giovedì 20 dicembre 2012

Eduardo De Filippo - A còzzeca ai tempi del colera.


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«Cara còzzeca, i miei versi a tua discolpa»


Queste poesie di aspra denuncia, Eduardo De Filippo, decise di pubblicarle per la prima volta sull’Unità.
Perchè proprio sull’Unità? gli chiesero in molti in una città colpita dal dramma del colera?
Perchè, rispose il grande Eduardo,«desidero che sia subito chiara la direzione verso la quale io dirigo le miei critiche. Non vorrei che si facesse confusione sul contenuto del mio discorso tentando di presentarlo, ad esempio, come uno sfogo di tipo qualunquistico.
I responsabili devono essere ben identificati».



Giornali al tempo del colera,fascinosa lettura nel tempo nostro che quasi impone l’oblio; peccato che sia riservato a pochi in grado (e vogliosi) di sfogliare pagine vecchie di 23 anni di rivivere eventi che cambiarono la storia di Napoli e di ricordare come la grande stampa italica all’improvviso scoprì il cavallo,l’ombrello, l’acqua calda.
L’epoca non era certo avara di choc per l’opinione pubblica, ma quello del colera fu il più duro e diffuso,se non altro per aver tolto pesci e molluschi dalle tavole italiane,così inducendo proprio in tutti la consapevolezza che il più bel mare era ormai fogna, la più bella terra e le città famose erano «corpo di reato » del crimine urbanistico.
Devo confessare, 23 anni dopo,che fu anche un po‘ di astio quello che m’ostinò a rimanere nella redazione de l’Unità a Napoli ben oltre l’ora di chiusura delle pagine locali e della prima edizione nazionale, la sera dell’indimenticabile 28 agosto 73.
Astio «politico»: ero fra quelli che per anni, da Napoli e dal Sud, avevano scritto migliaia di parole di denuncia.
Se i molti casi mortali di «gastroenterite» erano invece dovuti nientedimeno che all’orrendo colera,mortale malattia da sporcizia e arretratezza, potevamo vantare sia pure con rabbia i nostri «l’avevamodetto».
Era un martedì. Il telefono squillò alle 23.30, chiamavano dalla presidenza della neonata Regione (età 18 mesi, già tre crisi e rimpasti democristiani)che tutto il giorno aveva promesso notizie ufficiali «più tardi». Un portavoce dettò: gli accertamenti eseguiti dai professori Negri e Villa dell’Istituto superiore di Sanità avevano dato «esito positivo di infezione colerica» in molti dei ricoverati all’ospedale per malattie infettive «Cotugno». E ne erano morti già cinque, a partire dal 23 agosto, anzi forse qualcuno in più.
Dopo la formula magica «la situazione è sotto controllo» il portavoce salutò, riagganciò, richiamò:
«Dimenticavo: è stato anche tipatizzato il vibrione colerico responsabile che è del tipo Ogawa. Sì, è la denominazione scientifica, no,non so proprio che cosa significa,forse una località».
Il lungo pezzo già scritto poche ore prima sulle «sospette gastroenteriti » fu cambiato intorno a mezzanotte,dettato «a braccio» perché non c’era più tempo per riscrivere.

Apparve in alto a due colonne accanto al titolo predominante nella prima pagina che denunciava la pretesa di grandi gruppi industriali per un aumento generalizzato dei prezzi, compresi quelli degli alimenti.
Le altre notizie in prima riferiscono di minacce eversive contro il governo socialista di Salvator Allende in Cile (mancava poco al golpe di Pinochet), la resa del bandito con ostaggi nella capitale svedese (evento che darà il nome alla «sindrome di Stoccolma»), raid di paràdi destra a Pisa.
Capo del governo è Mariano Rumor: alla Sanità c’è Luigi Gui, Taviani agli Interni, Silvio Gava all’Industria (suo figlio Antonio aveva però mancato la presidenza della Campania.
Avrà tutto il tempo per rifarsi).
E a Napoli gli uomini di Gava sono nei posti chiave: Vittorio Cascetta (già dirigente Isveimer) alla Regione, Ciro Cirillo alla Provincia, Gerardo De Michele (medico) al Comune. Presidente della Repubblica è il napoletano Giovanni Leone, non ancora Antelope Cobbler dell’imminente scandalo Lockeed.
Per completare l’elenco dei nomi che poi ritroveremo in più recenti cronache tangentizie, direttore dell’ospedale per malattive infettive (le cui spaventevoli condizioni vengono denunciate da una ricoverata inglese) è Ferruccio De Lorenzo, senatore liberale già viceministro della Sanità, poi eterno (fino all’arresto) presidente dell’Ordine dei medici, padre di Francesco non ancora ministro della Sanità.

A Napoli il primo sintomo dell’angoscia collettiva è la folla nelle farmacie: scompaiono disinfettanti e sulfamidici poi anche i limoni dai fruttivendoli, e si levano colonne di fumo perché vengono ovnque bruciati gli eterni cumuli di rifiuti per le strade. Molte famiglie prolungano le vacanze e parecchie che possono permetterselo, lasciano la città.
Non è proprio lo sfollamento del tempo di guerra, ma vi somiglia molto.
Folla nella Federazione del Pci la mattina del 29, riunioni, conferenza stampa con Andrea Geremicca segretario, Abdon Alinovi capogruppo alla Regione, Maurizio Valenzi capogruppo al Comune: «Andiamo a Palazzo San Giacomo per chiamare gli assessori, per far riunire la giunta comunale; il sindaco deve rassicurare la popolazione, annunciare i provvedimenti per l’igiene.
Deputati e senatori stanno già chiedendo al governo la vaccinazione di massa in tutta la Campania.
Tutte le sezioni del Pci organizzano squadre per pulire strade e fogne, invitano a non disertare il lavoro e a chiedere che sui luoghi di lavorosia organizzata la profilassi».
L’opposizione più dura governò così, molto visibilmente in mezzo alla gente, scongiurando il panico e favorendo la consapevolezza proprio mentre aumentava il numero delle vittime (il bilancio finale sarà di 127 casi e 12 morti). Nei primi giorni di settembre molte decine di giornalisti videro e scrissero con meraviglia di ordinate file lunghe anche chilometri davanti ai numerosi centri di vaccinazione (si mobilitarono aziende private e dei servizi pubblici, gli ospedali, l’esercito,corpi di polizia e vigili del fuoco). Erano arrivati sicuri di descrivere una città allo sbando, magari a ferro e fuoco come qualcuno voleva e tentava.

Eloquente un volantino della gioventù missina. «I napoletani si devono svegliare come hanno fatto i nostri fratelli di Reggio Calabria » (teatro della lunga e sanguinosa rivolta 30 mesi prima) mentre il locale quotidiano di destra (proprietà di Achille Lauro) scriveva di «resa dei conti imminente» e di «qualcosa di grosso che sta per succedere».
L’ex sindaco Achille Lauro - che avviò il gran saccheggio edilizio degli anni 60 poi proseguito e ampliato da Dc e socialisti - s’era da poco alleato con il Msi di Almirante e dell’ex ammiraglio Birindelli; parlò del colera come di una sciagura voluta da Dio, e precisò che lui, sindaco adesso di Sorrento, a Napoli ci arrivava col panfilo, e il suo ufficio di armatore per fortuna era apochi metri dal porto.
Settantamila metalmeccanici fra città e provincia e le altre categorie di lavoratori marcarono una eloquente differenza con la città dei «boia chi molla», anche se in Campania era concentrato un quarto della disoccupazione nazionale, e a Napoli lavorava solo uno su quattro. «Tutta Napoli si è
trasformata improvvisamente in una città inglese... sembra di essere a Londra negli anni del razionamento, e nelle strade nemmeno un sacco di immondizia», sono le stupite parole su L’Espresso.
L’Unità del 2 settembre ha in prima pagina due foto di folla significativamente affiancate: la gran massa di giovani nel corteo che percorreva Milano aprendo il Festival della stampa comunista, la gran massa di gente d’ogni età nell’immobile corteo che a Napoli attendeva le vaccinazioni.
L’infezione s’estese alla Puglia e alla Sardegna, preferendo le città di mare, uccidendo altre otto persone.
Fu accertato che, per fortuna, il vibrione non era l’Ogawa, asiatico assassino di massa, bensì El Tor, malese un po‘ meno feroce ma più insidioso perché tende a diventare endemico (ed è riapparso infatti nel giugno ‘90) nascondendosi anche molto a lungo in portatori sani.
Al Nord la Fiat anticipò biechi leghismi quando scacciò - il 13 settembre - 130 operai di Lecce che a Torino seguivano un corso di addestramento.
Colpevoli dell’epidemia furono dichiarati i mitili e tutti gli altri frutti di mare, indicati anche come i responsabili del record meridionale del tifo, paratifo ed epatite virale: allevati nel mare inquinato da fogne abusive, commerciati e consumati in un ambiente igienicamente degradato (fogne a cielo aperto, affollamento, scarsità di acqua e di pulizia pubblica, milioni di ratti), vennero proibiti ovunque, con conseguenze tragiche su tutta l’attività ittica italiana, e i vivai furono distrutti.

Ma su tutti i giornali italiani e stranieri, perfino su quello napoletano tanto governativo e allineato, si parlava ormai con chiarezza e dovizia di notizie - finalmente!- della spaventosa situazione igienica,dei 41 miliardi stanziati per autostrade e solo 2 per le fognature,di ruberie, scempi, saccheggio edilizio, mortalità infantile, malasanità e inquinamento del mare e dell’aria. La Rai di Bernabei, di Willy De Luca e Mike Bongiorno fu la sola - con i suoi due smilzi canali - a tacere su tutto e tutti e protestò perché il Corriere della Sera di Pietro Ottone «si era permesso» di farlo notare. L’anno dopo la Dc e il Msi furono sconfitti nel referendum sul divorzio, due anni dopo Napoli e altre grandi città disarcionarono la Dc eleggendo le prime giunte di sinistra.
ELEONORA PUNTILLO






L’imputato

«Cara còzzeca, tu staie inguaiate»,
decette’o magistrato, «’o fatt’è chisto,
ccà nun te salva manco Giesù Cristo;
o l’ergastolo, o fucilata.
Qui ci sono le prove, figlia mia...
tu hai portato il becillo del colera...
La tua presenza è una presenza nera:
’a gente more all’erta mmiez’a via.
Che’ dici a tua discolpa?». «Ecco vedete...
affunn’ ’o mare ‘a cozzeca s’errangia»,
dicette l’imputata, «e lo sapete...
là ssotto, preside, para l’inferno!
Chello c’arriva ‘a cozzeca se mangia:
si arriva mmerda, arriva dall’esterno!»
Eduardo De Filippo






’E bbalice

Sto facenno ‘e bbalice
Me so miso
a scartà carte
lettere, ritratti,
tutt’e cummedie ca nunn’aggio scritte
’e ccose belle ca nunn’aggio fatto:
ccà stann’ ’e fessarie
ccà stann ‘e fatte.
Ma che me porto,
che m’aggia purtà?
Tu quanno parte
pe’ nu viaggio luongo
ca nun saie si accummencia
o si è fernuto,
comme può di:
«Me porto appriesso ‘e fatte»,
o pure:
«Mò me porto ‘e fessarie»...
Io me ce songio miso
c’ ’o penziero
e,
’a verità,
ve dico chiaro e ttunno,
aggio ditto:
«Mo faccio ‘e capa mia:
me voglio purtà ‘e fatte all’auto munno,
e lasso ‘nterra tutt’ e fessarie».
Eduardo De Filippo



Finalmente è arrivata!

Per i problemi del meridione
c’è stato un certo riconoscimento,
che da quando ci fu il Risorgimento
ci aspettavamo qualche soluzione.
Finalmente è arrivata! Il milanese
ca sporta e importa’...e nun l’importa niente
si tu te muor’ e famme e te lamiente,
si è commosso e ha deciso: «Questo mese
daremo al meridione la patente
di terzo grado per l’esportazione.
Che volete esportare, brava gente?»
Ha detto il meridione: «Troppo onore...
quello che l’industriale ci consente:
nu poco di colera de strafore!»
Eduardo De Filippo


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