giovedì 13 dicembre 2012

Filumena Marturano - Primo Atto - il copione

L'ARTE DELLA COMMEDIA
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Filumena Marturano
di Eduardo De Filippo

PERSONAGGI

 



Filumena Marturano

Domenico Soriano,



ricco dolciere


Alfredo Amoroso,
'0 cucchieriello
Rosalia Solimene
, confidente di Filumena
Diana,
giovane «fiamma» di Soriano
Lucia,
cameriera
Umberto,
studente
Riccardo,
commerciante
Michele,
operaio
L'avvocato Nocella
Teresina,
sarta
Primo Facchino
Secondo Facchino 



ATTO PRIMO



In casa Soriano. Spaziosa stanza da pranzo in un deciso « stile 900» sfarzosamente arredata, con gusto, però, alquanto medio. Qualche quadro e qualche ninnolo, che ricordano teneramente l'epoca umbertina e che, evidentemente, un tempo, completarono l'arredamento della casa paterna di Domenico Soriano, disposti con cura alle pareti e sui mobili, stridono violentemente con tutto il resto. La porta, in prima quinta a sinistra, è quella che introduce nella camera da letto. In seconda quinta, sempre a sinistra, taglia l'angolo della stanza un grande telaio a vetri che lascia vedere un ampio terrazzo fiorito, protetto da una tenda di tela a strisce colorate. In fondo a destra, la porta di ingresso. A destra, la stanza si spazia Inoltrandosi profondamente in quinta e lasciando scorgere, attraverso un grande vano e l'apertura a metà di una tenda serica, lo «studio» del padrone di casa. Anche per l'arredamento del suo «studio» Domenico Soriano ha preferito lo «stile 900». È di questo stile anche il mobile vetrinato che protegge e mette in mostra una grande quantità di coppe di vario metallo e di differenti dimensioni e forme: «Primi premi» guadagnati dai suoi cavalli da corsa. Due « bandiere» incrociate sulla parete di fronte, dietro uno scrittoio, testimoniano le vittorie conseguite alla festa di Montevergine. Non un libro, non un giornale, non una carta. Quell'angolo, che soltanto Domenico Soriano osa chiamare «lo studio», è ordinato e lindo, ma senza vita. Il tavolo centrale, nella stanza da pranzo, è apparecchiato per due coperti, con un certo gusto ed anche ricercatezza: non vi . manca un «centro» di rose rosse freschissime. Primavera inoltrata: quasi estate. È l'imbrunire. Le ultime luci del giorno dileguano per il terrazzo. In piedi, quasi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte, in atto di sfida, sta Filumena Marturano. Indossa una candida e lunga camicia da notte. Capelli in disordine e ravviati in fretta. Piedi nudi nelle pantofole scendiletto. I tratti del volto di questa donna sono tormentati: segno di un passato di lotte e di tristezze. Non ha un aspetto grossolano, Filumena, ma non può nascondere la sua origine plebea: non lo vorrebbe nemmeno. I suoi gesti sono larghi e aperti; il tono della sua voce è sempre franco e deciso, da donna cosciente, ricca d'intelligenza istintiva e di forza morale, da donna che conosce le leggi della vita a modo suo, e a modo suo le affronta. Non ha che quarantotto anni, denunziati da qualche filo d'argento alle tempie, non già dagli i occhi che hanno conservato la vivezza giovanile del «nero» napoletano. Ella è pallida, cadaverica, un po' per la finzione di cui si è fatta protagonista, quella cioè di lasciarsi ritenere prossima alla fine, un po' per la bufera che, ormai, inevitabilmente dovrà affrontare. Ma ella non ha paura: è in atteggiamento, anzi, da belva ferita, pronta a spiccare il salto sull'avversario. Nell'angolo opposto, precisamente in prima quinta a destra, Domenico Soriano affronta la donna con la decisa volontà di colui il quale non vede limiti né ostacoli, pur di far trionfare la sua sacrosanta ragione, pur di spezzare l'infamia e mettere a nudo, di fronte al mondo, la bassezza con cui fu possibile ingannarlo. Si sente offeso, oltraggiato, colpito in qualche cosa, secondo lui, di sacro, che non può né intende confessare. Il fatto, poi, che egli possa apparire un vinto al cospetto della gente, gli sconvolge addirittura il cervello, gli fa perdere i lumi della ragione. È un uomo robusto, sano, sui cinquant'anni. Cinquant'anni ben vissuti. Gli agi e la cospicua posizione finanziaria lo hanno conservato di spirito acceso e di aspetto giovanile. La «buonanima»

di suo padre, Raimondo Soriano, uno tra i piu ricchi efurbi dolcieri di Napoli, che aveva fabbriche ai Vergini ed a Forcella, nonché negozi accorsatissimi a Toledo e a Foria, non aveva occhi che per lui. I capricci di don Domenico (da giovanotto era conosciuto come: «'O Signurino don Mimi»), non avevano limiti, né per la loro stravaganza, né per la loro originalità. Fecero epoca; si raccontano ancora a Napoli. Appassionato amatore di cavalli, è capace di trascorrere mezze giornate a rievoca-

re con gli amici le prodezze agonistiche, le «gesta » dei piu importanti esemplari equini che passarono per le sue nutrite scuderie. Ora è li, in pantalone e giacca da pigiama, sommariamente abbottonati, pallido e convulso di fronte a Filumena, a quella donna «da niente» che, per tanti anni, è stata trattata da lui come una schiava e che ora lo tiene in pugno, per schiacciarlo come un pulcino. A sinistra della stanza, nell'angolo, quasi presso il terrazzo, si scorge, in piedi, la mite ed umile figura di donna Rosalia Solimene. Ha settantacinque anni. Il colore dei suoi capelli è incerto: piu deciso per il bianco che per il grigio. Indossa un vestito scuro, «tinta morta». Un po' curva, ma ancora piena di vitalità. Abitava: in un «basso», al vico San Liborio, di fronte a quello abitato dalla famiglia Marturano, di cui conosce «vita, morte e miracoli». Conobbe, fin dalla piu tenera età, I Filumena; le fu vicina nei momenti piu tristi della sua esistenza, senza mai lesinarle quelle parole di conforto, di comprensione, di tenerezza che soltanto le nostre donne del popolo sanno prodigare e che sono un vero balsamo al cuore di chi soffre. Ella segue, ansiosa, i movimenti di Domenico, senza perderlo d'occhio un istante. Conosce, per dura esperienza, gli effetti dell'irascibilità di quell'uomo. per cui, pervasa dal terrore, non batte ciglio, come impietrita. Nel quarto angolo della stanza si scorge un altro personaggio: Alfredo Amoroso. È un simpatico uomo sui sessant'anni, di struttura solida, nerboruto, vigoroso. Dai compagni gli fu appioppato il nomignolo di «'O cucchieriello». Era bravo, infatti, come guidatore di cavalli, per cui fu assunto da Domenico, ed al suo fianco rimase in seguito, ricoprendo il ruolo di uomo di fatica, capro espiatorio, ruffiano, amico, Egli riassume tutto il passato del suo padrone. Basta osservare il modo con cui guarda Domenico, per comprendere fino a qual punto gli sia rimasto fedele e devoto, con la massima abnegazione. Indossa una giacca grigia un po' «risicata» ma di taglio perfetto, pantalone di altro colore e berretto a «scorz' 'e nucella» messo sul capo un po' a sghembo. Ostenta, al centro del panciotto, una catena d'oro. È in atteggiamento di attesa. È, forse, il piu sereno di tutti. Conosce il suo padrone. Quante volte le ha buscate per lui! Quando va su il sipario, cosi troviamo i quattro personaggi, in questa posizione da «quattro cantoni». Sembra che stiano li, per divertirsi come dei bimbi; ed è la vita invece che li ha scaraventati cosi, l'uno contro l'altro.

Pausa lunga.


DOMENICO (schiaffeggiandosi ripetutamente con veemenza ed esasperazione) Pazzo, pazzo, pazzo! Ciento vote, mille vote!
ALFREDO (con un timido gesto interviene) Ma che ffacite?

Rosalia si avvicina a Filumena e le pone sulle spalle uno scialle che avrà preso da una sedia sul Fondo.


DOMENICO Io songo n'ommo 'e niente! Io m'aggia mettere nnanz' 'o specchio e nun m'aggi' 'a stancà maie 'e me sputà nfaccia (Con un lampo di odio negli occhi a Filumena). Vicino atte aggio iettata 'a vita mia: vinticinc'anne 'e salute, 'e forza, 'e cervella, 'e giuventu! E che ato vuò? C'ato t'ha da da' Domenico Soriano? Pure 'o riesto 'e sta pelle, che nn'avite fatto chello ch'avite voluto vuie? (Inveendo contro tutti, come fuori di sé) Tutti hanno fatto chello che hanno vuluto! (Contro se stesso con disprezzo) Mentre tu te credive Giesù Cristo sciso nterra, tutte quante facevano chello ca vulevano d' 'a pella toia! (Mostrando un po' tutti, con atto d'accusa) Tu, tu, tu... 'o vico, 'o quartiere, Napule, 'o munno... Tutte quante m'hanno pigliato pe' fesso, sempe! (Il pensiero del tiro giuocatogli da Filumena gli torna alla mente d'improvviso e gli fa ribollire il sangue) Io nun ce pozzo penzà! Già, me l'avev' 'a aspettà! Sulamente na femmena comm' a tte, puteva arrivà addò si' arrivata tu! Nun te putive smentì! Vinticinc'anne nun te putevano cagnà! Ma nun te credere ch' he vinciuto 'o punto: 'o punto nun ll'he vinciuto! Io t'accido e te pavo tre sorde. Na femmena comm' a tte tanto se pava: tre sorde! E a tutte chille ca t'hanno tenuto mano: 'o miédeco, 'o prèvete... (mostrando Rosalia che trasale e Alfredo che, invece, è tranquillo, con aria minacciosa) ...sti duie schifuse, ca ll'aggio dato a magnà pe' tant'anne... v'accido a tutte quante!... (Risoluto) 'O rivòlvere... Dàteme 'o rivòlvere!
ALFREDO (calmo) 'E ppurtaie tutt' e dduie addu l'armiere p' 'e ffa' pulezzà. Comme dicìsteve vuie.
DOMENICO Quanta cose aggio ditto io... e quante me n'hanno fatto dicere afforza! Ma ma è fernuta, 'o vvi'! Me so' scetato, aggio capito! ...(A Filumena) Tu te ne vaie... e si nun te ne vaie tu cu' 'e piede tuoie, overamente morta iesce 'a ccà ddinto. Nun ce sta legge, nun ce sta Padreterno ca pò piegà a Domenico Soriano. Attacco 'e falzo a tutte quante! Ve faccio ji' ngalera! 'E denare 'e ttengo e abballammo, Filume'! Te faccio abballà comme dich'io. Quann' aggio fatto sapé chi si' stata tu, e 'a copp' a qua' casa te venette a piglià, m'hann' 'a da' ragione afforza! E te distruggo, Filume', te distruggo!

(Pausa).


FILUMENA (niente affatto impressionata, sicura del fatto suo) He fernuto? He 'a dicere niente cchiu?
DOMENICO (di scatto) Statte zitta, nun parlà, nun me fido 'e te sèntere! (Basta la voce di quella donna per sconvolgerlo).
FILUMENA Io quanno t'aggio ditta tutto chello che tengo ccà ncoppo, 'o vvi'? (mostra lo stomaco) nun te guardo cchiu nfaccia, e 'a voce mia nun 'a siente cchiu!

DOMENICO (con disprezzo) Malafemmena! Malafemmena si' stata, e tale si' rimasta!

FILUMENA E c'è bisogno d' 'o dicere accussi, comm' 'o ddice tu? Ched'è, na nuvità? Nun 'o ssanno tutte quante, io chi so' stata, e addò stevo? Però, addò stev'io, ce venive tu... Tu nzieme all'ate! E comm' all'ate t'aggio trattato. Pecché t'avev' 'a trattà 'e n'ata manera, a te? Nun songo tutte eguale ll'uommene? Quello che ho fatto, me lo piango io e la mia coscienza. Mo te so' mugliera. E 'a ccà nun me mòveno manco 'e carabiniere!
DOMENICO Mugliera? Ma mugliera a chi? Filume', tu me stisse danno 'e nummere, stasera? A chi te si' spusata?

FILUMENA (fredda) A te!

DOMENICO Ma tu si' pazza! L'inganno è palese. Tengo 'e testimone. (Mostra Alfredo e Rosalia).
ROSALIA (pronta) Io nun saccio niente... (Non vuole essere tirata in ballo in una questione tanto grave) Io saccio sulamente ca donna Filumena s'è coricata, s'è aggravata e si è messa in agonia. Niente m'ha ditto e niente

aggiu capito.

DOMENICO (ad Alfredo) Tu nemmeno saie niente? Tu nemmeno sapevi che l'agonia era una finzione?
ALFREDO Don Dummi', p'ammor' 'a Madonna! Chella, donna Filumena me tene ncopp' 'o stommaco, faceva 'a cunfidenza a me?
ROSALIA (a Domenico) E 'o prèvete?.. Il prete, chi m'ha ditto d' 'o ji' a chiammà? Nun me l'avite ditto vuie?

DOMENICO Pecché essa... (mostra Filumena) 'o cercava. E io p' 'a fa' cuntenta...

FILUMENA Pecché nun te pareva overo ca io me ne ievo all'atu munno. Nun ce stive dint' 'e panne, penzanno ca finalmente me te levave 'a tuorno!
DOMENICO (dispettoso) Brava! Ll' he capito! E quanno 'o prèvete, doppo che aveva parlato cu' te, me dicette: « Sposatela in extremis, povera donna, è l'unico suo desiderio; perfezionate questo vincolo con la benedizione del Signore »... io dicette...
FILUMENA ...«Tanto che ce perdo? Chella sta murenno. È questione 'e n'atu paro d'ore e m' 'a levo 'a tuorno».(Beffarda) È rimasto male, don Domenico, quanno, appena se n'è ghiuto 'o prèvete, me so' mmenata 'a dint' 'o lietto e ll'aggio ditto: «Don Dummi' tanti auguri: simmo marito e mugliera!»
ROSALIA Io aggio fatto chillu zumpo! E m'è venuta chella resata! (Ne ride ancora) Giesu, ma comme l'ha fatta naturale tutta 'a malatia.

ALFREDO E pure l'agonia!

DOMENICO Vuie stateve zitte, si no ve metto in agonia a tutt' 'e duie! (Escludendo qualsiasi probabilità di debolezza da parte sua) Nun pò essere, nun pò essere! (D'un tratto, ricordando un altro personaggio che, secondo lui, potrebbe essere il solo responsabile) E 'o miédeco? Ma comme, tu si' miédeco...! 'A scienza addò è ghiuta a fernì? Tu si' miédeco e nun te n'adduone ca chella sta bona, ca te sta facenno scemo?
ALFREDO Forse, secondo me, si è sbagliato.

DOMENICO (con disprezzo) Statte zitto, Alfre'. (Deciso) E 'o miédeco pava! Isso pava pe' quant'è certo Dio! Pecché isso è stato d'accordo, nun pò essere in buona fede. (A Filumena, con malizia) Ha mangiato, è ove'? LI'he dato denare...
FILUMENA (nauseata) E chesto capisce tu: 'e denare! E cu' 'e denare t'he accattato tutto chello ca he voluto! Pure a me t'accattaste cu' 'e denare! Pecché tu ire don Mimi Soriano: 'e meglie sarte, 'e meglie cammesare... 'e cavalle tuoie currevano: tu 'e ffacive correre... Ma Filumena Marturano ha fatto correre essa a te! E currive senza ca te n'addunave... E ancora he 'a correre, ancora he 'a iettà 'o sango a capi comme se campa e se prucede 'a galantomo! 'O miédeco nun sapeva niente. Ce ha creduto pur'isso, e ce avev' 'a credere! Qualunque femmena, doppo vinticinc'anne che ha passato vicino a te, se mette in agonia. T'aggio fatto 'a serva! (A Rosalia e Alfredo) 'A serva ll'aggio fatta pè vinticinc'anne, e vuie 'o ssapite. Quanno isso parteva pe' se spassà: Londra, Parigge, 'e ccorse, io facevo 'a carabbiniera: d' 'a fabbrica a Furcella, a chella d' 'e Virgene e dint' 'e magazzine a Tuledo e a Furia, pecché si no 'e dipendente suoie ll'avarrìeno spugliato vivo! (Imitando un tono ipocrita di Domenico) «Si nun tenesse a te...» «Filume , si’ na femmena.» Ll’aggio purtata ‘a casa nnanze meglio 'e na mugliera! Ll'aggio lavate 'e piede! E no mo ca so' vecchia, ma quann'ero figliola. E maie ca me fosse sentuta vicin'a isso apprezzata, ricunusciuta, maie! Sempe comm'a na cammarera c' 'a nu mumento all'ato se pò mettere for' 'a porta!
DOMENICO E maie ca t'avesse visto sottomessa, che ssaccio? comprensiva, in fondo, della situazione reale che esisteva tra me e te. Sempe cu' na faccia storta, strafuttente... ca tu dice: «Ma avesse tuorto io? ...Ll'avesse fatto quacche cosa?» Avesse visto maie na lagrima dint' a chill'uocchie! Maie! Quant'anne simmo state nzieme, nun ll'aggio vista maie 'e chiagnere!

FILUMENA E avev' 'a chiagnere pe' te? Era troppo bello 'o mobile.

DOMENICO Lassa sta 'o mobile. Un'anima in pena, senza pace, maie. Una donna che non piange, non mangia, non dorme. T'avesse visto maie 'e durmi. N'ànema dannata, chesto si'.
FILUMENA E quanno me vulive vedé 'e durmi, tu? 'A strada d' 'a casa t' 'a scurdave. 'E mmeglie feste, 'e meglie Natale me ll'aggio passate sola comm' a na cana.
Saie quanno se chiagne? Quanno se cunosce 'o bbene e nun se pò avé! Ma Filumena Marturano bene nun ne cunosce... e quanno se cunosce sulo 'o mmale nun se chiagne. 'A suddisfazione 'e chiagnere, Filumena Martu-
rano, nun l'ha pututa maie avé! Comm' all'ultima femmena m' he trattato, sempe! (A Rosalia e Alfredo, unici testimoni delle sacrosante verità che dice) E nun parlammo 'e quann'isso era giovane, che uno puteva dicere: «Tene 'e sorde, 'a presenza...» Ma mo, all'urdemo all'urdemo, a cinquantaduie anne, se retira cu' 'e fazzulette spuorche 'e russetto, ca me fanno schifo... (A Rosalia) Addò stanno?

ROSALIA Stanno cunservate.

FILUMENA Senza nu poco 'e prudenza, senza penzà: «È mmeglio ca 'e llevo 'a miezo... si chella 'e ttrova?» Ma già, si chella 'e ttrova, e che ffa? Chi è essa? Che diritto tene? E se nzallanisce appriesso a chella...
DOMENICO (come colto in fallo reagisce, furente) A chella chi? .,. A chella chi?

FILUMENA (niente affatto intimidita, con maggiore violenza di Domenico) Appriesso a chella schifosa! Che te cride ca nun l'avevo capito? Tu buscie nun ne saie dicere, e chisto è 'o difetto tuio. Cinquantaduie anne, e se permette 'e se mettere cu' na figliola 'e vintiduie! Nun se ne mette scuorno! E mm' 'a mette dint' 'a casa, dicenno ca era l'infermiera... Pecché isso se credeva overo ca io stevo murenno... (Come raccontando una cosa incredibile) E nun cchiu tarde 'e n'ora fa, prima ca veneva 'o prèvete pe' ce spusà, se credevano ca io stevo pe' da' ll'anema a Dio e nun 'e vvedevo, vicin' 'o lietto mio s'abbracciavano e se vasavano! (Con irrefrenabile senso di nausea) Madonna... quanto me faie schifo! E se io stevo murenno overamente, tu chesto avisse fatto? Già, io murevo, e 'a tavola apparicchiata (la indica) pe' isso e chella morta allerta...
DOMENICO Ma pecché, tu murive e io nun avev' 'a magnà cchiu? Nun m'avev' 'a sustené?

FILUMENA Ch'e rrose mmiez' 'a tavula?

DOMENICO Ch'e rrose mmiez' 'a tavula!

FILUMENA Rosse?

DOMENICO (esasperato) Rosse, verde, paunazze. Ma pecché, nun ero padrone d' 'e mmettere? Nun ero padrone 'e me fa piacere ca tu murive?
FILUMENA Ma io nun so' morta! (Dispettosa) E nun moro pe' mo, Dummi'.

DOMENICO E questo è il piccolo contrattempo. (Pausa). Ma io nun me faccio capace. Si tu m'he trattato sempre comm' a tutte quante ll'ate, pecché, secondo te, ll'uommene so' tutte eguale, che te mpurtava 'e te spusà a mme? E se io me so' nnammurato 'e n'ata femmena e mm' 'a vulevo spusà... e mm' 'a sposo, pecché io a Diana m' 'a sposo, che te ne mporta si tene o nun tene vintiduie anne?
FILUMENA (ironica) Quanto me faie ridere! E quanto me faie pena! Ma che me ne mporta 'e te, d' 'a figliola che t'ha fatto perdere 'a capa, 'e tutto chello ca me dice? Ma tu te cride overo ca io ll'aggio fatto pe' te? Ma io nun te curo, nun t'aggio maie curato. Na femmena comm' a mme, ll'he ditto tu e mm' 'o stai dicenno 'a vinticinc'anne, se fa 'e cunte. Me sierve... Tu, me sierve! Tu te credive ca doppo vinticinc'anne c'aggiu fatto 'a vaiassa vicino a tte, me ne ievo accussi, cu' na mano nnanze e n'ata areto?
DOMENICO (con aria trionfante, credendo di aver compresa la ragione recondita della beffa di Filumena) 'E denare! E nun te l'avarria date? Secondo te, Domenico Soriano, figlio a Raimondo Soriano (borioso) uno dei piu importanti e seri dolcieri di Napoli, nun avarria penzato a te mettere na casa, e a nun te fa' avé cchiu bisogno 'e nisciuno?
FILUMENA (avvilita per l'incomprensione, con disprezzo) Ma statte zitto! Ma è possibile ca vuiate uommene nun capite maie niente? ...Qua' denare, Dummi'? Astipatille cu bbona salute 'e denare. È n'ata cosa che voglio 'a te... e m' 'a daie! Tengo tre figlie, Dummi'!

Domenico e Alfredo rimangono sbalorditi. Rosalia rimane, invece, impassibile.


DOMENICO Tre figlie?! Filume', ma che staie dicenno?
FILUMENA (macchinalmente, ripete) Tengo tre figlie, Dummi' !

DOMENICO (smarrito) E... a chi so' figlie?

FILUMENA (a cui non è sfuggito il timore di Domenico, fredda) A ll'uommene comm' a tte!
DOMENICO Filume'... Filume', tu staie pazzianno c' ffuoco! Che vo' dicere: «A ll'uommene comm' atte»?

FILUMENA Pecché site tutte eguale.

DOMENICO (a Rosalia) Vuie'o ssapiveve?

ROSALIA Gnorsi, chesto 'o ssapevo.

DOMENICO (ad Alfredo) E tu?

ALFREDO (pronto per scagionarsi) No. Donna Filumena mi odia, ve l'ho detto.

DOMENICO (non ancora convinto della realtà dei fatti, come a se stesso) Tre figlie! (A Filumena) E quante anne tèneno?
FILUMENA '0 cchiu gruosso tene vintisei anne.

DOMENICO Vinti sei anne?

FILUMENA E nun fa' sta faccia! Nun te mettere paura: nun so' figlie a te. .

DOMENICO (alquanto rinfrancato) E te cunòsceno? Ve parlate, sanno che tu si' 'a mamma?
FILUMENA No. Ma 'e vveco sempe e ce parlo.

DOMENICO Addò stanno? Che ffanno? Comme càmpano?

FILUMENA Cu' 'e denare tuoie!

DOMENICO (sorpreso) Ch’’e denare mieie?

FILUMENA Eh, cu' 'e denare tuoie. T'aggio arrubbato! T'arrubbavo 'e denare 'a dint' 'o portafoglio! T'arrubbavo dint' all'uocchie.
DOMENICO (con disprezzo) Mariola!

FILUMENA (imperterrita) T'aggio arrubbato! Te vennevo 'e vestite, 'e scarpe! E nun te ne si' maie accorto! Chill'aniello c' 'o brillante, t' 'o ricuorde? Te dicette ca
ll'avevo perduto: m' 'o vennette. Cu' 'e denare tuoie, aggio crisciuto 'e figlie mieie.

DOMENICO (disgustato) Io tenevo 'a mariola dint' 'a casa! Ma che femmena si' tu?

FILUMENA (come se non lo avesse ascoltato, continua) Uno tene 'a puteca 'o vicolo appriesso: fa 'o stagnaro.
ROSALIA (alla quale non sembra vero di parlarne, corregge) L'idrauliche...

DOMENICO (che non ha capito) Comme?

ROSALIA (cercando di pronunziare meglio la parola) L'idraulico. Comme se dice: acconcia 'e rubinette, spila 'e ffuntane... (Poi alludendo al secondo figlio) L'altro... comme se chiamma? (Ricordando a volo il nome) Riccardo. Quant'è bello! Nu piezz' 'e guaglione! Sta a Chiaia, tene 'o magazzin dint' 'o purtone 'a nnummero 74, fa 'o cammesaro...le camicie. E tene na bella clientela. Umberto poi...
FILUMENA ...ha studiato, ha vuluto studià. Fa 'o ragiuniere e scrive pure ncopp' 'e ggiurnale.

DOMENICO (ironico) Ci abbiamo pure lo scrittore in famiglia!

ROSALIA (esaltando i sentimenti materni di Filumena) E che mamma ch'è stata! Nun ll'ha fatto mancà maie niente! E io mo nce vo', so' vecchia e, al piu presto possibile, mi devo trovare davanti alla presenza dell'Ente Supremo, che tutto vede, considera e perdona, e ca chiacchiere nun se ne mmocca... Da quando erano piccoli, in fasce, nun ll'ha fatto mancare il latte delle formlcole...
DOMENICO ...cu’ ‘e denare'e don Dummmeco!

ROSALIA (spontanea, con istintivo senso di giustizia) Vuie 'e ghittàveve 'e denare!

DOMENICO E avev' 'a da' cunto a quaccheduno?

ROSALIA Gnernò, cu' ssalute! Ma manco ve ne site accorto

FILUMENA (sprezzante) Ma nun 'o date retta! Vuie 'o rispunnite pure?

DOMENICO (dominando i suoi nervi) Filume', tu afforza me vuo pògnere? Avimm'ascì all'impossibile? Ma tu 'o ccapisce chello c'he fatto? Tu m' he miso in condizioni 'e me fa' trattà comm' a n' ommo 'e paglia! Insomma sti tre signure, ca nun 'e ccunosco manco pe' prossimo, ca nun saccio 'a do' so' asciute, a nu certo punto me ponno ridere pure nfaccia! Pecché penzano: «Va buo', ce stanno 'e denare 'e don Dummmeco»!
ROSALIA (escludendo questa ipotesi) Gnernò, chesto no! E che ne sanno lloro? ...Donna Filumena ha fatto sempe 'e ccose comme ll'avev' 'a fa': cu' prudenza e cu' 'a capa ncapo. '0 nutaro cunsignaie 'e sorde all'idraulico, quann' arapette 'a puteca 'o viculo appriesso, condicendo che una signora ca non si voleva fare accanoscere... E accussì facette pure c' 'o cammesaro. E 'o nutaro tiene l'incombenza di passare il mensile a Umberto p' 'o fa studià. No, no... voi non c'entrate proprio.

DOMENICO (amaro) Io aggio pavato sulamente!

FILUMENA (con uno scatto improvviso) E ll'avev' 'a accidere? ...Chesto avev' 'a fa', neh, Dummi'? Ll 'avev , 'a accidere comme fanno tant'ati ffemmene? Allora si, è ove', allora Filumena sarria stata bbona? (Incalzando) rispunne!...E chesto me cunzigliavano tutt' 'e ccumpagne meie 'e llà ncoppo... (Allude al lupanare) «A chi aspetti? Ti togli il pensiero!» (Cosciente) M' 'avarria miso 'o penziero! E chi avesse pututo campà cu' nu rimorso 'e chillo? E po', io parlaie c' 'a Madonna. (A Rosalia) 'A Madunnella d' 'e rrose, v' 'a ricurdate?
ROSALIA Comme,'a Madonna d' 'e rrose! Chella fa na grazia 'o giorno!
FILUMENA (rievocando il suo incontro mistico) Erano'e tre doppo mezanotte. P' 'a strada cammenavo io sola. D' 'a casa mia già me n'ero iuta 'a sei mise. (Alludendo alla sua prima sensazione di maternità) Era 'a primma vota! E che ffaccio? A chi 'o ddico? Sentevo ncapo a me 'e vvoce d' 'e ccumpagne meie: «A chi aspetti! Ti togli il pensiero! Io cunosco a uno molto bravo...» Senza vulé, cammenanno cammenanno, me truvaie dint' 'o vico mio, nnanz' all'altarino d' 'a Madonna d' 'e rrose. L'affruntaie accussi (Punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna): «C'aggi' 'a fa'? Tu saie tutto... Saie pure pecché me trovo int' 'o peccato. C' aggi' 'a fa'?» Ma essa zitto, nun rispunneva. (Eccitata) «E accussi ffaie, è ove'? Cchiu nun parle e cchiu'a gente te crede? ...Sto parlanno cu' te! (Con arroganza vibrante) Rispunne!» (Rifacendo macchinalmente il tono di voce di qualcuno a lei sconosciuto che, in quel momento, parlò da ignota provenienza) «'E figlie so' ffiglie! » Me gelaie. Rummanette accussi, ferma. (S’irrigidisce fissando l’effige immaginaria) Forse si m'avutavo avarria visto o capito 'a do' veneva 'a voce: 'a dint' a na casa c' 'o balcone apierto, d' 'o vico appriesso, 'a copp' a na fenesta... Ma penzaie: «E pecché proprio a chistu mumento? Che ne sape 'a ggente d' 'e fatte mieie? È stata Essa, allora... È stata 'a Madonna! S'è vista affruntata a tu per tu, e ha vuluta parlà... Ma, allora, 'a Madonna pe' parlà se serve 'e nuie... E quanno m'hanno ditto: "Ti togli il pensiero! ", è stata pur'essa ca m' 'ha ditta, pe' me mettere 'a prova! ...E nun saccio si fuie io a 'a Madonna d' 'e rrose ca facette c' 'a capa accussì! (Fa un cenno col capo come dire: "Si, hai compreso") 'E figlie so' ffìglie!» E giuraie. Ca perciò so' rimasta tant'anne vicino a te... Pe' lloro aggio suppurtato tutto chello ca m' he fatto e comme m'he trattato! E quanno chillu giovane se nnammuraie 'e me, ca me vuleva spusà, te ricuorde? Stevemo già nzieme 'a cinc'anne: tu, ammogliato, 'a casa toia, e io a San Putito, dint' a chelli tre cammere e cucina... 'a primma casarella ca me mettiste quanno, doppo quatt'anne ca ce cunuscévamo, finalmente, me levaste 'a llà ncoppo! (Allude al lupanare) E mme vuleva spusà, 'o povero giovane...Ma tu faciste 'o geluso. Te tengo dint' 'e rrecchie: «Io so' ammogliato, nun te pozzo spusà. Si chisto te sposa...» E te mettiste a. chiagnere. Pecché saie chiagnere, tu... Tutt' 'o cuntrano 'e me: tu, saie chiagnere! E lo dicette: «Va buo', chisto è 'o destino mio! Dummineco me vo' bbene, cu tutt' 'a bbona voluntà nun me pò spusà; è ammogliato... E ghiammo nnanze a San Putito dint' 'e tre cammere! » Ma, po', doppo duie anne, tua moglie murette. 'O tiempo passava... e io sempre a San Putito. E penzavo: «È giovane, nun se vo' attaccà pe' tutt' 'a vita cu n'ata femmena. Venarrà 'o mumento ca se calma, e cunsidera 'e sacrificie c'aggiu fatto!» E aspettavo. E quann'io, 'e vvote, dicevo: «Dummi', saie chi s'è spusato? ...Chella figliola ca steva 'e rimpetto a me dint' 'e fenestelle... », tu redive, te mettive a ridere, tale e quale comm' a quanno saglive, cull'amice tuoie, ncopp' addò stevo io, primma 'e San Putito. Chella resata ca nun è overa. Chella resata c'accumencia 'a miez' 'e scale... Chella resata ca è sempe 'a stessa, chiunque 'a fa! T'avarria acciso, quanno redive accussì! (Paziente) E aspettammo. E aggio aspettato vinticinc'anne! E aspettammo 'e grazie 'e don Dummineco! Oramaie tene cinquantaduie anne: è viecchio! Addò? Ca pozza iettà 'o sango, chillo se crede sempe nu giuvinuttiello! Corre appriesso 'e nennelle, se nfessisce, porta 'e fazzulette spuorche 'e russetto, m' 'a mette dint' 'a casa! (Minacciosa) Miettammélla mo dint' 'a casa, mo ca te so' mugliera. Te ne caccio a te e a essa. Ce simmo spusate. 'O prèvete ce ha spusate. Chesta è casa mia!
Campanello interno. Alfredo esce per il fondo a destra.
DOMENICO Casa toia? (Ride forzatamente ironico) Mo me staie facenno ridere tu a me!
FILUMENA (invogliandolo, con perfidia) E ride... Ride! Ca, oramaie, me fa piacere 'e te sentere 'e ridere... Pecché, comm' a tanno, nun saie ridere cchiu.
Alfredo torna, guarda un po' tutti, preoccupato per quanto dovrà dire.

DOMENICO (scorgendolo, sgarbatamente lo apostrofa) Tu che vuò?

ALFREDO Eh... che voglio? ...Hanno purtat' 'a cena!

DOMENICO Ma pecché nun avev' 'a mangià, secondo voi?

ALFREDO (come per dire: «io non c'entro») Eh... don Dummi'! (Parlando verso il fondo a destra) Trase!
Entrano due facchini, garzoni di un ristorante, che recano un portavivande e un cesto con la cena.
PRIMO FACCHINO (servizievole, strisciante) Qua sta 'a cena. (All'altro) Miette ccà. (Poggiano a terra il cesto nel punto indicato dal facchino). Signo', il pollastro è uno solo perché è grande e può saziare pure a quattro persone. Tutto quello che avete ordinato è di prima qualità. (Si accinge ad aprire la vivandiera).
DOMENICO (fermando il garzone con un gesto irritato) Oini', mo sa' c'he 'a fa'? Te n'he 'a ji'.
PRIMO FACCHINO Gnorsì, signo'. (Prende dal cesto un dolce e poggiandolo sul tavolo) Questo è il dolce che piace alla signorina... (E posando una bottiglia) E chesto è 'o vino. (Le parole del facchino cadono nel piu profondo silenzio. Ma l'uomo non si dà per vinto: parla ancora. Questa volta per chiedere qualcosa, con tono ! mellifluo) E... ve site scurdato?

DOMENICO 'E che?

PRIMO FACCHINO Comme? Quanno site venuto ogge p'urdinà 'a cena, ve ricurdate? Io v'aggio cercato si ternveve nu cazone viecchio. E vuie avite ditto: «Viene stasera, e si cchiu tarde succede na cosa che dich'i', si aggio avuta na bella nutizia, tengo nu vestito nuovo nuovo... '0 piglio e t' 'o regalo». (Il silenzio degli altri è cupo. Pausa. Il facchino è ingenuamente dispiaciuto). Nun è succiesa 'a cosa ca diciveve vuie? (Attende risposta. Domenico tace). Nun l'avite avuta 'a bbona nutizia?
DOMENICO (aggressivo) T'aggiu ditto vatténne!

PRIMO FACCHINO (meravigliato pel tono di Domenico) Ce ne stiamo andando... (Guarda ancora Domenlco, poi con tristezza) I ammuncenne , Carlu', nun l'ha avuta'a , bbona nutizia... 'A furtuna mia! (Sospira) Bbona serata. (Esce per il fondo a destra seguito dal compagno).
FILUMENA (dopo pausa, sarcastica a Domenico) Mangia. Ched'è, nun mange? T' 'è passat' 'appetito?

DOMENICO (impacciato, rabbioso) Mangio! Cchiu tarde bevo e mangio!

FILUMENA (alludendo alla giovane donna nominata poco prima) Già: quanno vene 'a morta allerta.
DIANA (entra dalla comune. È una bella giovane di ventidue anni, o meglio, si sforza di dimostrarne ventidue, ma ne ha ventisette. È di una eleganza affettata, un po' snobistica: Guarda tutti dall'alto in basso. Nell'incedere parla un po' con tutti senza rivolgersi direttamente ad alcuno dei presenti che mostra di disprezzare in blocco. Non s'accorge, quindi, della presenza di Filumena. Reca dei pacchetti di medicinali che poggia, macchinamente, sul tavolo. Prende da una sedia un càmice bianco da infermiera e lo indossa) Folla, folla in farmacia. (Sgarbata, con fare da padrona) Rosalia, preparatemi un bagno. (Scorge le rose sul tavolo) Oh, le rose rosse...! Grazie, Domenico. (Annusando le vivande) Che profumino: ho un po' di appetito. (Prendendo dal tavolo una scatola di fialette) Ho trovato la canfora e l'adrenalina. Ossigeno niente. (Domenico è come fulminato. Filumena non batte ciglio: attende. Rosalia e Alfredo sono quasi divertiti. Diana siede accanto al tavolo di fronte al pubblico e accende una sigaretta) Pensavo: se... mio Dio, non vorrei dirla la parola, ma ormai... se muore stanotte, domattina parto di buon'ora. Ho trovato un posto nella macchina di una mia amica. Qui darei piu fastidio che altro. A Bologna, invece, ho certe cosette da fare, tanti affarucci da mettere a posto. Tornerò fra dieci giorni. Verrò a vedervi, Domenico. (Alludendo a Filumena) E... come sta? ...Sempre in agonia? ...È venuto il prete?
FILUMENA (dominandosi con affettata cortesia, s'avvicina lentamente alla giovane) Il preto è venute... (Diana sorpresa si alza e indietreggia di qualche passo) ...e confromme ha visto che stavo in agonizzazione... (Felina) Lèvate 'o càmmese!

DIANA (che veramente non ha compreso) Come?

FILUMENA (c. s.) Lèvate'o càmmese!

ROSALIA (s'accorge che Diana neanche questa volta ha compreso e per evitare il peggio, le consiglia prudentemente) Levatevi questo. (E su se stessa scuote, con due dita, la camiciola del suo abito, perché, finalmente, Diana possa comprendere a volo che Filumena allude al càmice d'infermiera).
Diana, con timore istintivo, si toglie il càmice.
FILUMENA (che ha seguito il gesto di Diana, senza staccarle gli occhi di dosso) Pòsalo ncopp' 'a seggia... Pòsalo ncopp' 'a seggia.

ROSALIA (prevedendo l'incomprensione di Diana) Mettetelo sopra la sedia.

Diana esegue.


FILUMENA (riprende il tono cortese di prima) Ha visto che agonizziavo e ha consigliato a don Domenico Soriano di perfezionare il vincolo in estremità. (Allude al prete. Diana per darsi un contegno, non sapendo che fare, prende dal «centro» una rosa e finge di aspirarne , il profumo. Filumena la fulmina con il tono opaco della sua voce) Pos' 'a rosa!
ROSALIA (pronta) Posate la rosa.

Diana, come obbedendo a un ordine teutonico, la rimette sul tavolo.


FILUMENA (ridiventa cortese) E don Domenico l'ha travato giusto perché ha penzato: «È giusto, sta disgraziata sta vicino a mme 'a vinticinc'anne...» E tante altre conseguenze e sconseguenze che non abbiamo il dovere di spiegarvi. È venuto vicino al letto (sempre alludendo al prete) e ci siamo sposati... con due testimoni e la benedizione del saciardote. Saranno i matrimoni che fanno bene, cert'è che mi sono sentita subito meglio. Mi sono alzata e abbiamo rimandata la morte. Naturalmente, dove non ci sono infermi malati non ci possono essere infermieri... e le schifezze... (con l'indice della mano destra teso assesta a Diana dei misurati colpetti sul mento, che costringono la donna a dire repentini e involontari: «No» col capo) ...le purcarie... (ripete il gesto) davanti a una che sta murenno... pecché tu sapive che io stavo murenno... 'e vaie a ffa' 'a casa 'e sòreta! (Diana sorride come un'ebete, come per dire: Non la conosco») Andatevene con i piedi vostri e truvàteve n'ata casa, no chesta.
DIANA (sempre ridendo indietreggia fino al limitare della porta d'ingresso) Va bene.
FILUMENA E se vi volete trovare veramente bene, dovete andare sopra addò stevo io... (Allude al lupanare).

DIANA Dove?

FILUMENA Ve lo fate dire da don Domenico, che quelle case le frequenteggiava e le frequenteggia ancora. Andate.
DIANA (dominata dallo sguardo rovente di Filumena, quasi presa da un subito orgasmo) Grazie. (Si avvia per il fondo a destra).

FILUMENA Non c'è di che. (E ritorna al suo posto a sinistra).

DIANA Buonanotte. (Esce).

DOMENICO (che fino a quel momento è rimasto pensoso, assorto in strane elucubrazioni, alludendo a Diana, si rivolge a Filumena) Accussi l'he trattata, è ove'?
FILUMENA Comme se mmèreta. (Gli fa un gesto di dispetto).

DOMENICO Ma 'assamme sèntere na cosa. Tu si' na diavula... Uno cu' te ha da sta' cu' tantu nu paro d'uocchie apierte... 'E pparole toie s'hann' 'a tènere a mente, s'hann' 'a pesà. Te cunosco, mo. Si comm' a na tarla. Na tarla velenosa c'addò se posa, distrugge. Tu poco primma he ditto na cosa e io mo ce stevo penzanno. He ditto: «... È n'ata cosa ca voglio 'a te... e mm' 'a daie!» 'E denare no, pecché 'o ssaie ca te ll'avarrie date... (Come ossessionato) Che ato vuò 'a me? Che te si' mmise ncapo? C'he penzato, e nun m'he ditto ancora? ...Rispunne!
FILUMENA (con semplicità) Dummi', 'a saie chella canzone?.. (Ne accenna l'aria con allusione) «Me sto criscenno nu bello cardillo... quanta cose ca l'aggia mparà»...

ROSALIA (alzando gli occhi al cielo) Ah, Madonna!

DOMENICO (guardingo, sospettoso, pavido a Filumena) E che significa?

FILUMENA (precisa) 'O cardillo si' tu!

DOMENICO Filume', parla chiaro... Nun pazzià cchiù cu' mme... Me faie piglià 'a freva, Filume'...
FILUMENA (seria) 'E figlie so' ffiglie!

DOMENICO E che vuo' dicere?

FILUMENA Hann' 'a sapé chi è 'a mamma... Hann' 'a sapé chello c'ha fatto pe' lloro... M'hann' 'a vulé bene! (Infervorata) Nun s'hann' 'a mettere scuorno vicino all'at'uommene: nun s'hann' 'a senti avvilite quanno vanno pe' caccià na carta, nu documento: 'a famiglia, 'a casa... 'a famiglia ca s'aunisce pe' nu cunziglio, pe' nu sfogo... S'hann' 'a chiammà comm' a mme!
DOMENICO Comm' a me che?

FILUMENA Comme me chiamm' io... Simmo spusate: Soriano!

DOMENICO (sconvolto) E io l'avevo capito! Ma 'o vvulevo sentere a te,.. o vvulevo sentere a sta vocca sacrilega, pe' me fa' capace ca, pure si te ne caccio a càuce, pure si te scamazzo a capa, e come si a scamazzasse a na serpe: na serpa velenosa ca se distrugge pe' liberazione d' 'e povere cristiane ca ce ponno capità. (Alludendo al piano di Filumena) Ccà, ccà? Dint' 'a casa mia? C' 'o nommé mio? Chille figlie 'e...
FILUMENA (aggressiva per impedirgli di pronunciare la parola) 'E che?

DOMENICO Tuoie!,.. Si m'addimanne: 'e che? te pozzo risponnere: tuoie! Si m'addimanne: 'e chi? nun te pozzo risponnere, perché nun 'o ssaccio! E manco tu 'o ssaie! Ah!, te credive d'accuncià 'a facenna, 'e te mettere a posto cu' 'a cuscienza, 'e te salvà d' 'o peccato, purtanno dint' 'a casa mia tre estranei? ...S'hann' 'a nzerrà ll'uocchie mieie! Nun ce mettarranno pede ccà dinto! (Solenne) Ncopp' all'anema 'e pàtemo...
FILUMENA (repentinamente con uno scatto sincero lo interrompe come per metterlo sull'avviso di un castigo che gli potrebbe venire da un sacrilegio commesso per cause imponderabili) Nun giurà! Ca io, p'avé fatto nu giuramento, te sto cercanno 'a lemmòsena 'a vinticinc'anne... Nun giurà pecché è nu giuramento ca nun putisse mantené... E murrarisse dannato, si nu iuorno nun me putarrisse cercà 'a lemmòsena tu a me...
DOMENICO (suggestionato dalle parole di Filumena, come uscendo di senno) Che ato staie penzanno? ...Strega che si'! Ma io nun te temo! Nun me faie paura!

FILUMENA (sfidandolo) E pecché 'o ddice!

DOMENICO Statte zitta! (Ad Alfredo, togliendosi il pigiama) Damme 'a giacchetta! (Alfredo esce per lo «studio» senza parlare). Dimane te ne vaie! Me metto mmano all'avvocato, te denunzio. È stato nu traniello. Tengo 'e testimone... E si 'a legge m'avess' 'a da' tuorto, t'accido Filume'! Te levo d' 'o munno!
FILUMENA (ironica) E addome miette?

DOMENICO Addo stive! (È esasperato, offensivo. Alfredo ritorna recando la giacca. Domenico gliela strappa di mano e la indossa, dicendogli) Tu, dimane, vaie a chiammà l'avvocato mio, 'o saie? ...(Alfredo fa cenno di si col capo). E parlammo, Filume'!
FILUMENA E parlammo!

DOMENICO Te faccio cunoscere chi è Domenico Soriano e di che panne veste (Si avvia verso il fondo).
FILUMENA (indicando la tavola) Rosali', asséttate... ca he 'a tènere famma pure tu! (Siede vicino al tavolo di fronte al pubblico).

DOMENICO Statte bbona... Filumena 'a napulitana!...

FILUMENA (canticchia) «Me sto criscenno nu bello cardillo»...

DOMENICO (sul canticchiare di Filumena, ride sghignazzando come per schernire e oltraggiare volutamente Filumena) T'arricuorde sta resata... Filumena Marturano! ...(Ed esce seguito da Alfredo, dal fondo a destra, mentre cade la tela sul primo atto).

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