venerdì 28 dicembre 2012

Eduardo De Filippo, “io scrivo per tutti: ricchi, poveri, operai, professionisti...!

L'ARTE DELLA COMMEDIA
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“Non ha importanza se le mie commedie mi sopravvivranno. 
L’importante è che siano nate vive!

…” Era, questa, la risposta che Eduardo De Filippo era solito dare a coloro che, spesso, gli chiedevano se il suo Teatro avrebbe avuto un futuro anche senza la sua straordinaria presenza di attore. Ed in questa risposta si ravvisa anche la sua grandezza di drammaturgo; o, se si vuole, uno dei motivi del suo successo: il “diritto dovere” che un autore ha di rivolgere la sua attenzione e la sua “vis poetica” al proprio tempo: agli accadimenti, ai fatti, alle emozioni che scandiscono l’immaginario collettivo a lui contemporaneo. Farsi testimoni e interpreti, secondo certo la propria insindacabile sensibilità, dell’ “hic et nunc”, è, io credo, un compito al quale un artista non debba e non possa in alcun modo sottrarsi. Anzi, saper dare voce alle speranze, ai desideri, ma anche alle paure e alle inquietudini che alimentano e turbano i nostri cuori e le nostre coscienze, è, con ogni probabilità, uno dei massimi obiettivi perseguibili da un autore.


“Io scrivo per tutti: ricchi, poveri, operai, professionisti...!
Tutti, tutti! Belli, brutti, cattivi, buoni, egoisti.
Quando il sipario si apre sul primo atto d’una mia commedia, ogni spettatore deve potervi trovare una
cosa che gli interessa”.



Così si esprimeva Eduardo a proposito della sua scrittura, aggiungendo anche - in una nota pubblicata nei
Capolavori editi da Einaudi- che: 
“Occhi e orecchie mie sono stati asserviti da sempre (...) a uno spirito di osservazione instacabile, ossessivo, che (...) mi porta a lasciarmi affascinare dal modo d’essere e di esprimermi dell’umanità”.
Ma aggiungeva:
“Bisogna vedere l’applicazione di quella battuta o di quella frase (...) nel contesto dove la vuoi applicare: può diventare realistica, comica, tragica (...) il teatro è sintesi”.

Sempre nei Capolavori, aggiunge un’altra osservazione utile a capire il suo punto di vista:
“Alla base del mio teatro c’è sempre il conflitto fra individuo e società (...), tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustiza, sdegno per l’ipocrisia mia e altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche (...), sgomento di fronte a fatti che, come le guerre, sconvolgono la vita dei popoli”.

“La mia vera casa è il palcoscenico, là so esattamente come muovermi, cosa fare: nella vita sono uno sfollato”.


Nella Cantata dei Giorni Dispari (vol. III), dice:
“Quando cammino per le strade e mi capita di battere due o tre volte il piede in terra (...), mi sorprende sempre il fatto che quei colpi (...) non producano lo stesso rumore di quando batto il piede sulle tavole del palcoscenico; se tocco con la mano il muro di un palazzo (...) lo faccio sempre (...) con la sensazione di avvertire sotto le dita la superficie della carta e della tela dipinta”.


La scrittura era per Eduardo un mosaico da costruire. Le commedie Eduardo le rimuginava a lungo, prima di scriverle, mesi, anni, in qualche caso decenni. Nella sua mente collegava impressioni, particolari, volti visti e parole udite: un lavoro paziente e lungo, nel  quale dava retta solo alla fantasia. Poi veniva il momento della stesura, che teneva conto degli aspetti pratici, della disponibilità di attori in quel momento. Scriveva per tutti delle belle parti, anche per gli attori secondari, per i caratteristi, tenendo presenti la loro età, le loro attitudini.

Tutto questo si ritrova anche nelle parole di Isabella De Filippo:
 ‘Eduardo amministrava la scrittura come il padre di una famiglia numerosa amministra il suo patrimonio: quest’anno il maggiore ha bisogno di un paio di scarpe? L’anno prossimo si penserà al cappotto della più piccola’.

In Questi fantasmi, Titina era stata costretta in una parte minore, quella della moglie tradita, che ha praticamente una sola scena: del resto sarebbe stata troppo anziana e troppo poco avvenente per fare la signora Lojacono, mentre le stramberie comiche della sorella del portiere erano chiaramente disegnate sulle qualità di Tina Pica. Ma nel lavoro successivo Titina aveva avuto molto più di una bella parte; ebbe la possibilità di creare il personaggio della sua vita: Filumena Marturano.


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