sabato 29 dicembre 2012

Dario Fo ha detto, ai funerali di Eduardo

L'ARTE DELLA COMMEDIA
Per approfondire clicca qui: Colore delle parole e temperatura dei silenzi nel teatro di Eduardo



Colore delle parole e temperatura dei silenzi nel teatro di Eduardo
Anna Barsotti
Università di Pisa
Quaderns d’Italià 12, 2007



Dario Fo ha detto, ai funerali di Eduardo: «nel suo modo di usare l’arma  dell’ironia come strumento di denuncia dell’ingiustizia, non c’erano né rassegnazione né rinuncia […] adorava il sarcasmo, anche nelle scene più addolorate, patetiche, non poteva fare a meno di piantarci lo sganascio dell’ironia».
Il «giullare del popolo» riconosce al vecchio «giuocoliero» anche l’invenzione di un «lessico completamente nuovo, un linguaggio con il quale sapeva farsi capire da tutti». Proprio per questo, aggiunge, il suo teatro «non ha mai parlato il linguaggio del potere»; addirittura, «prendendo di mira il potere, il primo obiettivo di Eduardo è stato il linguaggio». Eppure se entrambi hanno in comune l’aspirazione a produrre coscienza negli spettatori mediante il riso e il paradosso, il più vecchio ha teso, piuttosto che a provocare beffardamente il pubblico, a colpevolizzarlo senza darlo a vedere, senza prenderlo di petto.
Invece di infilargli «il dito nell’occhio», ha preferito aprirglielo, l’occhio, e magari tutti e due, socchiudendo sornione uno dei suoi. «Io non credo nel tagliare le teste ma nel cercare di farle pensare», ha detto ad un gruppo di studenti nel  1976; ma in un suo aforisma malizioso: «quando il pubblico ride troppo a teatro, non pensa mai di aver riso di se stesso, e forse perciò dà del buffone all’attore che è riuscito a farlo ridere troppo». Il comico (che anche per lui, come per Fo, nasce dal tragico) diventa strumento della sua superiore malizia nel porgere argomenti spinosi: per far sì che il pubblico al quale materiali tanto  colpevolizzanti vengono offerti, sviato o tranquillizzato da quell’umorismo, li accolga e «ci ragioni».
In tal modo, il conflitto continuo rappresentato dal suo teatro —fra l’Io e il  Mondo, l’individuo e la società o il Potere—, provoca nello spettatore una sensazione di disagio, di «disparità», anche nei «giorni pari», e produce l’avvertimento risentito di assurde discrepanze fra la storia minuscola e la storia maiuscola. Il protagonista eduardiano va controcorrente: intraprende un viaggio periglioso e inattuale attraverso la Storia, quando essa ha perduto ogni privilegio di consequenzialità (o almeno così pare). È uno spostato ma anche uno «scampato», che da «ectoplasma» aspira a ridiventare «uomo». E il viatico che gli occorre, in questo percorso verso un nuovo umanesimo, è la «parola adatta», la «parola colorata»che possa riattivare quel dialogo entrato in crisi nella cosiddetta realtà, come nel suo doppio, il teatro.
«Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male»: Eduardo credeva nel valore di scambio fra teatro e vita sociale. Si era posto l’obiettivo di percorrere «la sottile e difficile linea di confine tra l’invenzione, la fantasia e la vita» immaginando di attraversare questa linea nei due sensi e di regolare la realtà con «l’orologio della fantasia» «Nu relogio cumpiacente » —scrive in un’altra poesia— «ma che batte con il ritmo giusto, che fa “tà-tì, tà-tì, nun fa tì-tà”».
Il suo è, dunque, un teatro di contraddizione, che incorpora (anzi ha nel DNA napoletano) il variopinto linguaggio della scena per innovarlo dall’interno, agendo da diritto o da rovescio anche sui prodotti artistici della nuova drammaturgia e della nuova recitazione, certamente non solo partenopee. Ci sono gli eredi diretti, naturalmente, come il figlio Luca, ma fra gli indiretti possiamo citare Bene, Leo de Berardinis, Cecchi, oltre allo stesso Fo.


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