giovedì 13 dicembre 2012

Filumena Marturano - 'E figlie so' ffiglie!

L'ARTE DELLA COMMEDIA
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Siamo in casa di Domenico Soriano, "un uomo robusto, sano, sui cinquant'anni", un viveur, direbbero i francesi. Ha una cospicua posizione finanziaria costruita con molta abilità e furbizia dal padre, noto dolciario con fabbriche a Napoli e dintorni. Ha sempre vissuto negli agi, coltivando la sua passione per i cavalli e permettendosi ogni capriccio in allegra compagnia: un vero don Giovanni ben conservato. Sicuro di sé, non vede ostacoli di sorta: è lui il padrone!
Così, con spavalderia, affronta Filumena Marturano, la donna che da venticinque anni è al suo fianco. Lui, 'o Signurino don Mimì, il suo nomignolo da giovane, in questa sua bella casa non priva di un lusso ostentato ma anche di cattivo gusto, lui che chiama ostentatamente "studio" una stanza dove non c'è ombra di un libro, ha appena sposato, sul punto di morte, così credeva, Filumena. La commedia ha inizio proprio al culmine di quello che è per Domenico un vero dramma, come una notte che piomba improvvisa oscurando il sole nascente di una nuova vita: la scoperta che l'agonia di Filumena è stata una messinscena, un raggiro, di cui ignora il fine.
Filumena ha quarantotto anni, qualche filo d'argento alle tempie ma occhi che "hanno conservato la vivezza giovanile del "nero" napoletano". Ci appare in atto di sfida, il viso cadaverico perché sa che deve affrontare la bufera del raggiro appena scoperto, operato ai danni di Domenico Soriano. Chi è Filumena per Domenico? Una donna da "niente" che per tanti anni è stata trattata come una schiava, però "ora lo tiene in pugno, per schiacciarlo come un pulcino", come si legge nelle didascalie.
Con Filumena c'è Rosalia Solimene, una donna di settantacinque anni, un po' curva ma non priva di vitalità, soprattutto quando prende le difese di Filumena per la quale nutre un grande affetto, con quel trasporto che, ci dice Eduardo, "solo le "nostre" donne del popolo sanno prodigare e che sono un balsamo al cuore di chi soffre". È in scena anche Alfredo Amoroso, "'o cucchieriello", come è soprannominato, perché, un tempo, guidatore di cavalli, assunto proprio per questo e poi diventato uomo di fiducia, tuttofare del padrone, che serve con grande dedizione.
Domenico si sente ingannato, raggirato da tutti: il medico che ha confermato la gravità della malattia e l'imminente morte di Filumena, il prete che ha celebrato le sue nozze in extremis con la morente. Non riesce ad accettare l'inganno, si colpevolizza per non averlo capito in tempo. Come può essere successo a lui, proprio a lui che si credeva "Gesù Cristo scisu 'nterra". Manderà via a calci Filumena e tutti gli daranno ragione quando sapranno le sue origini e il luogo da cui è stata portata via: una casa di appuntamenti, lei, una che si vendeva. Filumena gli tiene testa, deve riuscire a dirgli tutto quello che le pesa dentro. E poi non sono certo una novità le notizie che Domenico minaccia di dire ai quattro venti su di lei: tutti ne sono a conoscenza e poi aggiunge che lui è come tutti gli altri che ha conosciuto: "Non songo tutte eguale, ll'uommene?", esclama.
Filumena conosce molto bene Domenico e gli uomini come lui, tutti uguali. Li conosce così bene che tira fuori lei i pensieri passati per la testa di Domenico nel momento in cui ha accettato di sposarla: "Ca tanto che ce perdo? Chella sta murenno. È questione 'a n'atu paru d'ore e m''a levo 'a tuorno".
Ma chi crede di essere, lui, con i suoi cinquantadue anni, lui che pensa che tutto si ottenga per denaro e che solo il denaro conti, lui che correva dietro alle donne mentre lei curava i suoi affari, che, se sono andati bene, lo si deve proprio a lei, alla sua presenza, alla sua vigilanza, al suo impegno. Però, per la sua dedizione, non è mai stata apprezzata, al contrario, sempre considerata alla stregua di una "cammerera" da mettere alla porta quando più gli sarebbe stato comodo. Ma come, crede ancora di essere un giovanotto che se ne torna con i fazzoletti sporchi di rossetto, incurante di lei... Tanto chi è poi, lei, Filumena, per lui? Persino ora ha portato in casa la sua ultima fiamma, ha osato avvicinarla al suo letto di moribonda nella veste d'infermiera e ha scambiato con lei smancerie come se lei non esistesse. Per chi sono poi quelle rose rosse che campeggiano al centro della tavola lautamente apparecchiata? Era già organizzata la festa che doveva seguire alla sua morte? Ora tutto è andato a rotoli, lei è là a gridare: " Ma io nun so' morta! E nun moro pe' mo, Dummì!"
Domenico crede che tutta quella finzione serva per ottenere denaro. Ma come può crederlo, ribatte Filumena. Non è denaro che vuole da lui, lei! È il momento in cui la donna annuncia per la prima volta le ragioni di quanto è avvenuto: "È n'ata cosa che voglio 'a te...e m''a dare! Tengo tre figlie, Dummì!"
In tutti questi anni sopportati in silenzio i suoi denari sono serviti per aiutarli a trovare una sistemazione. Il primo ha ventisei anni e fa l'idraulico, 'o stagnaro; il secondo è un abile camiciaio; l'ultimo ha voluto studiare, è ragioniere e scrive anche sui giornali. Lei ha fatto l'impossibile per loro, le sue creature: come dice Rosalia, "nun ll' 'a fatto mancare il latte delle formicole".
All'oscuro di tutto, Domenico le rinfaccia di averlo derubato. Ed ecco la popolana fiera, bella, anche se sono evidenti le origini plebee, che non nasconde affatto, aprire il proprio cuore di madre coraggiosa, capace di trovare soluzioni per i suoi figli, perché crescano bene, diventino adulti onesti e stimati. Filumena ha investito tutte le sue energie in difesa della maternità. Certo, avrebbe potuto seguire quello che le sue compagne " 'e ll'a ncoppo" – il lupanare – le avevano consigliato: togliersi il pensiero. Avrebbe dovuto ucciderli?, esclama con veemenza, come se lo gridasse al mondo intero. Ragazza ancora, di fronte alla prima gravidanza, aveva vagato nei vicoli di Napoli, disperata, finché non era giunta davanti all'immagine della "Madonna d' 'e rrose" e le si era rivolta chiedendole consiglio: certo la Madonna non poteva tacere, doveva aiutarla. In quel momento aveva sentito una voce di cui ignorava la provenienza, forse da una finestra aperta o, forse, era proprio " 'a Madunnella d' 'e rrose". Ecco le parole: " 'E figlie so' ffiglie!"
Colpisce la spontaneità, la semplicità, la sicurezza con cui Filumena si convince che non le fosse data altra scelta, che la maternità fosse la via da seguire: " 'E figlie so' ffiglie!"
Proprio per i suoi figli aveva sopportato tutto, in silenzio. All'inizio della relazione con Domenico era stata la sua amante, nella consapevolezza di non poterne diventare la moglie, perché sposato. Per lui, di fronte alle sue lacrime, aveva persino rifiutato un serio pretendente. "Pecché saie chiagnere, tu...Tutt' 'o cuntrario 'e me: tu saie chiagnere!" Così aveva ceduto di fronte a quelle lacrime, illudendosi che lui, Domenico, tenesse seriamente a lei. Poi la moglie era morta ma la situazione non era affatto cambiata. Anzi, pur invecchiato, Domenico aveva continuato a correre dietro alle donne, come nel caso dell'ultima conquista.
Imbarazzante l'arrivo dei facchini del vicino ristorante che portano la cena che avrebbe dovuto coronare "la bella notizia" che si aspettava, quella notizia che avrebbe portato a un grande regalo per uno degli uomini che gli aveva chiesto un vecchio pantalone: morta Filumena avrebbe regalato un abito nuovo di zecca, la festa avrebbe avuto così inizio. Povero Domenico, così sicuro di sé: Filumena non è morta né ha intenzione di morire per ora.
Domenico prova lo stesso grave imbarazzo all'arrivo di Diana, la cosiddetta infermiera, una ventiduenne, come diceva, nascondendo, si sa, qualche anno in più. La ragazza è sicura di sé, si sente già la padrona, non sembra rendersi conto di niente, non ha notato la presenza di Filumena. Ma la fiera popolana la blocca mentre s'informa se lei è ancora in agonia, e le ordina di togliersi immediatamente il camice. La ragazza sembra non capire e Rosalia si promuove interprete, traducendo, così crede, in italiano il napoletano di Filumena. Il linguaggio secco, provocatorio della donna serve a dimostrare che la rivale non può assurgere al suo stesso livello: che è sempre lei a tenere in mano la situazione. La scaccia di casa, dicendole di andare proprio là dove era lei, a esercitare quello che sa fare meglio.
Finalmente Domenico ritrova la parola: vorrebbe sapere perché quel raggiro, se non è stato per denaro. Filumena confessa allora le ragioni: sino a quel momento non ha rivelato la sua identità ai figli che ha però aiutato con tutte le sue forze, con l'intermediazione di un notaio, ma, ora, vuole con tutte le sue forze che i ragazzi abbiano un cognome, sappiano chi è la loro madre: "Nun s' hann' 'a sentì avvilite quanno vanno pe' caccià na carta, nu documento: 'a famiglia, 'a casa... 'a famiglia ca s'aunisce po' nu conziglio, po' nu sfogo... S'hann' 'a chiamà comm' a mme! [...] Comme me chiamm' io... Simmo sposate: Soriano!"
Domenico cerca di ridere come un tempo ma non ci riesce, si sente che non ha armi in sua difesa. A tavola, quasi per continuare la sfida, si siede Filumena, dopo aver invitato Rosalia. Intanto canticchia: "Me sto criscenno nu bello cardillo" e il cardillo chiuso in gabbia è proprio lui, Domenico, il Signurino don Mimì d'una volta.
 
di Giovanna Corchia
 

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