giovedì 13 dicembre 2012

Filumena Marturano - Io ti ho sposato perché dovevi morire

L'ARTE DELLA COMMEDIA
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La scelta del primo titolo serve a sottolineare la sfrontatezza di Domenico Soriano, la mancanza assoluta di considerazione per la donna che gli è stata al fianco per venticinque anni, curando i suoi affari mentre lui correva dietro alle gonnelle... Al tempo stesso, la scelta fatta rende meno grave la finta agonia di Filumena, mossa da un bisogno irrefrenabile di assicurare ai suoi tre figli quello di cui lei non aveva mai goduto sin dalla nascita. Lo aveva promesso alla Madonna delle rose: la maternità è sacra: 'E figlie so' ffiglie!",
Il secondo titolo sottolinea il coraggio di Filumena nel dirsi madre dei tre ragazzi, una madre molto premurosa, che tanto si è prodigata per loro.
È il giorno dopo il matrimonio estorto con l'inganno. Domenico ha vegliato in giro per Napoli tutta la notte, oppresso dal sentimento d'imprigionamento, come il cardillo della canzone.
In scena Lucia, la serva: la ragazza rifiuta di servire ad Alfredo, spossato dalla notte insonne al seguito di don Domenico, "na tazzulella 'e cafè" perché ne rimane appena una per il padrone e Rosalia, che lo ha preparato, è uscita a recapitare tre lettere per conto di donna Filumena.. Alfredo convince Lucia a servirgli una metà del caffè che resta e di allungare con acqua quello da servire eventualmente a don Domenico. Rientra Rosalia che rifiuta di rivelare i destinatari delle tre lettere perché conosce bene Alfredo "nu pólice c' 'a tosse", una pulce che non sa tenere un segreto, la tosse in questione. Alfredo si difende dicendo di non aver mai spifferato notizie sul conto della donna. È l'occasione per saper qualcosa di Rosalia, una storia su cui non c'è alcun segreto, nota a tutti: le sue umili origini, tre figli gemelli da allevare, la morte improvvisa del marito alla notizia delle tre bocche in più da sfamare e i tanti mestieri svolti per tirar su la famiglia: vendita di "sciosciamosche, cascitielle p' 'e muorte e cappielle 'Piererotta". Poi i figli se ne erano andati. Senza l'affetto di donna Filumena che l'aveva presa con sé, sarebbe finita a chiedere l'elemosina.
Rientra Domenico che si fa servire il caffè che Lucia stava portando per Alfredo, al quale non spetta che bersi quello annacquato, una vera schifezza. Vi è uno scambio di battute tra i due abbastanza divertenti perché Domenico parla dell'impossibilità di migliorare la situazione, Alfredo pensa che si parli del suo terribile caffè, impossibile da migliorare... L'ottusità di Alfredo serve a far sentire ancora più solo e incompreso il povero don Mimì che rievoca immagini del passato che crede perduto per sempre, l'eleganza dei suoi abiti, lo sfoggio che ne faceva quando si pavoneggiava su "'o truttuarre", un vero figurino, come conferma Alfredo.
Arriva Filumena che dà ordini di preparare due camere e a Domenico che le chiede ragione, risponde "categorica": "P'e figlie mieie. Sarebbero state tre, ma siccome uno è ammogliato e tene pure quatto guaglione, se sta 'a casa soia, p' 'e fatte suoie". Arrivano anche Diana e un avvocato che la ragazza ha portato con sé, Lucia li annunzia ma aggiunge che non osano entrare: Diana ha paura di Filumena. Finalmente entrano ma la ragazza è sulle spine, ha paura che Filumena faccia improvvisamente il suo ingresso. L'avvocato Nocella, è il suo nome, articoli del codice alla mano, chiarisce a Domenico la nullità di un matrimonio estorto con l'inganno. Arrivano anche, uno dopo l'altro, i tre figli di Filumena: ignorano perché siano stati convocati e sono inoltre impazienti di andare via a causa degli impegni presi. Tra l'altro Michele, il maggiore, e Riccardo, quello che è pronto a corteggiare ogni bella ragazza a tiro, scambiano qualche parola di troppo, così passano alle mani, solo Filumena riesce a separarli, chiedendo notizie a Michele dei bambini. Sopraggiunge Domenico con l'avvocato e chiede a Filumena di allontanare i ragazzi per parlarle separatamente.
Anche a lei l'avvocato sciorina i suoi bravi articoli, Filumena non capisce quel linguaggio oscuro, chiede che le si spieghi tutto in napoletano. Ecco la risposta: "Signo', siccome nun site stata mpunt' 'e morte, 'o matrimonio s'annulla, nun vale".
Com'è possibile che questo avvenga? "E chesta è giustizia?", è il pensiero, il grido di Filumena.
Sempre più spavaldo, Domenico dà mandato all'avvocato di procedere perché quel matrimonio non è valido, il suo consenso è stato estorto con l'inganno: "Io ti ho sposata perché dovevi morire", sono le sue parole.
Si assiste ora ad una scena di forte impatto emotivo: al centro Filumena che con immenso trasporto, il coraggio della disperazione, il bisogno di gridare al mondo la sua verità, il suo senso della giustizia, dichiara davanti ai propri figli, davanti a tutti che le sono figli. Lei, Filumena, non ha mai conosciuto il calore di una famiglia: la sola preoccupazione in casa sua erano le troppe bocche da sfamare. Le uniche parole che sue padre le aveva detto a tredici anni erano state: "Te staie facenno grossa, e ccà nun ce sta che magnà, 'o ssaje?" E la ferita di allora le se riapre viva, sanguinante quando quelle parole le ritornano in mente.
Poi, a diciassette anni, aveva seguito il consiglio di un'amica, una che sembrava aver trovato una soluzione alla miseria dei vicoli. E così aveva fatto anche lei, era andata llà ncoppo; era poi tornata un giorno, ben vestita, a ritrovare i suoi, una grande paura dentro: cosa le avrebbero detto? Nessuno aveva fiatato, solo la madre aveva tenuto gli occhi bassi, pieni di lacrime. Da allora gli occhi di Filumena erano rimasti asciutti perché si piange solo quando si è conosciuto il bene e lei, il bene, non lo aveva mai conosciuto...
Commosso, Michele, il figlio maggiore, le chiede di andare con lui: c'è posto per una nonna che i suoi bambini vorrebbero tanto conoscere. Filumena accetta però prima deve dire solo a Domenico qualcosa e quel qualcosa è che lei si è comportata così perché uno dei tre ragazzi è figlio suo. Certo lui, Domenico, non si è mai reso conto di niente, ha cancellato dalla memoria quella sera in cui aveva spento la luce e le aveva sussurrato: "Filume', facimm' avvedé ca ce vulimmo bene" E poi, andando via, le aveva dato, come al solito, cento lire, "'a solita carta". Lei aveva ben segnato quella data e da allora non aveva incontrato più nessuno, perché il calore ricevuto le aveva fatto bene.
Da parte sua Domenico aveva continuato a fare la solita vita. Perciò, dopo la nascita del figlio, lei aveva ripreso la vita di prima. Ma aveva conservato gelosamente il segreto, perché non voleva che ci fossero differenze tra i suoi figli: "Hann' 'a essere eguale tutt' 'e tre!" Poi raggiunge Michele dopo aver ingiunto a Domenico di non dire mai quello che gli ha confessato: se non lo facesse, lei saprebbe come vendicarsi: impossibile accettare per una madre come lei la benché minima differenza tra i figli, tutti da circondare dello stesso calore materno.
Si allontana, quasi alleggerita, restituendo prima a Domenico quelle cento lire dopo aver strappato l'angolo dove aveva segnato la data in cui lei gli aveva voluto bene veramente.
 
di Giovanna Corchia
 

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