venerdì 9 novembre 2012

Intervista a Luciano Lucignani

L'ARTE DELLA COMMEDIA




Intervista a Luciano Lucignani

Ho conosciuto Eduardo alla fine del ‘56, probabilmente in autunno. Avevo conosciuto una coppia di attori: Valeria Morriconi, che allora era solo un attrice cinematografica di notevole successo e Achille Millo, con i quali discutevamo per vedere se era possibile fare di questa coppia il motore di una piccola compagnia teatrale; io avevo finito da pochi anni l’Accademia, avevo diretto il teatro Stabile di Firenze, poi avevo fatto delle altre piccole cose, comunque ero molto sfrenato, interessato a fare qualcosa di più duraturo. Intanto che leggevo commedie ed altre cose, mi era venuto fra le mani il volume delle poesie di Eduardo dove c’era un poemetto intitolato "Vincenzo De Pretore". Questo poemetto, leggendolo, mi sembrava scritto già come una commedia ed infatti poi le differenze furono molto modeste. Ne parlai con i miei due attori che mi dissero che era necessario parlarne con Eduardo. Telefonai ad Eduardo che mi conosceva non personalmente ma di nome perché io allora ero critico drammatico dell’Unità ed avevo scritto le recensioni a suoi spettacoli "Questi fantasmi", "Filumena Marturano", "Napoli milionaria". Andai a casa sua, lui allora abitava sulla via Appia, conobbi sua moglie, la seconda, che poi morì da lì a poco per una di quelle malattie che si diceva e si dice tutt’ora inguaribili e c’era il figlio, Luca che aveva 13 anni, che non faceva altro che salire e scendere dalla scala fino a che suo padre gli disse: "per favore Luca vai sopra e non riapparire più."

Spiegai ad Eduardo di che cosa si trattava e, stranamente, Eduardo mi disse subito che andava bene: "La commedia mi piace, i due attori li conosco, della Moriconi mi hai parlato tu, Millo l’ho visto recitare, la cosa si può fare.

Io mi metto a scrivere la commedia (si trattava di trasportare le battute del poemetto in scene) e poi la vediamo insieme, e la facciamo."

Riferii la cosa ai miei due attori che impazzirono di gioia; naturalmente in seguito, la mattina dopo, o due giorni dopo, adesso la memoria di quell’epoca è un po’ indebolita, Eduardo mi ritelefonò e mi disse: "Luciano non si può fare niente perché da Parigi mi ha telefonato un certo Jean Micheau, che io non conoscevo, ha tradotto in francese Questi Fantasmi, il titolo in francese era Sacré Fantome e mi hanno chiesto di andare a Parigi per metterla in scena. Dovrei partire e quando ritorno potremmo riprendere la chiacchierata."

Mi sentii sprofondare e dovetti avvertire i miei due attori che quell’impresa che il giorno prima, i due giorni prima, ci sembrava così esaltante, non esisteva più per il momento. Però, tre giorni dopo mi richiamò Eduardo (debbo molto al telefono in questa situazione), e mi disse: "Senti Luciano. Mi è venuta un’idea e forse possiamo aggiustare tutto. Perché non vieni a Parigi così mi dai una mano a mettere in scena Questi Fantasmi, anche perché ogni tanto devo ritornare in Italia, assentarmi. Siccome noi proviamo solo nel pomeriggio con gli attori francesi, la mattina la possiamo dedicare a lavorare a De Pretore."

Arrivati a Parigi, andammo ad abitare in un albergo del lungo Senna, Hotel Lotti; l’indomani mattina mi presentai nella stanza di Eduardo con i miei fogli per prendere appunti, pensando di scrivere e poi di battere a macchina. Trovai Eduardo in una stanza enorme, con il letto letteralmente coperto di tazze di caffè, frutta, giornali, libri. Mi fece accomodare e disse: "Incominciamo".

Egli rifletté pochi minuti e poi disse "Atto primo scena prima", una lunga descrizione di come era la scena, la stessa che si trova nel libro, perché intanto io la scrivevo e, fatto questo, incominciarono le battute e c’era De Pretore che stava a letto e che dormiva, la portiera che bussava alla porta, lui che strillava perché non voleva essere svegliato poi lei che continuava a bussare, cominciava la commedia; poi arrivava la ragazza che era semplicemente ancora una conoscente alla quale lui faceva la corte, lei come lavoro lavava le bottiglie e lui faceva il ladro ma non glielo aveva detto. Faceva il ladro, però era molto religioso e si raccomandava ad una statua di San Giuseppe che stava nella piazzetta che si trovava al centro della scena, e ogni tanto si rivolgeva a questo santo, pregandolo di fargli trovare della gente ricca che poi poteva derubare. Così andammo avanti per tutte le mattine del soggiorno parigino, circa due settimane.

Fra me ed Eduardo c’erano 20 anni di differenza ma in quel periodo questi incontri erano facili.

Tutto in quell’epoca, finito quel periodo buio nel ‘45, sembrava facile. Si desiderava una cosa, si allungava una mano, la si prendeva e si aveva.

Devo precisare che anche se non risulta scritto da nessuna parte io collaborai alla stesura con Eduardo, nel senso che invece di scrivere sotto dettatura, ogni tanto dicevo "forse potremmo fare così e così", e devo dire che Eduardo accettava le critiche, i suggerimenti; ma lui aveva già tutto chiaro in mente. Chi conosce il poemetto sa già che è scritto come una commedia, cioè ci sono i luoghi, le scene. Era in versi ma noi lo avevamo tradotto in prosa e andava tutto quanto bene lo stesso.

Quindi lui, seguendo il poemetto con il libro lì accanto, dettava le battute, le correggeva ogni tanto, aggiungeva, toglieva. Ricordo che il primo atto noi lo avemmo nel giro di una quindicina di giorni.

Il pomeriggio invece noi vedevamo il gruppo degli attori francesi che doveva fare Le Sacré Fantome, i quali erano molto simpatici anche se non famosissimi. Io credo, fra l’altro, che questa sia la commedia più bella di Eduardo proprio per le ragioni per le quali alcuni hanno avuto a che dire su di essa. Le prove venivano fatte nello stesso teatro in cui avremmo fatto lo spettacolo, il Vieux Colombier, un teatro famoso perché era stato diretto per molti anni da Copeau.

Gli attori avevano l’aria di essere intimiditi dalla presenza di Eduardo ed ad un certo punto il protagonista chiese a me: "Può chiedere al maestro se ci fa vedere qualche cosa, almeno l’inizio, la scena d’inizio che é quella in cui Eduardo arriva accompagnato dal portiere in questa casa d’affitto. Il personaggio interpretato da Eduardo, Pasquale Lojacono, non era molto convinto di doverci abitare perché aveva paura di questi fantasmi, ed allora camminava in una maniera un po’ strana, aveva una gallina sotto il braccio, un bastone, ed altre cose ed il portiere lo precedeva. Appena arrivato lui si liberava di tutte queste cose e andava ad affacciarsi alle finestre e vedeva il professore. Eduardo fece questo brano con gli attori francesi che lo guardavano: fu una cosa straordinaria. Io avevo visto a teatro Questi fantasmi più di una volta, e lo vidi trasformarsi, diventare questo povero cristo, che ha bisogno di avere una casa in affitto, camminava come pattinando quasi. Ad un certo punto ci fu un blocco e quasi lo vidi sbiancare poi piano piano alzò una gamba mise una mano dentro una scarpa e trovò un sassolino allora, rinfrancato, continuò a distribuire gli oggetti che aveva fra le mani, e si affacciò alla finestra. Affacciandosi alla finestra, dato che il professore non c’è mai, Eduardo si fermò, e io vidi gli attori proprio gelati, e dentro di me dissi: la cosa non é piaciuta. Invece due secondi dopo un applauso da far crollare il teatro e poi l’attore si avvicinò a me , e mi pregò di dire a Eduardo che loro non potevano fare questa commedia, perché nessuno di loro era in grado di fare quello che aveva fatto lui. E così andò per due settimane: la mattina lavorando a De Pretore e il pomeriggio a Questi fantasmi.

Noi avevamo l’impresario a Roma che aveva preso i contatti con il Teatro dei Servi, che era un teatro parrocchiale ma tutto completamente rifatto in quanto i religiosi avevano intenzione di affittarlo a qualcuno ed entrando in rapporto, questo teatro era disponibile. Fissammo anche la data di entrata in scena dopo di che io mi occupai quasi esclusivamente di Questi fantasmi. Ogni tanto sentivo al telefono Eduardo che stava a Roma e stava facendo altre cose : "Adesso sì, poi ci penserò, scriverò"; fino a quella lettera che gli ho mandato in cui gli richiedevo espressamente il secondo atto. Allora lui riuscì in una settimana, perché lui nel lavoro era effettivamente veloce, aveva le idee già chiare in mente, insomma, mi mandò il secondo atto; lui andò a Parigi, arrivò lì una settimana prima della andata in scena, fece con me la prova generale. Io avevo fatto le luci, allora ero un giovane regista, ed Eduardo mandò tutto all’aria per fare grandi luci sugli attori. Siccome la cosa si svolgeva a Napoli con un tetto all’ultimo piano, allora io avevo fatto degli effetti, e lui giustamente mandò tutto all’aria perché voleva mettere in rilievo gli attori. Comunque la commedia gli piacque ed una settimana dopo partimmo per Bruxelles per andarla a fare. A Bruxelles il successo fu enorme anche per un critico di cui non ricordo il nome, il quale disse che c’era qualcosa di ambiguo nella commedia, per cui non si capisce bene se Eduardo sa che sua moglie lo tradisce oppure no. Questo é il bello della commedia.

Ritornati a Roma, andammo ai Servi ed incominciammo con Eduardo le prove. Il poemetto si chiamava Vincenzo De Pretore, la commedia si intitolava De Pretore Vincenzo, alla maniera italiana, napoletana di mettere il cognome prima del nome. La commedia veniva molto bene anche perché i due attori erano bravi. Poi arrivò il terzo atto ed andammo in scena . Il terzo atto era concepito in una maniera un po’ pericolosa, poi del resto sta anche nel poemetto: De Pretore ha avuto un conflitto a fuoco con la polizia, È stato ferito ed È stato portato all’ospedale gravemente ferito e mentre stava in ospedale ha una specie di incubo in cui sogna di andare all’altro mondo e di vedere il Paradiso. E lui pensava (era un giovane e il fatto di aver rubato non lo faceva stare male) il paradiso organizzato come la vita che lui conosceva, c’era il Padreterno che era il capo della polizia, gli angeli che erano dei poliziotti, pensandoci bene non era una cosa blasfema, anzi c’era il presidente del film di Chaplin, dove Chaplin sogna la stessa cosa, ovvero di andare nell’altro mondo e di vedere questo mondo organizzato come lui lo conosceva. Invece, i giornali cattolici, in primo luogo il ‘Popolo di Roma’ aveva un critico stupido, fanatico che si chiamava Carmine Trabucco, il quale fece un attacco terribile allo spettacolo. Dicendo che in un teatro che aveva visto fino a qualche giorno prima rappresentare delle commedie rispettose, dei valori religiosi di area cattolica, improvvisamente si vedeva un Padreterno ridotto a capo della polizia, con gli angeli poliziotti. Insomma i religiosi ci avvertirono, in maniera ipocrita, che dal giorno dopo non si sarebbe più recitato. Il successo era stato enorme alla prima, tre giorni facemmo lo spettacolo, credo, e poi riprendemmo al Valle, ma fu una ripresa che durò una settimana, e poi non avevamo i mezzi e quindi la cosa terminò in questo modo.

Ricordo che Eduardo, come tutti i grandi attori ed i grandi registi dava le battute a tutti quanti, faceva tutte le parti comprese quelle delle donne; ci raccontava che, quello che ha fatto in televisione il ruolo di San Giuseppe lì lo faceva un attore molto bravo al quale lui aveva imbucato come si fa con le lettere parola per parola in bocca le battute; furono delle prove molto quiete, Eduardo era un regista preciso, con le idee molto chiare in testa ma senza quei grandi sfoghi ai quali io, come assistente ero abituato, insomma come Visconti che avevo visto girare. E poi lo spettacolo era come lui lo prevedeva con tutte le cose vere: le case con le finestre che si aprivano, e gli attori abbastanza bravi. Fu un debutto felice ma infelice per il risultato economico.

Per De Pretore Vincenzo l’Unità scrisse, Paese Sera ci difese ma non c’era niente da fare, c’era il timbro sul copione: annullato.

Eduardo la prese molto male. Lui non aveva opinioni politiche, non era secondo me un personaggio molto coraggioso, però questa cosa lo mandò su tutte le furie e da quel momento lui ascoltò i consigli della gente di sinistra, praticamente scivolò nelle braccia della stampa comunista, tra l’altro allora i comunisti avevano un personaggio straordinario che era Antonello Trombadori il quale era bravissimo nel corteggiare gli artisti di qualunque genere: dai registi agli attori. Con Eduardo si comportava in questo modo ed allora Eduardo si sentì investito quasi dalla missione di scrittore italiano vessato dai preti ed alcune delle sue commedie successive risentono proprio di questo atteggiamento.

Ebbi poi ancora modo di lavorare con Eduardo, rimanemmo molto amici.

Lui era anche amico di Carlo Molfese che, secondo me, é la persona che in Italia conosce meglio il teatro napoletano ed il teatro in genere. Carlo Molfese aveva creato vicino al Tevere un Teatro tenda che nella primavera del ‘78 aveva agitato in modo deciso le acque torbide del teatro italiano di quel periodo (fu al Teatro tenda che Gigi Proietti fece la prima edizione di ‘A me gli occhi please’, poi ci furono Vittorio Gasmann, Dario Fo con il ‘Mistero Buffo’). Una mattina Molfese mi telefonò: "Senti, ho avuto un’idea per Eduardo. Se scendi andiamo a trovarlo". Lui stava a Cinecittà a girare le sue commedie per la televisione.

L’idea era quella di fare una serata per Eduardo con la presenza di tutti gli attori italiani presenti a Roma; infatti furono moltissimi: Carla Fracci, Marcello Mastroianni, Vittorio Gasmann, Mario Scaccia, la Vitti, De Simone, Barra, fu il 29 giugno del 1978. Io ebbi l’incarico di ordinare queste varie presenze perché qualcuno faceva le cose di Eduardo, qualcun altro le cose che sapeva di poter dire. La Vitti recitò il Cilindro di Eduardo. Il finale era la cosa più sorprendente perché avevamo messo in scena con il palcoscenico completamente vuoto, una sedia e vicino c’era una specie di piccolo altoparlante, anzi no c’era la sedia, gli altoparlanti erano in alto a sinistra e a destra; presentato da Gasmann che faceva il buttafuori di questa serie di personaggi entrò Eduardo che si fermò accanto alla sedia e disse: "Reciterò un momento di Filumena Marturano e lo dedico a Titina" poi ci fu silenzio e sulla sedia si accese un riflettore. Eduardo incominciò la scena del terzo atto quella che si apre con "Come stai bene Filumé. Sono passati gli anni ma tu sembri ancora una figliola per la quale si può perdere la testa..." ed andò avanti.

Quando finì la battuta lui era in piedi, mi ricordo, con le mani incrociate. Ad un tratto si sentì la voce di Titina che era stata registrata e mandata con gli altoparlanti in scena, sulla sedia c’era una luce violenta, d’altra parte anche Eduardo parlava con il microfono quindi il fatto che ci fosse una certa sonorità non disturbava; Eduardo che parlava e Titina che rispondeva. La gente pareva ghiacciata in platea, non si aspettava questa cosa (un critico scrisse che era stata una seduta medianica); quando la cosa terminò Eduardo si volse al pubblico allargando le braccia e anche lì fu una cosa straordinaria, la televisione credo che abbia interamente questo spettacolo perché allora c’era Fichera che lo fece riprendere completamente. Fu una cosa straordinaria, lo spettacolo si intitolava ‘Lieta serata con Eduardo ed i suoi amici attori’.


Fonte....EDUARDO

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