sabato 1 settembre 2012

Intervista a Marisa Laurito



L'ARTE DELLA COMMEDIA


 
Il mio primo incontro con Eduardo è stato indimenticabile, come indimenticabile è stato l’antefatto che l’ha preceduto.
Volevo cominciare a recitare all’età di otto anni e così andavo a scuola sempre con i copioni di Eduardo sotto il banco, e a scuola, ovviamente, andavo malissimo perché pensavo solo al teatro, a Eduardo De Filippo, a Osborne, a Shakespeare. Ma, naturalmente essendo napoletana, vivendo a Napoli il mio mito era Eduardo, il mio sogno era quello di iniziare a recitare con Eduardo. Ricordo di aver passato numerosi pomeriggi sotto al San Ferdinando nel tentativo di incontrarlo: lo spiavo, lo guardavo entrare e uscire da questa portineria. Poi un giorno fecero al San Ferdinando Io Raffaele Viviani, Eduardo non c’entrava nulla, e io inseguii Antonio Casagrande senza avere però il coraggio di parlargli. Poi al ritorno nel pullman per combinazione sentii due signore che parlavano e una disse all’altra: "Sai l’amante di Antonio Casagrande è Marisa". E io lì ebbi un’illuminazione e arrivata a casa dissi a mia zia - perché avevo un padre severissimo che mi faceva uscire di casa soltanto accompagnata -: "Guarda ho avuto due biglietti per il San Ferdinando dobbiamo andare, assolutamente mi devi accompagnare. Naturalmente non avevo nessun biglietto e arrivata alla portineria del San Ferdinando dissi: "Senta mi chiami il signor Casagrande e gli dica che c’è qui Marisa che fa la pazza se lui non arriva subito". Ricordo che Antonio scese le scale in fretta e furia e quando arrivò gli dissi che, certo, non ero la Marisa che lui si aspettava, ma mi doveva dare lo stesso due biglietti e poi mi doveva far parlare con Eduardo, perché io volevo fare l’attrice. Insomma, Antonio fu molto gentile mi diede due biglietti, vidi questo spettacolo straordinario ma non riuscii ancora ad avvicinare Eduardo. Poi un altro mio amico che lavorava in compagnia con Eduardo, Sergio Soldi, un giorno mi disse: "Sai Eduardo sta per fare dei provini per una parte molto piccola ma carina ne Le bugie con le gambe lunghe". Mi presentai ai provini ed ebbi finalmente il mio primo incontro con Eduardo. Prima ci parlai nello studio del San Ferdinando ed ho l’immagine di Eduardo stampata nel cuore e negli occhi, era così bello: aveva questo colletto rosa tondo della camicia uguale al colore della pelle perché il pancake gli aveva cambiato il colore della pelle, e un abito di lino blu. Mi fece questo provino, andò bene, e mi portò nel suo camerino. Io ero naturalmente ammutolita, perché ero talmente terrorizzata, non avevo capito ancora di essere stata presa, e lui mi disse: "Adesso cambiamo tutte le parole che hanno la ‘erre’ con delle parole senza la ‘erre’". Io rimasi ancora muta perché veramente ero troppo confusa. Poi Eduardo mi disse: "Signorina può passare dall’amministratore" e lì capii che ero stata presa in compagnia e fu un bellissimo regalo perché era il giorno dei miei ventun’anni, quindi ero praticamente libera, avevo studiato fino ad allora per accontentare mio padre e finalmente potevo intraprendere il mestiere dell’attrice che volevo fare da quando avevo otto anni. Ricordo che scesi le scale del San Ferdinando piangendo come un vitello tanta era la felicità; c’erano Luca De Filippo e Angelica Ippolito che salivano le scale che erano convinti che mi fosse successo chissà che cosa, perché si diceva che Eduardo non avesse un bellissimo carattere. Io non sono assolutamente d’accordo e ho tutta una mia teoria a questo proposito.

Eduardo era sicuramente un grande artista, una persona talmente appassionata del suo lavoro - come ogni artista dovrebbe essere - da essere totalitario. Io, per esempio, non sono totalitaria come lui, nel senso che amo vivere oltre che lavorare, amo avere molti amici, amo fare le bottiglie di pomodoro, le marmellate, amo uscire, amo viaggiare e amo molto il mio lavoro. Diciamo che il mio lavoro è un 60% della mia vita. Per Eduardo invece la vita e il lavoro erano la stessa cosa. A dire la verità, credo che soltanto così si possa riuscire ad ottenere un certo livello di qualità quale lui aveva ottenuto. Quindi non era cattivo, assolutamente, era preso nei suoi pensieri, era assente, era costantemente dedicato al lavoro. Quindi tutti quelli che interrompevano i suoi pensieri, che lo seccavano, peraltro all’epoca in cui lui ha cominciato deve essere stato abbastanza dura perché gli attori non erano molto colti, non erano molto raffinati avevano solo bisogno di lavorare. Diciamo che, probabilmente, era parecchio disturbato da persone che non erano proprio del suo livello. Così faceva dei gesti, degli atti di scortesia che venivano scambiati per cattiveria. Con me è stato assolutamente dolcissimo, buonissimo, anche se abbiamo avuto delle discussioni, perché io, dopo tanti anni che avevo lavorato con lui, speravo di fare perlomeno una piccola protagonista. Non me l’ha fatta mai fare, probabilmente, aveva ragione lui.

Quando sono entrata nel Teatro San Ferdinando, non ricordo la data esatta ma erano gli anni settanta avanzati, la mia più grande sorpresa è stata quella di scoprire che era come entrare in una chiesa in cui regnava un silenzio assoluto. E questo è stato il primo grande insegnamento. Eduardo aveva un tavolino accanto al suo camerino dove tutti gli attori mettevano la firma, con l’orario d’ingresso quando si entrava, come in una fabbrica e piovevano le multe se si arrivava in ritardo. E quando si chiudeva il sipario, lui si metteva con le spalle al sipario e tutti gli attori erano seduti intorno al palcoscenico, molto distanti dal proscenio, e ascoltavano le prove di tutti, anche chi doveva dire una sola battuta, rimaneva lì in silenzio con una grande serietà ad ascoltare le prove di tutti. Ecco perché si imparava. Credo che Eduardo, per chi aveva voglia di apprendere, dava dei grandi insegnamenti, anche solo con il suo esempio. È con lui che io ho imparato che questo mestiere, se lo si fa con la mano sinistra, può essere un mestiere da guitti, è un gioco ma può anche essere un mestiere ‘doc’ se lo si fa con grande professionalità. In ogni caso è un lavoro che ha bisogno di grande preparazione, di grande misura, di grande impegno soprattutto con se stessi. E credo che questo me l’abbia insegnato Eduardo, se avessi avuto un altro maestro probabilmente oggi sarei altrove. Non starei ancora oggi, nonostante i tempi siano cambiati e quindi sia sempre più difficile fare delle cose di qualità, cercando e tentando continuamente e perennemente di fare delle cose belle; ecco questa ricerca la devo solamente a lui. Ma, per tornare alla questione delle prove,

c’è da premettere che quando io sono entrata in compagnia ero alle prime armi, ero molto giovane, e il fatto che Eduardo desse a ogni attore le intonazioni precise delle battute era una sicurezza. Intanto perché si imparava a recitare, e poi era una certezza di buona riuscita. Quando sono entrata in compagnia, per esempio, avevo tre battute e prendevo gli applausi in quelle tre battute; certo questo perché Eduardo mi aveva dato le intonazioni giuste e aveva ben costruito il personaggio. Ma quando Eduardo trovava delle persone brave non era rigido, piuttosto, era severo perché si stava lavorando. Ma si poteva tranquillamente andare da lui e dire: "Ma direttore questa battuta magari la potrei dire anche così o così". Cioè, lui faceva la regia, e facendola organizzava e aveva nella mente una serie di toni che dovevano rimbalzare da un attore all’altro. È questo il tipo di regia e non quello in cui i registi lasciano gli attori totalmente liberi. Oggi addirittura i registi non solo non danno più le intonazioni, ma non dicono neanche come ti devi muovere, dove devi andare. Non sono abituata io a lavorare in questo modo, fortunatamente ho avuto dopo Eduardo anche degli altri maestri. Per esempio, per quello che riguarda la televisione, Arbore che è stato un altro grandissimo maestro, o per il cinema, Nino Manfredi, insomma, tutte persone che avevano una loro metodologia di lavoro, non il nulla cui spesso oggi ci si trova davanti. A me è capitato di stare in delle compagnie dove i giovani, anche con dei ruoli importanti, durante le prove dormivano. Ecco, questo per la mia mentalità è totalmente inammissibile, oppure dove delle persone se avevano la febbre a 38 non venivano, non andavano in scena. È inconcepibile per il mio modo di lavorare e per l’insegnamento che ho ricevuto. Perché, ripeto, questo è un lavoro bello se lo si fa al massimo, se ci si supera, se, come in tutti i lavori, si va oltre se stessi. Perché se si va oltre se stessi e ci si sforza qualcosa di buono lo si tira in barca, si riesce a fare una buona pesca; al contrario, se si rimane al di sotto della media è là che si resta, in tutte le professioni libere è così.

Di episodi che, in qualche modo, caratterizzano il modo di lavoro di Eduardo, episodi di vita di compagnia, ce ne sono molti perché come in caserma, quando il colonnello è severo allora nascono barzellette, miti, episodi che volano di bocca in bocca. È così, naturalmente, anche con Eduardo, che era il direttore e molti attori erano terrorizzati da lui, ovviamente perché veramente si doveva rigare. Pensate che io avevo il camerino all’ultimo piano, naturalmente visto che ero l’ultima ruota del carro, e c’erano tre piani che mi separavano dal camerino di Eduardo, eppure anche lassù non si gridava, si parlava a bassa voce, perché c’era sempre il terrore che lui potesse ascoltare. E poi c’era un direttore di scena che si chiamava Sommella che era un cane da presa, era terribile. Quindi c’era questo terrore reale. Ma insomma ci sono degli episodi, degli aneddoti che riguardavano la vita di compagnia che poi sono volati da attore in attore, per esempio, a me ne raccontarono uno che riguardava la commedia Natale in casa Cupiello. Sembra che Eduardo volesse cercare e non riusciva un attore che facesse la parte del dottore. Poi si cercava sempre di risparmiare diciamo, sulle paghe, e allora trovò un attore che veniva credo dalle sceneggiate, un attore non molto famoso. E Pupella storse un po’ il muso quando sentì questa cosa, ma lui lo prese lo stesso. Alla prima di Natale in casa Cupiello il dottore entrò in scena e Pupella chiese al dottore: "Dotto’ come stà"?, Il marito naturalmente e questo dottore muto non rispondeva. Allora Pupella guardava Eduardo dal letto, dal letto di dolore in tutti i sensi e diceva "Dotto’ ma come stà"? E questo sempre muto e Eduardo dal letto "Ve l’avev’ ritt’ ca nun era buono ‘o dottore". Eduardo suggeriva sempre in scena, parlava e la gente, il pubblico non si accorgeva che parlava. E allora Pupella di nuovo disse la battuta: "Dotto’ come stà? Datemi una parola di speranza". E questo qua finalmente la guardò e disse: "Non c’è speranza". E se ne andò terrorizzato da questa prima importante. E quando uscì di scena ancora la storia continuò perché Eduardo dal letto disse a Pupella: "Te l’avev ritt’ i’ che nun l’avevama chiamà stu duttore perché nun era cosa, nun era buono, hai sprecato solo ‘e sold a chiamarlo". E Pupella: "E sold’ miei? E sold’ tuoi?". Erano cose così che si tramandavano.

Poi ci sono gli episodi che riguardano gli attori che erano veramente terrorizzati da Eduardo e questo terrore gli faceva fare delle cose che non erano proprio normali, avevano comportamenti anomali. Per esempio c’era un attore che doveva fare sempre il medico, la parte del dottore ma questa volta ne Il sindaco del rione Sanità e ebbe una colica e, al momento di uscire in scena, era chiuso in bagno e quindi fece un buco di scena, che per un attore già in una compagnia normale è una cosa terribile di cui ci si vergogna per la vita, figuriamoci nella compagnia di Eduardo come poteva essere. E allora c’era Isa che ciabattava da una parte all’altra della scena e Eduardo seduto: "Adda’ arriva’ ‘o duttore. O duttore nun vene". E poi, per dare un segnale perché qualcuno si interessasse, si avvicinava alle quinte e diceva: "Ma quann’ vene ‘stu duttore"? Dietro le quinte c’era un trambusto infinito e, finalmente, questo attore - non dico il nome perché non è carino - arrivò in scena ed ebbe anche la malaugurata idea di entrare dicendo: "Scusate il ritardo"! Io dissi: "E’ arrivato il dottore" e Eduardo immediatamente disse: "E come siete arrivato ve ne potete andare" e tagliò praticamente tutta la scena, creando un trambusto pazzesco perché c’erano altri attori che dovevano parlare, ma fu bravissimo perché la commedia andò ugualmente bene. E allora, alla fine della rappresentazione il direttore di scena, come sempre quando qualcuno sbagliava, andò da questo attore e gli disse: "Il direttore la sta aspettando in camerino". Questo terrorizzato, sudato, passava da un camerino all’altro dicendo: "Ah il direttore m’ha chiamato e mo’ che faccio, che ci dico e come..." Arrivò, attraversando questi gironi, al camerino di Eduardo bussò e si sentì la voce di Eduardo che disse: "Avanti!". Lui aprì la porta e disse: "Diretto’ song’ n’omm’ ‘e merda", prima ancora che fosse arrivato il rimprovero.

Forse, non so, Eduardo ormai l’ho completamente mitizzato, perché è stato il mio primo maestro. Mi ricordo solamente, quando facevamo queste prove, della grande duttilità e della grande bravura che Eduardo aveva nel dare le intonazioni diverse a tutti.

Eduardo quando faceva il regista: dava le intonazioni, suggeriva gli sguardi, indicava i tempi - perché il teatro di Eduardo è soprattutto un teatro di tempi - allora entrava completamente nei suoi personaggi. Fra i miei ricordi più belli ci sono le cene con Eduardo, perché spesso quando finivamo di lavorare andavamo a mangiare insieme alle stanze dell’Eliseo - al Teatro Eliseo c’erano delle stanze su in alto - e Eduardo diventava veramente come il nonno: raccontava episodi, a volte recitava delle poesie per noi o faceva la parte dell’ubriaco, o cantava delle canzoni. Insomma, voglio dire sono dei ricordi straordinari perché, appunto, ad una come me che voleva assolutamente imparare ed entrare nel mondo del teatro, non poteva capitare di meglio. Io se rinasco voglio rinascere di nuovo nella compagnia di Eduardo, se fosse possibile, perché non credo che ci sarebbe un maestro migliore di lui. Peraltro, durante le repliche sgattaiolavo a guardarlo dietro le quinte, dove si poteva stare solamente al momento di entrare in scena, mentre durante le prove si doveva stare tutti quanti intorno al palcoscenico. Spesso mi nascondevo, per guardarlo dietro al sipario mentre recitava. Era un grande insegnamento. Le intonazioni che dava erano delle intonazioni attraverso le quali si capiva perfettamente il disegno del personaggio, costruite nell’insieme come un autentico contrappunto. Eduardo sembrava un direttore d’orchestra. Ma tutti i veri registi hanno in mente il lavoro complessivo, finito. Era così anche per Eduardo che seguiva un preciso disegno dei personaggi completo di intonazioni e ritmi differenti.

Per esempio, l’anno scorso - sembrerà strano a dirlo perché sto per parlare di uno molto giovane - ho preso come regista Vincenzo Salemme per un lavoro scritto da me e che è andato poi molto bene, ha avuto successo. Sono rimasta molto colpita perché Vincenzo, nonostante sia molto giovane, avendo lavorato con Eduardo, dava le stesse intonazioni, spiegava, con una precisione quasi ossessiva, ogni volta a ciascun attore la psicologia del personaggio. Certo, questo non vuol dire che un attore non debba essere creativo, la creatività l’attore ce la mette aggiungendo, allargandosi, inventando movimenti, anche tempi, su una linea disegnata dal regista, o quanto meno disegnata insieme.

Ma io ricordo che, a volte, quando non mi era chiaro qualcosa, o volevo aggiungere, o pensavo di poter dire una cosa in un altro modo andavo nel suo camerino, o approfittavo di un suo momento di libertà e gli parlavo del problema che avevo. E, onestamente, non ho mai ricevuto in cambio uno sgarbo, Eduardo ha sempre accettato volentieri queste mie richieste e ne abbiamo sempre discusso insieme. Certo io ero molto giovane e forse per i ruoli più impegnativi la cosa poteva non essere così semplice.

Gli allestimenti cambiavano quasi tutte le sere perché Eduardo tutte le sere improvvisava, aggiungeva, toglieva. Per esempio durante la prima de Le bugie con le gambe lunghe io sono stata corretta da lui in scena mentre recitavo e il pubblico non si è accorto assolutamente di queste correzioni. Eduardo, infatti, usava delle battute perfettamente integrate alla commedia che nello stesso tempo aiutavano l’attore a modificare un comportamento sbagliato direttamente in scena. Allora, facendo la balia portavo questo bambino in modo molto rigido, lui se ne accorse e disse: "Balia stateve accort’ ‘o facite male a ‘sto guaglione tenitel’ nu poco chiù morbido". La gente sicuramente non capì, perché è normale uno può dire una frase del genere a una balia, è naturale, e però io capii che avevo un atteggiamento che non era naturale nei confronti del bambino. Quindi diciamo che lui improvvisava tutte le sere, non è vero assolutamente che altri non potevano improvvisare con lui, quelli che erano in grado di improvvisare potevano farlo. Quindi è ovvio che essendo lui il capocomico decideva con chi giocare e con chi non giocare. Tutto qua.


fonte....EDUARDO

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