene, ma però», che mi sono scocciato di sopportare la  legge del vivere civile che t’assoggetta a pronunziare i « si » senza convinzione, quando i « no » salgono alla go la come tante bolle d’aria;
FURIO Ma stai parlando con me?
GUGLIELMO Preciso! Si cade dalle nuvole quando il dialogo non procede come pensavamo che dovesse procedere re, secondo la prassi.comune
FURIO Ma che c’entra il discorso che hai fatto? Quali « si» ti  ho fatto dire per forza.., e quali no mi avresti voluto dire?
GUGLIELMO Aspetta. (Scrive in fretta qualche cosa su una busta da lettera che trae di tasca) Vuoi sapere uno dei « si» che mi hai estorto? Ecco: mi hai voluto fare il com pare di matrimonio per forza.
FURIO Per forza?
GUGLIELMO Ti mettesti appresso come una zecca. Con quali mezzi avrei potuto farti capire che non mi faceva piacere di averti come compare di matrimonio?
FURIO Che squallore! Non avrei mai supposto che tu fos si tanto meschino.
GUGLIELMO (esultante) L’ho scritta su questa busta la tua risposta! Eccola. (Assaporando la gioia di avere finalmente preso in castagna l’ambiguità di un suo simi le, legge quanto aveva scritto sulla busta) « Non pensa vo che tu fossi tanto meschino ». La sola variante sta nel fatto che tu, invece di dire: «Non pensavo che tu fossi », hai detto: « Non avrei mai supposto che »... E con me ti sei sempre comportato alla stessa maniera, fin dall’università.
FURIO Se ti sei tenuto in corpo tutto questo marcio, per tutti questi anni è un fatto che assoderemo con più cal ma. Ma qui si stava parlando di altro. Mi stavi accusan do di avere portato Gigliola qui per farti sorprendere in compagnia di Bonaria.
GUGLIELMO Tutto un totale: questo con quello che t’ho detto. Si, è vero: tu hai accompagnato Gigliola qua, ne sono certo. E devi uscire dalla mia vita: vattene! E mi voglio togliere questo vestito da fesso che a vi va forza mi hanno voluto mettere addosso e che, dopo avermelo messo, vanno dicendo che mi sta a pennello!
TERESA (avanza verso Furio, con in mano un conto da pagare, scritto su un pezzo di carta qualunque, spiegaz zato e unto) Questo è il conto di quello che avete con sumato con la sorella del signor Guglielmo... Se non lo volete pagare adesso, ve lo conservo.
FURIO (disorientato, solleva la testa per fissare lo sguardo su Guglielmo, ma nell’incontrare quello accusatore del l’amico distoglie il suo, e lo posa, lampeggiante di colle ra, sulla povera Teresinella) Pago adesso. Tieni. (Con segnando qualche moneta alla donna) Il resto è per te.
TERESA Grazie. (Intasca il danaro e si allontana).

Ora Furio anziché mostrarsi piegato sotto il peso di una sconfitta morale subita, è eccitato e felice di poter dire in faccia a quel « cialtrone» che si trova di fronte tutto quanto egli ha sempre pensato di lui e, prima di sbotta re, fissa lungamente un velenosissimo sguardo su Gu glielmo; ma questi è pronto a ricevere l’attacco di Furio.

GUGLIELMO Avanti, sputa.
FURIO (dopo breve meditazione) Pure tu tenevi il marcio dentro...
GUGLIELMO E poi?
FURIO Ma se ti  togli il vestito da fesso, resti in camicia e mutande, che pure da fesso sono, mentre sotto c’è la maglia, che pure da fesso è; come pure i pedalini, le scarpe; se ti fai togliere la pelle, che pure da fesso è, rimane lo scheletro che è più fesso della pelle e del vesti to; se ti fai spaccare il cranio, il cervello di un fesso ci trovi dentro. Hai capito?
GUGLIELMO E poi?
FURIO E sai perché la tua laurea non è rimasta allo stato di «pezzo di carta » e ha preso il volo tra quelle che per opera e virtù dello spirito santo assumono il valore del le chiavi che negli alberghi si chiamano “passepartout” , e nella vita « corruzione », « arrivismo » e « protezio nismo », lo sai perché?
GUGLIELMO Per la « corruzione », l’« arrivismo » e il « pro tezionismo » di mio suocero...
FURIO Come arrampicatore hai sempre visto lontano, tan to è vero che mettesti gli occhi su Gigliola. E le hai da to la ricompensa, me l’ha detto piangendo poco fa: l’hai schiaffeggiata in presenza della tua concubina.
GUGLIELMO Gigliola l’ho schiaffeggiata con le sue mani per non toccarla; a te, ti schiaffeggio con le mie!
FURIO Povero Guglielmo!
GUGLIELMO Non ti voglio incontrare più sulla mia strada.
FURIO Sarete servito, carissimo compare. (Alzandosi e avviandosi verso l’uscita) Ricordatevi però, signor Gu glielmo Speranza, che tutte quelle porte che per merito di Girolamo Fortezza vostro suocero si spalancarono al vostro passaggio, le troverete, finalmente, inesorabil mente chiuse. Il mondo, siatene certo, giudicherà la vo stra vergognosa condotta. (Per un attimo rimane in atte sa di una qualche reazione da parte di Guglielmo che in vece non arriva; e così La Spina gira sui tacchi e se ne va).
GUGLIELMO (s’alza di scatto, raggiunge la porta d’ingresso e guarda verso l’esterno, per assicurarsi che Furio si sia allontanato sul serio. Quando ne è ben certo corre ver so la ribalta e si rivolge al pubblico, mentre alle sue spal le si chiude il sipario di velluto nero) t una carogna, un calunniatore schifoso. Che c’entra mio suocero con la buona riuscita della mia carriera? Il fatto che ho schiaffeggiato mia moglie in presenza di Bonaria riguar da solo me e mia moglie. Come si può permettere, il mondo, di giudicare certi fatti che succedono nell’inti mità di una famiglia? Se poi questi panni sporchi li deb bo portare al lavatoio pubblico, portiamoli pure e non se ne parli più Voi eravate tutti qua quando ho detto: « Se mi mettono con le spalle al muro vi racconterò tut to, per filo e per segno»... Mi ci hanno messo, mi ci han no sbattuto contro! E allora ho il dovere di darvi una spiegazione. Chiarezza e verità. E alla fine pietà, almeno pietà da parte vostra (il sipario di velluto si apre, sco prendo il soggiorno di casa Speranza; Gigliola è seduta sul divano con un’aria compunta ma vigile e sorveglia tissima). Ecco Gigliola ed ecco quello che accadde sei anni fa. (Dopo breve silenzio passandosi la mano sulla fronte, come per richiamare alla memoria il dialogo che si svolse tra lui e Gigliola; avvicina una sedia al tavolo e siede di fronte alla moglie) Allora?
GIGLIOLA Come vuoi tu, Gugliè. Sono stanca, esaurita. Da sei mesi, senza nessuna pietà per la mia resistenza fisica, per il mio orgoglio, la mia dignità, mi hai messo sotto un fuoco cli fila di domande e, devi ammetterlo, non sempre domande generose, anzi addirittura spieta te e spesso offensive. Come vuoi tu... Ma una strada, qualunque essa sia, la dobbiamo trovare.
GUGLIELMO Il fatto è che ci perdiamo in divagazioni, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di dirci in faccia la verità.
GIGLIOLA La verità mi costringesti tu a dirla, schiattando mi puntualmente tutte le bugie che ti dicevo per non ar rivare a una soluzione drastica che avrebbe distrutto la nostra casa.
GUGLIELMO Ma non capisci che, nei primi tempi, per pau ra di una realtà che mi avrebbe schiacciato come indivi duo, per non dire come uomo, mi aggrappavo alle tue bugie, ritenendole persino sacrosante verità?
GIGLIOLA Ma fammi il piacere! La verità sacrosanta sai qual è? Che, se le bugie che ti dicevo, tu le avessi fatte passare per verità, non solo in cuor mio ti avrei ammira to, ma avrei avuto il tempo di superare la « scesa dite-sta », e mi sarei innamorata veramente di te, tanto più che questa mia « scesa di testa » aveva tutte le atte nuanti.
GUGLIELMO Già, le amiche...
GIGLIOLA Il solito tasto: «le amiche». Le mie amiche non c’entrano niente, specialmente quella che tu accusi con più accanimento.
GUGLIELMO (con il dente avvelenato e increspando gli oc chi) La contessa Maria delle Grazie Filippetti Ullèra...
GIGLIOLA Sei ingiusto. Questa gentildonna ha sempre trovato il modo di parlare bene di te.
GUGLIELMO Certo... Non c’era sistema migliore per ren dere credibili le sue soffiate velenose.
GIGLIOLA Non aveva nessun bisogno di « soffiare». Mi diceva continuamente: « Stai attenta, pensa a tuo mari to: bene o male, tienitelo caro».
GUGLIELMO Bene o male?
GIGLIOLA Certo. Mi faceva riflettere che avevo due figli, che un passo falso mi poteva portare alla rovina, e che se c’era da sopportare, dovevo abbracciare la croce.
GUGLIELMO Ma quale croce dovevi abbracciare? Quali abusi dovevi rassegnarti a sopportare?
GIGLIOLA Gugliè, tu mi hai lasciata per mesi interi sola, con una casa sulle spalle e con la disperazione di due figli da crescere.
GUGLIELMO Sempre per ragioni di lavoro, e lo facevo col cuore in gola. Lasciavo la casa che marciava in un determinato modo, quando tornavo trovavo sempre qualche novità spiacevole. Durante una assenza di circa un mese e mezzo, non mi facesti trovare Felice e Fortunato battezzati e cresimati?
GIGLIOLA Secondo te queste due creature dovevano cre scere come bestie?
GUGLIELMO Ah, si? Perché, da fidanzati non ti spiegai centinaia di volte qual era il tipo di educazione che vole vo dare ai miei figli? Non ti dissi che mi sarei fatto ucci dere prima di imporre ai miei ragazzi anche una sola di tutte quelle cose che i miei genitori avevano imposto a me senza lasciarmi scelta?
GIGLIOLA Da fidanzati si dicono tante cose che ti sembra no di facile realizzazione, ma poi il matrimonio, a un certo punto, ti fa mettere i piedi a terra e allora suben tra un ragionamento pratico che ti rischiara le idee. E’ mai possibile che le tue idee non si rischiarino mai? Un coro generale. Parenti e amici stretti, amici intimi, occa sionali... una sola voce: «Ma non avete ancora battezza to questi due bambini? Neanche comunicati? » Quella gentildonna della contessa Maria delle Grazie Filippetti Ullèra, quando seppe che Fortunato e Felice non erano nemmeno cresimati, diventò pallida. Tremava tutta, po vera donna! « Ma lo sai che quei due ragazzi, fai le cor na, se dovessero morire, non avrebbero diritto al Giudi zio Universale e resterebbero eternamente sospesi nel Limbo? » Piangendo me lo diceva, povera Maria delle Grazie!
GUGLIELMO Ma che gliene fregava, a Maria delle Grazie, della sorte che sarebbe toccata a Fortunato e a Felice do po la morte? E se Fortunato e Felice, raggiunta la mag giore età, avessero voluto correre il rischio di rimane re sospesi neI Limbo? Come si permette Maria delle Grazie di mettere un limite allo spirito avventuroso dell’uomo? Eravamo d’accordo da fidanzati? E allora, qualunque ripensamento, avremmo dovuto discuterlo insieme. Mettiamo che Fortunato e Felice, da grandi, mi dovessero dire: « Papà, ma noi non volevamo essere battezzati comunicati e cresimati », io come faccio a sbattezzarli, scomunicarli e scresimarli? Volevo che de cidessero per conto loro, una volta raggiunta l’età della ragione. Giesù Cristo fu battezzato a trent’anni. Perché tanta fretta per i figli nostri? E perché questa Maria Grazia si permette di controllare i fatti di casa mia e quelli delle future case dei miei figli?
GIGLIOLA Ecco, vedi, questo è il tuo difetto: sei petulan te. E per questo tuo continuo battere il martello sullo stesso chiodo, siamo arrivati al punto morto. E non sol tanto per il battesimo e per la cresima ci siamo arrivati, ma per tanti altri fatti che dovevano andare come volevi tu, senza voler ammettere che nella tua vita c’ero anch’io, con una testa che tiene dentro, si, è vero, idee di verse dalle tue, ma che proprio per questo aveva diritto a parlare, esprimersi, discutere e contraddire. Invece no: tutto, qualunque cosa, doveva avere l’inizio e la fine che volevi tu.
GUGLIELMO Tutto, invece, doveva avere l’inizio e la fine che volevano gli altri, compresa la reazione che ti allon tanò da me definitivamente.
GIGLIOLA Si può impazzire, parlando da soli.
GUGLIELMO Ma si rinsavisce facilmente intavolando un dialogo nuovo con il vecchio innamorato sfortunato fatto di pietà, tenerezza e nostalgia per « l’incompiuta», per quello che poteva essere ma che non è stato.?
GIGLIOLA (con scatto esasperato) Si ricorre a tutto pur di uscire da un pantano.
GUGLIELMO Si esce da un pantano per entrare in un letto.
GIGLIOLA Una sola volta mi è capitato di entrare in un letto.
GUGLIELMO (con amarezza) Una...
GIGLIOLA (con cinica indifferenza) Una sola, ti ripeto.
GUGLIELMO (c. s.) Già...
GIGLIOLA (cattiva) Si, purtroppo si. Gugliè, quando si tratta della volta buona, quella « sola volta» basta per tutta la vita.
GUGLIELMO E perché non avete continuato...?
GIGLIOLA Io ho due figli, e lui tre.
GUGLIELMO (colpito a sangue, dopo lunga pausa) Come... come abbiamo potuto mettere al mondo due figli...
GIGLIOLA (velenosa) Quando a letto non si ha niente da dire, si fanno i figli.
AMNERIS (entrando) E’ pronto in tavola. La cuoca ha fat to i maccheroni al forno, alla siciliana, con le melenzane sopra. Me li mangio pur’io, spezzo la cura. Tanto, la fac cio o non la faccio, non mi resta molto tempo da vive re...
GIGLIOLA (a Guglielmo) Io vado. Tu vieni?
GUGLIELMO Mangio fuori.
GIGLIOLA E stasera?
GUGLIELMO Torno tardi. Mi fate trovare un poco di roba fredda.
GIGLIOLA (indifferente) Si.
AMNERIS (dolcissima, increspando gli occhi da idolo cine se) Uscite?
GUGLIELMO Esco.
AMNERIS (alla figlia) Esce?
GIGLIOLA Esce. (E se ne va).
AMNERIS (c. s.) Permesso... (E se ne va anche lei).
GUGLIELMO (dopo lungo silenzio si alza in piedi e avanza verso la ribalta; dopo aver dato un lento sguardo pano ramico in sala, si rivolge al pubblico con tono di voce ve-lato e stanco) Tanto, gli anni sono passati lo stesso... (Dopo brevissima pausa, durante la quale egli rimane immobile, lo sguardo fisso sugli spettatori, la sua voce diventa implorante) Pietà! Pietà! Pietà! (E uscendo da una delle quinte ripete ancora) Pietà! Pietà! Pietà!

Si chiude il sipario nero.  Sono passati ventidue anni. La cantante con chitarra attraversa la scena cantando un successo del 1957; uscita la ragazza, appare una stanza da pranzo con al centro il tavolo e sei sedie, dove si è già seduto, al suo solito posto, Fortunato, il primogeni to di Guglielmo e Gigliola. Il giovane è tutto preso dal la terza pagina di un giornale che regge tra le mani, aper to in due. Dopo breve pausa, da una delle quinte soprag giunge Vittorina, sua moglie; si ode squillare il campa nello interno.

VITTORINA Eccoli. (Avviandosi) Alzati, Fortunà, non ti fare trovare seduto a tavola.
FORTUNATO Ma ti pare che faccio cerimonie con mio fra tello e mia cognata? (Però si alza e s’allontana dalla ta vola).
FELICE (dall’ingresso, preceduto da Vittorina e seguito da sua moglie Rosa) Ci dovete perdonare, abbiamo fatto un poco tardi per causa di Tetillo. Buongiorno.
FORTUNATO Salute.

Le cognate si abbracciano e si baciano.

ROSA Ormai capisce. Quando mi vede col cappello in testa, sa che esco e fa rivoltare la casa.
VITTORINA Mi dicesti che la bambinaia che avete trovato, Carolina, si è affezionata a Tetillo e Tetillo a lei.
FELICE Per giocare, per andare a passeggio e a scuola, ma quando si mette a letto vuole la madre vicino al letto suo.
ROSA E Carolina si mette col muso sotto perché è gelosa. (A Vittorina) Vi ho portato due fiori.
VITTORINA Quanto sei cara...
FORTUNATO Vogliamo metterci a tavola?
FELICE Tieni appetito? Io pure.
VITTORINA Vi ho fatto preparare un timballo con le polpettine pettine, la mozzarella, i pisellini... La cuoca lo fa bene.
FORTUNATO Allora a tavola, và!
TUTTI A tavola!
VITTORINA Vado un attimo in cucina.
FELICE L’ultimo tocco lo deve dare la padroncina di casa.
VITTORINA (scherzosa) Il tocco magico. Un minutino. Voi intanto prendete posto. (Esce).
FORTUNATO Mia cognata vicino a me. (Appena i tre si sono seduti, il campanello d’ingresso squilla lungamen te). Figuriamoci se il campanello dell’ingresso non si metteva pure lui a tavola con noi!
FELICE Due sono i campanelli che si mettono a tavola con noi senza essere invitati: quello dell’ingresso e quel lo del telefono.
VITTORINA (dall’interno) Venite, mammà!
FELICE (meravigliato dell’insolita visita) Mammà?!
ROSA L’aspettavate?
FORTUNATO No.
GIGLIOLA (entra seguita da Vittorina) Buongiorno. Stava te a tavola, mi dispiace. Ma si tratta di cosa importante e urgente, se no non venivo a darvi fastidio nell’ora di pranzo. Dove potevo andare, con chi mi posso confida re? Lo sapete che non tengo nessuno. Si tratta di vostro padre. State a sentire che si è messo in testa... Tre mesi fa, con un discorso vago che voleva prospettarmi tutto un fatto complicato di affari, investimenti... mi disse che era venuto il momento di dare un colpo di timone alla situazione finanziaria della famiglia... Ma io, sicco me lo conosco bene e so che quando incomincia a par lare non la finisce più, dico sempre: « Si, si, va bene », appresso a lui, pensando a un’altra cosa e allora quando finisce di parlare non ho capito niente di quello che ha detto. Ma questa volta ci deve essere certamente qual che cosa sotto, perché col passare del tempo lui conti nua a parlarmi del colpo di timone e della virata di  bordo. L‘insistenza mi ha messo in sospetto, fino a farmi presta re attenzione a quello che dice, e finalmente ho  capito dove vuole arrivare. E pazzo, ha perduto completamen te la testa: vuole investire dei grossi capitali in un affa re che, secondo lui, gli farà guadagnare miliardi in po chissimi anni, e per fare questo vuole vendere la pro prietà.

VITTORINA e ROSA (contemporaneamente) Vuole ven dere?
VITTORINA E quale proprietà vuole vendere?
GIGLIOLA Non l’ho capito e non l’ho voluto capire. Lui non deve toccare nemmeno una pietra di quello che spetterà ai miei figli, dopo la sua morte. (Campanello interno). E’ lui! Una povera ragazza si sposa per liberar si della sua famiglia e se ne vede crescere intorno un’al tra più scocciante della prima. Santiddio, ma è mai pos sibile che in questa vita si esce da un inferno e si entra in un altro?

Il campanello squilla nuovamente.

VITTORINA Vado ad aprire. (Esce).
ROSA Se è papà, ci sono pure i figli presenti e si può arri vare a un chiarimento.
VITTORINA (internamente) Venite, papà.
GUGLIELMO (entrando) Sono venuto a ora di pranzo, mi dispiace...
VITTORINA (entrando) Abbiamo invitato a colazione Ro sa e Felice, poi è venuta mamma...
GUGLIELMO Vi abbiamo guastato la giornata, ma avevo urgenza di concludere la conversazione che avevamo iniziato Gigliola e io.
GIGLIOLA La concludiamo un’altra volta, perché i ragazzi debbono mettersi a tavola. Arrivederci e buon pranzo.
VITTORINA Aspettate, mammà. Se si tratta di cosa importante non è meglio concluderla subito?
FORTUNATO Se volete, vi lasciamo soli.
GUGLIELMO E perché? Noi dobbiamo parlare di un fatto che riguarda principalmente voi, e allora è meglio che restate, cosi potete dire pure voi la vostra e possiamo trovare insieme un punto d’incontro.
FORTUNATO Se è per questo...
GUGLIELMO Vostra madre vi avrà accennato qualche cosa.
FORTUNATO No, veramente. Ho avuto, si, l’impressione che avrebbe voluto parlare, ma poi sei arrivato tu.
GUGLIELMO Gigliò, vorrei sapere perché ti sei arrabbiata e te ne sei andata non appena ho messo in mezzo il di scorso che stiamo facendo da più di tre mesi.
GIGLIOLA Che stai facendo tu, io no. Ti ho lasciato parla re fin quando hai voluto, perché ero convinta che col tempo avresti aperto gli occhi. Ma tu, al solito, ti metti a tirare talmente la corda che quella, tira tira, si spezza, e allora questa volta la voglio spezzare io: se ti sei mes so in testa di rovinare la famiglia, prima che succede questo arrivo a conseguenze estreme. Mi metto in mano agli avvocati che ti faranno passare la voglia di fare il megalomane. E ricordati che la legge sarà dalla parte mia. Una buona madre — anzi nonna, perché teniamo pu re due nipoti — una madre come si deve, ha il dovere di difendere gli interessi dei figli e dei nipoti.
GUGLIELMO E non ho lavorato una vita intera per la nostra casa? Tutto quello che ho guadagnato, non l’ho guadagnato per la famiglia?
GIGLIOLA E allora i soldi, la casa, i mobili, i gioielli.., non ne puoi fare quello che vuoi perché non sono piii tuoi: sono della famiglia
GUGLIELMO (ai figli, che per tenersi al di fuori della lite, hanno assunto fin dal principio un atteggiamento passi vo, distaccato, qualche volta guardando il soffitto, tal’al tra fissando lo sguardo in terra, tal’altra ancora aggiu standosi la cravatta, senza mai parteggiare né per il pa dre né per la madre) Voglio sperare che avrete capito che vostra madre sta dando i numeri al lotto... (Fortuna to guarda il soffitto, Felice il pavimento). Il fatto è che
vostra madre si rifiuta di capire quello che le sto spie gando da più di tre mesi.
GIGLIOLA Tu a me non me la conti giusta, qualche cosa sotto ci sta. Gugliè, finché saranno aperti gli occhi miei,
giuro su Dio!, tu non venderai nemmeno uno spillo di casa nostra, non toccherai una pietra della proprietà!
GUGLIELMO t tutta roba mia, e se voglio vendo tutto!
GIGLIOLA   Mi oppongo. L’avvocato mi ha già detto come mi debbo regolare. Ti faccio interdire. E firmeranno   pu re i figli tuoi. E se non vogliono firmare, Vittorina e Ro sa, le tue nuore, penseranno a convincerli. Buongiorno a tutti. (Esce).
GUGLIELMO E voi due sareste capaci di firmare una di chiarazione infamante ai danni di vostro padre?
FORTUNATO Ecco, ci siamo: tu e mammà, di qualunque cosa ne fate sempre una tragedia. Qua nessuno s e mes so in testa di danneggiarti moralmente. Si tratta di par lare, chiarire i fatti e mettersi d’accordo.
FELICE Per conto mio, se debbo dire la verità, non ho mai visto mammà cosi imbestialita.
GUGLIELMO Perché è stata cresciuta dai suoi genitori sot to una campana di vetro, respirando soltanto aria di be nessere e tranquillità, senza rendersi mai conto di come e perché e da quale punto spirava quest’aria. Natural mente, adesso, si rifiuta di capire. E così? (Rimane in at tesa di una risposta che non arriva né da parte dei figli né dalle nuore) Ho cercato di persuaderla in mille mo di, con pazienza, dolcezza: ma niente, non c’è stato ver so di deciderla a seguire i miei discorsi. Vi sembra giu sto l’atteggiamento di vostra madre (Neanche questa volta i figli e le due nuore battono ciglio; finalmente Guglielmo sbotta) Ragazzi, io non posso continuare a parlare da so lo come un pazzo. Un parere favorevole o negativo lo dovete esprimere.
FORTUNATO Papà, ma quale parere possiamo esprimere se non siamo a conoscenza dei fatti?
GUGLIELMO Non avete sentito che vostra madre vuole raccogliere le vostre firme, unirle alla sua e chiedere la mia interdizione?
FELICE Questo l’abbiamo capito. Adesso vorremmo capi re qual è la cosa che mammà si rifiuta di capire.
VITTORINA Scusa, Felì, è inutile che parliamo come se si giocasse a palla: io la butto a te e tu la butti a me. Mam mà ha parlato fin troppo chiaro, poco prima: la decisio ne l’ha presa in conseguenza del fatto che papà ha biso gno di capitali importanti per realizzare la sua iniziativa e allora avrebbe deciso di vendere la proprietà.
GUGLIELMO Naturalmente c’è stato consiglio di famiglia.
ROSA No, perché mentre stavamo parlando siete arrivato voi.
VITTORINA Del resto, noi già sapevamo tutto, perché la notizia ci era arrivata per altre vie. Non ci sarebbe stato bisogno di un consiglio di famiglia, perché si è sollevato un coro generale da parte di tutti gli amici: « Per carità, è un affare sballato! », «Dissuadetelo, di questi tempi correte il rischio di andare all’elemosina quanti più ne siete... » Quella gentildonna della contessa Maria delle Grazie...
GUGLIELMO Filippetti Ullèra...
VITTORINA Si, proprio lei. Quella la possiamo considera re veramente l’an gelo cug2 della casa nostra.
GUGLIELMO Ma un povero Cristo come sì può difendere da questi angeli custodi che ti escono dalle orecchie, dal na so, dagli occhi e che il bastone non ce l’hanno per affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente tra le ruote…? (Dopo breve riflessione) E se vendo?
FORTUNATO Devi decidere tu.
GUGLIELMO Avrei deciso.
FORTUNATO Avrei non significa ho.
GUGLIELMO (con uno scatto in crescendo) E allora, ho! Ho! ho! Sono soldi miei, è tutta roba mia. Ho deciso, vendo! (E s’avvia per uscire).
FELICE Pensaci bene.
GUGLIELMO (tornando sui suoi passi) Firmate! Formatela, questa associazione a delinquere, e firmate! Tagliatemi la lingua, le braccia, le gambe... Fatelo! Mi difende rò lo stesso e vedremo chi la vince.
VITTORINA (scattando a sua volta) Fortunà, e parla! Diglielo finalmente in faccia che tua madre ha mille volte ragione a regolarsi come si regola, e che noi insieme a lei siamo abbastanza in dubbio sui motivi che lo hanno deciso a proporre questa vendita precipitosa!
GUGLIELMO In dubbio?
VITTORINA E si, papà!
GUGLIELMO Ma che papà! Chiamatemi signor Coso, maz za, bastone, portafiori, candeliere, tutto fuori che papà!
FORTUNATO E invece noi vogliamo chiamarti papà con il sentimento d’amore che comporta la parola stessa.
FELICE Pure perché, papà, tu stai attraversando un perio do, come posso dire... un periodo...
ROSA Di sbandamento.
GUGLIELMO Io?
FORTUNATO E si. Un periodo che ricorda molto da vicino quello di quando si agitarono le acque tra te e mammà per causa della profumiera.
GUGLIELMO (sinceramente sperduto) La profumiera?
VITTORINA Bonaria.
GUGLIELMO (questo nome pronunziato quasi con disprezzo, che gli arriva in un momento di tanta amarezza in vece di ingrossare ancor più  il suo rancore per quella gente, lo calma; il solo nome di Bonaria gli attraversa le vene come olio d’oliva su una ferita ancora sanguinante; il suo volto si distende, diventa luminoso, gli occhi gli risplendono di fierezza, diventano teneri; dopo lunga pausa) Grazie. E’ la prima volta che sento da te... Vittorina — mi pare che ti chiami Vittorina, è vero? ~ la prima volta che sento da te una parola dolcissima e confortante per me: B-o-n-a-r-i-a. (A Fortunato) Tu hai sbagliato dicendo che sto attraversando un periodo che ricorda molto da vicino quello della profumiera... non perché hai voluto disprezzare Bonaria calcolandola una « profumiera », ma perché ti sei permesso di con fondere il periodo che sto attraversando adesso con quello vissuto vicino a Bonaria... (Da questo momento il nome di Bonaria lo pronunzia sillabandolo) Ci voglia mo sedere? (E lui per primo prende posto al ,centro del tavolo, di fronte al pubblico; le due coppie, affascinate dal repentino cambiamento di umore, nonché dalla dol cezza di quel tono di voce, senza nemmeno rendersi con to del movimento che debbono compier, prendono po sto ai due lati) Era figlia di una guardaporte, B-o-n-a-r-i-a, la guardaporte di un palazzone del Seicento, sopra ai Miracoli. Non aveva conosciuto il padre; nemmeno sua madre lo seppe mai, perché si trovò incinta di B-o-n-a-r-ia salendo e scendendo i sei piani del palazzo, quando suonava il campanello delle porte d’ingresso de gli appartamenti, per consegnare agli inquilini telegram mi .e raccomandate. Le raccomandate arrivavano di gior no, i telegrammi urgenti anche di notte. Le lettere era no raccomandate, ma lei, povera disgraziata, non era sta ta raccomandata da nessuno. Sopra ai Miracoli, in un quartiere popolare come quello, da chi avrebbe potuto apprendere, B-o-n-a-r-i-a, la gentilezza d’animo, il gusto del vestire, la purezza dei sentimenti, l’orgoglio, la sag gezza... da chi? Un miracolo sopra ai Miracoli... Troppo tardi, ho conosciuto la «profumiera». Se per miracolo, da studente, me ne fossi andato ad abitare sopra ai Mira coli, e se miracolosamente la «profumiera» fosse venu ta al mondo in tempo debito per incontrarsi con me, da coetanea, là sopra, voi oggi, invece di essere due figli na ti da un gioco come quello delle parole incrociate, sare ste stati due miracoli. (Fissando lo sguardo davanti a sé, nel vuoto) Grazie, figlia di guardaporta, « profumiera », B-o-n-a-r-i-a.. sei ancora tu che mi vieni in soccorso. (I quattro, disorientati, fissano Guglielmo, scrutando ogni suo movimento) Mi trovate insolito, stravagante, al li-mite della follia? Sognatore, forse, si. Ma siamo tutti sognatori. (Lungo silenzio). Non riunite il consiglio di famiglia per decidere della mia sorte. Rinunzio a dare l’impulso che volevo dare al la nostra... oh, scusate... alla vostra posizione finanzia ria. A morte mia, lascerò intatto il patrimonio che si divideranno in parti uguali i figli delle parole incrociate. E per farmi piacere... ho detto « farmi», badate, non ho detto « farvi”… Per farmi piacere, me ne andrò al più presto all’altro mondo. Non intendo suicidarmi, non v’allarmate: non voglio lasciare questa macchia infa mante in famiglia. L’uomo sa che deve morire e che non c’è niente da fare. Sa pure che non può ritardare la mor te, è vero, ma sa con certezza che quando comincia a vi vere come un albero, quando passa le giornate sdraiato in poltrona a leggere libri e giornali, la fine non può es sere lontana. Di libri e di giornali si può morire. Non vi proibisco di pregare per me, ma vi prego di non proibir mi di pregare per voi. (Si alza e si mette a pregare con molta fede)

Salve, Maria, ma fammi la grazia:
portati questi signori con te. T
tu sarai benedetta fra tutte le donne,
se questo farai.
E benedetto sarà pure il frutto del tuo seno,
Giesù...
Santa Maria,
se sei veramente la madre di Dio,
prega per noi,
cosi possiamo fare i peccatori
adesso
e nell’ora della nostra morte.
E cosi sia!

Guglielmo avanza fino al centro della ribalta, si ferma e fissa il pubblico con uno sguardo insistente, accorato.
Le due coppie, intanto, se la filano per le due quinte late rali. Dall’interno giungono i primi accordi della chitarra e la voce della chitarrista che inizia a cantare l’ultimo grande successo del 1972. A questo punto vi saranno di verse azioni che toccherà al regista coordinare come gli sembrerà più opportuno: Guglielmo si libera della bar ba grigia e si mette quella bianca; nell’applicarla, l’e spressione accorata del suo volto si trasforma in una smorfia ambigua, mentre egli resta più che mai immobi le e con lo sguardo fisso sul pubblico. I servi di scena tolgono la stanza da pranzo di Fortunato e Vittorina a vista, scende un fondale di velluto nero, davanti al qua le i servi di scena mettono una gran poltrona, sulla qua le ci sarà un libro. La posizione della poltrona verrà scel ta dal regista. La cantante attraversa la scena cantando; quando la ragazza sarà vicina alla quinta d’uscita, Gu glielmo raggiunge la poltrona, prende il libro, si siede, comincia a sfogliare le pagine del volume, mentre la can tante esce di scena.

Lentissimo, scende il sipario sul « secondo atto ».



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