mercoledì 19 settembre 2012

Il Sindaco del rione Sanità tra scena e ambiente

L'ARTE DELLA COMMEDIA


Il protagonista de Il sindaco del rione Sanità,1 Antonio Barracano, come informa lo stesso Eduardo De Filippo, è la trasposizione sulla scena di un personaggio realmente esistito (il cui cognome sarebbe stato Campoluongo). Dato l’esplicito e riconosciuto aggancio con la cronaca ci si attenderebbe da questa commedia il massimo dell'aderenza all'ambiente cittadino. Invece alcuni elementi dell'ambientazione lasciano pensare che qui sia stato evitato il proposito di una fedele rappresentazione dei luoghi e delle azioni. L'interesse dell'autore, infatti, si rivolge alla mentalità e alla prospettiva culturale delle persone più che alle loro azioni o al loro ambiente, visto che lo spettatore e il lettore vedono e ascoltano i personaggi che commentano eventi accaduti altrove e in altri momenti. Al centro della scena e dei dialoghi sono collocate le discussioni, preliminari e successive, rispetto a fatti che sono solo raccontati, dall'aggressione del cane ad Armida fino all'accoltellamento e alla morte del protagonista.
1 Per queste considerazioni rimando alla Nota filologico-linguistica su Il sindaco del rione Sanità che si legge in Eduardo De Filippo, Teatro, vol. III, Cantata dei giorni dispari, tomo II, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2007, pp. 915-950.
A proposito dell'ambiente, è per esempio singolare che una storia riferita alla Sanità sia vista, nella finzione scenica, attraverso la prospettiva di un'ambientazione a Terzigno o, meglio «verso Terzigno o Somma Vesuviana», secondo la didascalia iniziale (ma nell'elenco dei personaggi e nel testo si parla solo di Terzigno), nella tenuta di campagna del protagonista, quasi a suggerire che gli eventi vengono visti dall'esterno e da lontano. La distanza ovviamente permette ai fatti di mutarsi in racconto, ma produce anche altri due effetti: da un lato risalta il prestigio di Barracano, poiché le persone che a lui si rivolgono sono pronte ad affrontare un viaggio pur di rimettersi alle sue decisioni ('O Nait e 'O Palummiello vanno in taxi da lui invece di andare a piedi al Pronto Soccorso); d'altro canto, però, il prolungato soggiorno estivo del "sindaco" nella sua privata Versailles vesuviana potrebbe anche alludere a una distanza rispetto agli umori e alla vita quotidiana dei suoi "sudditi", con la conseguente incapacità di valutare tutti i rischi di una situazione che va mutando, visto che c'è qualcuno che non è disposto a riconoscere a Barracano l'autorità che egli crede acquisita una volta per tutte e fuori discussione.

Nello «stanzone gradevole, luminoso», di cui si parla nella didascalia, il pubblico e i lettori non vedono quindi l'ambiente della Sanità, ma seguono personaggi che, prelevati dal loro habitat, svelano con maggiore evidenza il loro modo di pensare e di parlare, cioè il proprio povero profilo culturale e umano, che nel contesto d'origine forse sorprenderebbe meno, in quanto usuale e condiviso, così come una rappresentazione ambientale dal vivo rischierebbe di apparire consolatoria e meno problematica. In una parola, insomma, la scena che si apre sì in medias res, ma nel contesto di Terzigno invece che nella Sanità, permette di evitare il bozzettismo, rischio sempre in agguato quando si affrontino certi aspetti di una realtà popolare. Pertanto è come sempre lucida la valutazione dell'autore che in questo caso avverte che si tratta di «una commedia simbolica, non realistica» (Intervista di Sergio Lori, «Il Dramma», anno XLVIII, n. 11-12, novembre-dicembre 1972, p. 143). La valenza simbolica del testo si manifesta tuttavia attraverso vicende presentate come reali, che rimandano, anche in questo caso, a problemi più generali.
Dopo Sabato, domenica e lunedì, che porta in scena le inquietudini e la crisi di una tranquilla e benestante famiglia della borghesia commerciale, e dopo Il figlio di Pulcinella che propone, tra l'altro, il difficile rapporto tra il popolo e gli aspiranti detentori del potere, con Il sindaco del rione Sanità viene riproposto, con variazione, il problema di un mondo senza padri. Qui il padre che manca sono forse le istituzioni cronicamente assenti, supplite dall'autorità volenterosa, fondata sull'autodeterminazione o sul prestigio personale di Antonio Barracano, che si propone come argine rispetto all'eventuale onda di piena della violenza, della vendetta e della sopraffazione: «Io sparo a te, tu spari a me... poi escono in mezzo i fratelli, i cognati, ’e pate, ’e zie... una carneficina: ’a guerra!». Lo stesso sacrificio personale, nelle illusorie intenzioni del protagonista, dovrebbe servire a scongiurare nuovi conflitti: «Gennaro e Amedeo contro Santaniello. Altro sangue, altre vendette. Basta, professo’... basta!... Noi abbiamo lavorato insieme trentacinque anni per restringere il più possibile la piaga dei reati, non per allargarla».

Con questa commedia, che in fondo non è tale perché si conclude con la morte del protagonista, si parla tra l'altro ancora di Napoli, di una Napoli diversa rispetto a quella di Sabato. domenica e lunedì, ma anche diversa da quella di Natale in casa Cupiello. Siamo infatti lontani anni luce dal mondo in cui zia Memè invita i parenti a comprare Il Gattopardo. In Sabato, domenica e lunedì, l'autore affida a zia Memè il compito di insinuare il dubbio che l'ignoranza serpeggi in quella famiglia pur così benestante, dove sembra che nulla manchi. Nel Sindaco, invece, il dubbio si fa certezza esplicita e dà luogo a un'enunciazione che ha l'evidenza di una dimostrazione matematica. Nella prospettiva della rappresentazione, il popolo portato in scena attraverso alcuni suoi esponenti esemplari ha un comune e riconoscibile requisito di base: l'ignoranza. Quel mondo popolare di cui talvolta negli anni è stata notata l'assenza nell'orizzonte dell'autore si trova in questo caso al centro dell'attenzione, visto però in modo tutt'altro che consolatorio, in una rappresentazione che oggi si definirebbe politicamente "non corretta". Spiazzante, amaro e perfino impietoso è il ritratto di un popolo, immune qui dai luoghi comuni e dagli stereotipi.
L'analisi condotta dall'autore assume in qualche passaggio il tono della diagnosi secca, a cui giunge con il suo occhio clinico il dottor Della Ragione: «Ignoranti siete e ignoranti resterete»; forse ha anche un tono sprezzante l'informazione che il dottore dà a Barracano in merito al dissidio tra 'O Nait e 'O Palummiello: «So’ due fetenti ’o Nait e ’o Palummiello. Si sono sparati per motivi equivoci. Secondo me il caso non vi potrà interessare». I due d'altra parte si sono qualificati da soli con i loro insulti reciproci (uno dei rari casi in cui i dialoghi eduardiani registrano il turpiloquio): «Questo è un fetente ricchione...», «’O ricchione si’ tu». In una frase di Palummiello funziona inoltre come indizio socio-culturale la bestemmia con eufemismo (Mannaggia 'a Culonna), mentre 'o Nait, da parte sua, quando usa l'italiano parla (cosa non insolita per un pregiudicato) come un verbale stilato in un commissariato: «il fatto è successo verso l’una e tre quarti alla fine di via Marina, in prossimità dell’incrocio che a destra porta a San Giovanni a Teduccio e a sinistra all’autostrada di Pompei».
Anche in questo testo si profila quindi un nesso tra alcuni elementi linguistici e la situazione culturale dei personaggi. Alla luce della premessa fin qui condotta vanno visti gli strafalcioni sparsi qua e là nei dialoghi. Si tratta non di spunti di facile comicità linguistica, ma in tutto e per tutto di indizi culturali, appena accennati, sufficienti a caratterizzare l'ignoranza dei personaggi. Per quello che dicono, per come lo dicono e per quello che fanno, 'O Nait e 'O Palummiello appaiono sufficientemente connotati sul piano culturale e umano; la loro apparenza non lascia dubbi sulla
valutazione che suggeriscono («So' due fetenti», dice sbrigativamente il dottore). Questi due personaggi, identificati solo attraverso i loro soprannomi di battaglia, per status culturale e attività ricordano un po' Scuppettella e Scamuso, due di Quei figuri di trent'anni fa, ispettivamente  ladro e favoreggiatore l'uno, e assassino, latitante e ladro l'altro.

  Gli altri personaggi sono meno rozzi di 'O Nait e 'O Palummiello, ma pure per loro traspare un’ignoranza costituzionale, manifestata anche attraverso la lingua (un italiano mal controllato). Con soprannomi e con il nome integralmente in dialetto sono poi presentati Vicienzo 'O Cuozzo e Pascale 'O Nasone. Se Vicienzo 'O Cuozzo, povero falegname dignitoso ridotto in miseria dall'usura di cui è vittima, non trova di meglio che progettare l'omicidio dell'usuraio, quest'ultimo da parte sua già all'aspetto si presenta come «un uomo privo di moralità», a metà «tra il biscazziere e il tenutario di bordello»; nel suo modo di parlare, untuoso e insincero, affiora puntuale l'improprietà linguistica che lo connota come ignorante, quando dice:«Non ci potiamo lamentare». L'errore è indizio culturale inequivoco anche nel caso di Rita, la fidanzata di Rafiluccio Santaniello dichiara con fierezza di essere incinta «di setti mesi», formando in tutta naturalezza il plurale del numero sette. Da parte sua l'orgoglioso padre della creatura che dovrà nascere, nel raccontare le circostanze della morte della madre, dice ortica (da leggere probabilmente òrtica) invece di aorta:«Quando si dice il destino... una scheggia entrò dalla finestra e colpì mia madre qua (indica la gola) alla ortica. In tre minuti se ne andò all’altro mondo».
Il profilo culturale di Rafiluccio Santaniello, «mortificato» per la sua limitata istruzione, è poi ribadito esplicitamente dallo stesso personaggio: «Ho fatto la terza elementare... poi mio padre disse che era meglio il mestiere e mi prese subito con lui in bottega. Ma so leggere e scrivere». E'questa un'altra pennellata di rifinitura aggiunta dall'autore all'affresco suggerito allo spettatore e al lettore: che due poveretti che vivono come guardiani occasionali di un locale notturno siano due «fetenti» o che sbagli a parlare uno che veste come Pascale 'O Nasone, che esercita l'usura, è un conto, ma è una cosa ben diversa che si trovi in condizioni di semianalfabetismo il figlio di un facoltoso commerciante, non privo di ambizioni: Santaniello padre, che vanta il nuovo negozio di via Roma e si distrae con la cassiera, che sfoggia «abiti e indumenti di buona qualità», nonché «qualche prezioso», inseguendo il benessere economico, ha pensato che per il figlio fosse superfluo dedicare più di tre anni all'istruzione scolastica e lo ha fatto fermare alla terza elementare.
Questi indizi qui raccolti permettono di mettere a fuoco la  prospettiva che l’autore con ogni probabilità vuole suggerire: sono gli ignoranti che si rivolgono a Barracano. Sia ben chiaro: i fedeli seguaci o "sudditi" che a lui si rivolgono sono presentati in una luce non positiva non perché appartengano al popolo, non perché vivono in un certo quartiere e nemmeno perché usano preferibilmente il dialetto. Nulla di tutto questo: sono presentati in un certo modo non positivo soltanto perché sono ignoranti e per la loro ignoranza sono fermi a consuetudini e usanze per così dire pre-civili e pre-giuridiche.
Da questo punto di vista, del resto, Antonio Barracano ha un profilo culturale non molto diverso da quello dei suoi "sudditi". I cenni autobiografici del personaggio del Sindaco sparsi in diverse battute dialogiche lo affermano chiaramente: «Io so leggere, ma non posso scrivere. So leggere il giornale, specialmente le lettere stampate, quelle grandi. Ma la scrittura a penna me la devo fare leggere». Raggiunta la consapevolezza delle conseguenze nefaste dell'ignoranza e delle implicazioni di un certo modo di pensare, però, Antonio Barracano si erge a difensore degli ignoranti, verso i quali, a differenza del dottor Della Ragione, mostra comprensione e solidarietà, perché li ritiene vittime di una situazione che li trascende: «si tratta di gente ignorante, e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente.
Professo’, sui delitti e sui reati che commettono gli ignoranti si muove e vive l’intera macchina mangereccia della società costituita. L’ignoranza è un titolo di rendita.
Mettetevi un ignorante vicino e campate bene per tutta la vita. Ma l’ignorante ha capito. Ha capito che «chi tiene santi va in Paradiso», e dice: «Se vado in tribunale per appianare questa vertenza, con tutto che ho ragione, può darsi che la parte avversaria o si serve dei "santi" che probabilmente tiene in paradiso, o presenta tre o quattro testimoni falsi...» (...) Ora mo, l’ignorante invece di correre il pericolo di andare in tribunale va direttamente, di persona, dalla parte avversaria per farsi giustizia con le sue mani. Lui va carcerato lo stesso, è vero, ma la parte avversaria se ne va al camposanto».
Più avanti, con altre parole, l'adesione simpatetica al mondo degli ignoranti è ripetuta nel primo dialogo con Santaniello senior: La legge è fatta bene, sono gli uomini che si mangiano fra di loro... come vi posso dire... ecco: è l’astuzia che si mangia l’ignoranza. Io difendo l’ignoranza. 
I pochi accenni ai requisiti culturali dei personaggi non sono insomma elementi esteriori – d’altra parte nelle opere di Eduardo nessun dettaglio, per quanto minimo, è privo di senso - ma sono di per sé parte integrante della sostanza dell'intera vicenda rappresentata. Il dialetto usato in modo esclusivo, non per scelta, ma per incapacità di parlare in italiano, oppure l'italiano malamente controllato non suggeriscono comicità, ma diventano indizi di una situazione tragica, che non viene risolta dal velleitario individualismo di Barracano, mentre il finale ricorso all'esercizio della ragione da parte del dottore che intende di nuovo dare un senso al ruolo delle istituzioni («E comincio io col firmare il vero referto col mio nome e cognome: Fabio Della Ragione. Scannatemi, uccidetemi, ma avrò la gioia di scriverci sotto: in fede») lascia intravedere, nell'immediato, solo l'avvento di tempi peggiori, che forse in futuro potrebbero essere riscattati da una catarsi risolutiva: «Usciranno i figli di don Antonio, i parenti di don Arturo, i compari, i comparielli, gli amici, i protettori: una carneficina, una guerra fino alla distruzione totale. Meglio così.
Può darsi che da questa distruzione viene fuori un mondo come lo sognava il povero Don Antonio, «meno rotondo ma un poco più quadrato».
A distanza di circa cinquant'anni dalla sua composizione, dunque, questo dramma sociale assume valenze profetiche.

Di NICOLA DE BLASI



 

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