domenica 19 agosto 2012

Eduardo De Filippo-Da sindaco del rione Sanità a Senatore a vita.Interrogazione parlamentare, al Senato della Repubblica.


L'ARTE DELLA COMMEDIA




 Panettie', a me «Fatevi i fatti vostri» non me l'ha detto mai nessuno!
(Antonio Barracano, Il sindaco del rione Sanità)


 La confidenza che ti ho dato t'ha fatto scurda' 'o nomme mio. È meglio ca t' 'o ricuorde: io mi chiamo Antonio Barracano!
Antonio Barracano, Il sindaco del rione Sanità)


«si tratta di gente ignorante, e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente. Professo’, sui delitti e sui reati che commettono gli ignoranti si muove e vive l’intera macchina mangereccia della società costituita. L’ignoranza è un titolo di rendita. Mettetevi un ignorante vicino e campate bene per tutta la vita. Ma l’ignorante ha capito. Ha capito che «chi tiene santi va in Paradiso», e dice: «Se vado in tribunale per appianare questa vertenza, con tutto che ho ragione, può darsi che la parte avversaria o si serve dei “santi” che probabilmente tiene in paradiso, o presenta tre o quattro testimoni falsi...» (...) Ora mo, l’ignorante invece di correre il pericolo di andare in tribunale va direttamente, di persona, dalla parte avversaria per farsi giustizia con le sue mani. Lui va carcerato lo stesso, è vero, ma la parte avversaria se ne va al camposanto».
(Tratto da: Il sindaco del rione Sanità)



Nonostante la celebre frase «non chiamatemi senatore, ci ho messo una vita a diventare Eduardo», Eduardo De Filippo senatore a vita lo fu davvero, dal 1981, fino a quando si spense a Roma, nell'84.




Foto del Senatore Eduardo DE FILIPPOSenatore a vita, di nomina del Presidente della Repubblica
Nato il 24 maggio 1900 a Napoli
Residente a Roma
Professione:Scrittore, regista e attore teatrale
Nomina: 26 settembre 1981
Comunicazione: 29 settembre 1981
Convalida: 7 ottobre 1981
Deceduto il 31 ottobre 1984


Mandati

  • VIII Legislatura Senato (dal 26 settembre 1981, senatore a vita, di nomina del Presidente della Repubblica)
  • IX Legislatura Senato

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura










Membro dal 19 luglio 1983 al 31 ottobre 1984










Membrodal 9 agosto 1983 al 31 ottobre 1984



(...) Si dice che nella vita dell'uomo c'è un punto di partenza ed un punto di arrivo, di solito riferiti all'inizio e alla fine di una carriera. Io invece sono convinto del contrario: il punto di arrivo dell'uomo è il suo arrivo nel mondo, la sua nascita, mentre il punto di partenza è la morte che, oltre a rappresentare la sua partenza dal mondo, va a costituire un punto di partenza per i giovani.
(...) Dunque, questi miliardi di punti di partenza, che miliardi di esseri umani, morendo, lasciano sulla terra, sono la vita che continua. La vita che continua è la tradizione. Se un giovane sa adoperare la tradizione nel modo giusto, essa può dargli le ali.
testo tratto da Lezioni di Teatro tenute presso l’Università “La Sapienza” di Roma nel 1981 



Annunzio di nomina a senatore a vita
Il Presidente del Consiglio dei ministri ha trasmesso, con lettera del 26 settembre 1981, il decreto di pari data con il quale il Presidente della Repubblica, avvalendosi della facoltà di cui all'articolo 59, secondo comma, della Costituzione, ha nominato a vita senatore della Repubblica il signor Eduardo De Filippo, per aver illustrato la patria con altissimi meriti nel campo artistico e letterario.
Interprete dell'unanime sentimento del Senato, rivolgo al senatore De Filippo i più sentiti rallegramenti e gli rinnovo, come ha già fatto personalmente a voce il presidente Fanfani, i più fervidi auguri per l'efficace espletamento del mandato senatoriale conferitogli dal Capo dello
Stato.





Svolgimento di interpellanza

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una interpellanza concernente l'istituto «Filangieri» di Napoli.
Se ne dia lettura.

VIGNOLA, segretario:

DE FILIPPO. - Al Ministro di grazia e giustizia. - 
Per conoscere: quale sia il giudizio del Governo, nel quadro dei drammatici problemi del Meridione e dell'area napoletana in particolare, sull'attuale ruolo e sul modo di funzionare dell'istituto «Filangieri» per la rieducazione dei minori, specchio e contemporaneamente causa dei molti problemi sociali di quella realtà così duramente colpita da eventi di carattere non solo naturale; quali provvedimenti e iniziative il Governo intenda prendere perché gli oltre mille ragazzi che annualmente passano attraverso il «Filangieri », lungi dal trovarvi incentivi e sollecitazioni ad entrare nella delinquenza abituale, vi trovino invece le condizioni per mettere il meglio di loro al servizio delle loro famiglie e della comunità nazionale. 


DE FILIPPO. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Nel dare la parola al senatore De Filippo, che per la prima volta interviene in quest'Aula, gli rinnovo i rallegramenti per la recente nomina a senatore a vita e gli rivolgo i migliori auguri per il prosieguo della sua attività parlamentare.

Il senatore De Filippo ha facoltà di parlare.

DE FILIPPO. Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, avrei voluto incontrarmi prima con voi, molto prima di oggi, ma non mi è stato possibile a causa di impegni assunti prima ancora di ricevere la nomina a senatore a vita dal nostro presidente Sandro Pertini, al quale da quest'Aula sento il bisogno di rivolgere un caloroso e affettuoso saluto. Non che io consideri questa nomina puramente onorifica, anzi, a me piacciono le responsabilità e non le ho mai rifiutate quando mi è sembrato giusto prendermele.
In questo periodo ho lavorato moltissimo. Del resto la stampa ha sempre dato notizie sulla mia attività. Con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell'istituto «Gaetano Filangieri» di Napoli e dei ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via; e nei prossimi mesi intendo dedicare a loro più tempo di prima. E su questo vorrei soffermarmi. Avrò bisogno del vostro aiuto e spero che quando ve lo chiederò mi darete una mano. Si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro. È essenziale che un'Assemblea come il Senato prenda a cuore... (scusatemi perché questo forse avrei dovuto precisarlo prima: io sono stato operato da poco ad un occhio e devo leggere un po' piano, scusatemi tanto). Dunque si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un'Assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l'intero territorio dal Sud al Nord dell'Italia. 
Mi sono sempre domandato quale potrebbe essere il mio contributo affinché la barca di questi ragazzi che sta facendo acqua da tutte le parti possa finalmente imboccare la strada giusta. Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi molto si può ottenere da loro. Ne ho pensate di cose nei mesi scorsi e c'è da fare, si può fare, ne sono certo. Di questi miei propositi vi farò per il momento solamente un cenno; in seguito, quando saranno meglio assestati, più completi nei particolari, chissà che non venga fuori un progetto da prendere sul serio in considerazione. 
Senza vanità, ve lo assicuro, vorrei parlarvi ora di quel poco che ho già fatto nelle mie commedie, le quali, anche se non sono dei capolavori, anche se forse non mi sopravviveranno come hanno sostenuto e sostengono tuttora alcuni critici, hanno però il merito di aver sempre trattato i problemi della società in cui ho vissuto e vivo proponendoli dal palcoscenico all'attenzione delle autorità e del pubblico.
Lasciando da parte i testi scritti durante il fascismo, quando le allusioni alle malefatte sociali e politiche erano, a dir poco, mal viste e quindi i granelli di satira bisognava nasconderli tra lazzi, risate e trovate comiche, a partire dal 1945 in poi non c'è stata commedia scritta da me che non abbia riflettuto aspetti della realtà sociale italiana.
Prendiamo la prima: «Napoli milionaria», poi riprenderemo il discorso del «Filangieri». In questa «Napoli milionaria» ho trattato vari problemi del nostro paese, molti dei quali ancora oggi irrisolti, primo fra tutti la questione morale, poiché solo su una base morale l'uomo attraverso i secoli ha edificato società e civiltà. Tenendo conto delle proprie necessità economiche e delle fonti di ricchezza dalle quali dipende il proprio benessere, l'uomo si è sempre creato regole di comportamento etico che ha dovuto poi proteggere con le leggi. È ovvio che queste norme col passare del tempo e con l'accrescersi delle conoscenze scientifiche dell'uomo diventano anacronistiche e vanno cambiate e assieme ad esse le leggi. Il guaio succede quando si è costretti a vivere nel vortice sfrenato del consumismo di oggi obbedendo a leggi vecchie e superate. E in questo, a mio parere, consiste la presente ingovernabilità del nostro paese; insomma ogni santo giorno noi italiani ci troviamo di fronte al solito dilemma: o vivere fuori del nostro tempo o fuori delle nostre leggi.
Ma torniamo a Napoli, a «Napoli milionaria» e alle questioni che con quella commedia ponevo sul tappeto e che sul tappeto sono rimaste. Nel 1945, finito il fascismo, finita la guerra si doveva iniziare la ricostruzione del nostro paese mezzo distrutto e messo in ginocchio dalla sconfitta. Dice Gennaro Iovine, il protagonista della commedia: «la guerra non è finita, non è finito niente» e al finale «adda passà a' nuttata».Attraverso queste semplici parole, semplici ma niente affatto sciocche, il reduce voleva significare che c'era ancora da combattere nemici potenti e agguerriti quali il disordine, la borsa nera, la corruzione, la repotenza, la disonestà, se si pensava di costruire tutti insieme, Governo e popolo, una società nuova, giusta dove il potere svolgesse le sue funzioni.
Avevamo perduto la guerra e sentivamo che ci sarebbe stato bisogno di sacrifici per  conquistare la libertà e il benessere sociale. In quel periodo, subito dopo la Liberazione, il popolo era pronto a farli i sacrifici; ci si sentiva come affratellati dalla speranza che valeva bene qualche privazione per essere pure noi artefici della nostra vita e di quella dei nostri figli. Ma ecco invece che cominciano ad arrivare gli aiuti e non in maniera morale, normale, accettabile e benefica, bensì in quantità esagerata che ha falsato tutto lo sviluppo delle nostre sacrosante aspirazioni. Insomma siamo entrati nella storia del dopoguerra come protagonisti non paganti, come entrano in teatro i portoghesi, che lo spettacolo se lo godono meno di tutti perché non hanno pagato il biglietto.
Così noi, non avendo pagato, non abbiamo avuto la soddisfazione di chi si conquista il benessere col proprio lavoro sentendosi soddisfatto di avere collaborato con il Governo. Quale è stata la conseguenza? La spaccatura che si è prodotta tra il popolo e la classe dirigente. Mi sembra che in questa «Napoli milionaria » siano stati profeticamente indicati problemi importanti, da prendere in considerazione ancora oggi: il rapporto cittadino-Stato; la necessità di responsabilizzare l'individuo facendolo partecipare attivamente alla ricostruzione della società, che poi di individui è fatta.
Tutto questo che ho detto non è estraneo all'argomento che ho scelto per la mia interpellanza in quanto gli avvenimenti che si sono verificati dalla fine della guerra ad oggi hanno influito in maniera pesante sulle sorti dell'istituto «Gaetano Filangieri» e di tanti altri istituti di rieducazione dei minori. Alla fine del 1981, invitato dai ragazzi e dal loro direttore, dottor Luciano Sommella, ho visitato il «Filangieri» e come l'ho trovato ve lo posso dire in due parole. Camere da letto tutte con docce e servizi igienici per due o tre ragazzi; cucina enorme e pulitissima; ogni gruppo di 15 ragazzi ha un televisore e un accogliente ambiente per il tempo libero; per l'aria, un cortile molto vasto e un piccolo gruppo di ragazzi sotto controllo della magistratura va a lavorare fuori presso artigiani. In genere sono 60 ragazzi, ma durante l'anno ne passano oltre 1.500 che poi vanno smistati in altri istituti. C'è perfino un teatrino che io stesso inaugurai in occasione di quella visita! Un  complesso veramente degno, dove i ragazzi vengono curati, assistiti secondo princìpi umani e civili, non solo, ma vengono istruiti e perfezionati ognuno nel mestiere da lui scelto.
Naturalmente — c'è da aspettarselo — le finanze non sono adeguate alle necessità di un istituto del genere. Ma non è questo il punto nevralgico della situazione. I ragazzi di 11-12-13 anni, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù, entrano nell'istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l'asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale.
Finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l'imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il «Filangieri». È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell'istituto che, durante la mia visita di quel giorno, chiesi (e mi fu accordato dal dottor Luciano Sommella) di avvicinare da solo a solo. I ragazzi mi dissero: «Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e daccapo». Ora bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità.
Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l'Europa e l'America, e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti, mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord.
Illustri senatori e amici, ho girato il mondo e ho constatato con questi occhi qual è il rendimento del lavoratore italiano e qual è il suo vivere civile quando si trova all'estero. Ne ho conosciuti a centinaia,
sia in America che a Londra, specialmente a Londra dove non c'è differenza, nessuna differenza, tra
una tazza di tè e un bicchiere di vino del Vesuvio, dove l'emigrante, per dirla alla Troisi, trova quel riconoscimento che nel proprio paese di origine gli viene negato.
Ecco che il napoletano, quello appartenente alla categoria di cui ci stiamo occupando, se vuole vivere e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. 
E sarebbe una vita questa?
È necessario ora, prima di chiudere il mio intervento, che vi parli brevemente della celebre nave Caracciolo. Sono certo che molti di voi, illustri colleghi, ricordino lucidamente quale compito fu affidato a questa enorme corazzata, a questa imbarcazione. Il progetto fu ideato nel 1917 da un ammiraglio, le sue richieste furono ben viste e in breve tempo accettate dal Governo di quel tempo. Fu così che il fortunato ammiraglio poté realizzare il suo sogno: ebbe in dotazione dallo Stato una vecchia corazzata su cui vennero ospitati i figli dei marinai, quelli dei pescatori e gran parte dell'infanzia abbandonata. L'intero equipaggio della provvidenziale corazzata, tutti diciottenni, si rendeva conto della disciplina di bordo: lavoro sodo, rigoroso, adatto allo sviluppo fisico, imparava a leggere, a scrivere, attraversava i mari, veniva a contatto con altri popoli e altre civiltà, aria sana, sole e volontà di vivere. Da mozzi diciottenni, diventati marinai venticinquenni, se ne tornavano alle loro case, presso le loro famiglie, orgogliosi, felici e schizzanti salute dagli occhi.
L'iniziativa ebbe un successo trionfale, arrivò persino sulle tavole dei caffè chantans. Viviani — allora faceva solamente il varietà, non aveva ancora la compagnia di prosa - mise in giro una canzone. Vi dico i versi: 
«Addio botte co' pere, capriole pe' a città, pezzulle 'e marciapiedi non me siente chiu' ronfa'. Io tengo chi m'ha dato vitto, alloggio e civiltà. 'A folla dei scugnizzi mo' so' a meglio gioventù, fotografa 'sti pizzi che addo' vai non trovi chiu', e quanno torni in patria sviluppa e fà vede': tenimmo sempre roba megli' e te».
L'ammiraglio Caracciolo dovette pensare: forse riesco a riunire i ragazzi dell'istituto «Le cappuccinelle» (così si chiamava allora l'istituto «Gaetano Filangieri» di oggi); la marina italiana ha bisogno di marinai. Dopo la guerra '14-18, la nave Caracciolo durò altri dieci anni. Non mi sono note le ragioni della sua scomparsa, ma, avendo vissuto l'epoca cui mi riferisco, posso solo ipotizzare che i fermenti fascisti, dopo quella guerra, erano agli albori. Giorno dopo giorno Mussolini guadagnava quota. Non starò qui a raccontarvi la storia di come nacque il fascismo ma, in riferimento alla nave Caracciolo, si trattava di una vecchia corazzata. Chissà, forse quell'iniziativa del vecchio lupo di mare, l'ammiraglio, fu accolta da Mussolini.
Lui visse quei tempi e ci possiamo spiegare la nascita del balilla: per i diciottenni, il premilitare. E ancora, le giovani italiane, le colonie marine, i treni popolari, il dopolavoro: tutte istituzioni che hanno qualcosa in comune con la vecchia corazzata. 
L'Italia, diceva l'ammiraglio, ha bisogno di marinai. In sostanza, il progetto del vecchio ammiraglio, secondo le idee e abitudini mussoliniane, diventò macroscopico. 
Illustre signor presidente Amintore Fanfani, egregio signor Ministro di grazia e giustizia, onorevoli senatori di ogni partito e tendenza, non desidero una seconda nave Caracciolo. Propongo invece di sollecitare il Governo affinché dia il via all'assegnazione al «Filangieri » di uno spazio in una località ridente su cui costruire un villaggio con abitazioni e botteghe dove i giovani, già avviati a mestieri e all'artigianato antico, possano abitare e lavorare ognuno per conto proprio, assaggiando in tal modo il sapore del frutto sulla loro sacrosanta fatica, recuperando la speranza e la fiducia di una vita nuova che restituisca loro quella dignità cui hanno diritto e che giustamente reclamano. Le infinite specializzazioni di arti e mestieri (pellettieri, fabbri, restauratori, ebanisti, pittori, sarti, cuochi, pasticcieri eccetera) renderebbero il villaggio un centro operoso di qualificati prodotti artigianali, di cui tanto si auspica il ritorno, e ciò sarebbe non solo un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica
per questi giovani del villaggio che mi augurerei potesse assumere il suo vecchio nome «Le cappuccinelle». Quel grandissimo poeta napoletano, Giuseppe Marotta, definì i napoletani in genere «Gli alunni del sole». 

(Applausi dall'estrema sinistra, dalla sinistra, dal centro-sinistra e dal centro. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Il Governo ha facoltà di rispondere alla interpellanza.


DARIDA, ministro di grazia e giustizia. Signor Presidente, onorevoli senatori, innanzi tutto mi associo alle parole indirizzate al senatore De Filippo dal presidente Fanfani. Vorrei precisare, a proposito della questione del «Filangieri» che poi si inquadra nel complesso del più vasto problema degli istituti di pena minorili e del reinserimento dei giovani nella società, che il «Filangieri», come ha ricordato il senatore De Filippo, è un istituto di osservazione maschile per minori in custodia preventiva: si tratta cioè di un istituto penale i cui fini non possono essere e non sono puramente rieducativi, in quanto la competenza dei provvedimenti
rieducativi adottati... 

ANDERLINI. Secondo la nostra Costituzione la pena deve essere sempre rieducativa.

DARIDA, ministro di grazia e giustizia.
 Lei è impaziente, non mi lascia finire, in quanto i provvedimenti, senatore Anderlini, adottati dall'autorità giudiziaria minorile rientrano nell'ambito della competenza amministrativa civile, come lei sa, essendosi occupato anche ampiamente di queste cose, e quindi dovrebbe ricordare che tali competenze sono state trasferite dal 1° gennaio 1978 agli enti locali, secondo le previsioni del decreto n. 616 del 1977.
Si tratta in sostanza di un settore di collaborazione necessitata dalle leggi di decentramento fra l'autorità statale penitenziaria, le regioni e i comuni. Purtuttavia, nell'ambito della esecuzione dei provvedimenti penali di restrizione della libertà personale, l'istituto «Filangieri» si adopera, come ha ricordato il senatore De Filippo, per assicurare ai minori, che spesso anche per periodi brevissimi vi sono ristretti, una serie di sostegni di natura educativa, psicologica, scolastica, professionale e di cura e anche l'avvio dei minori nella maggiore misura possibile al lavoro all'esterno in collaborazione con le locali organizzazioni dell'artigianato.
All'interno dell'istituto funzionano invece sei corsi professionali finanziati dalla regione Campania, quattro classi di scuole elementari e due corsi di scuola media per i lavoratori. A tutto ciò si aggiunge un'attività di tempo libero affidata ad enti diversi e a varie iniziative.
L'istituto è purtroppo allocato in un vecchio edificio del centro di Napoli. Questa  circostanza, malgrado le notevoli opere di riadattamento effettuate, che fra parentesi ne hanno ridotto la capienza a poco più di 50 posti, ne condiziona gravemente la piena e soddisfacente funzionalità. È stata pertanto programmata da molto tempo la costruzione di un nuovo istituto minorile destinato a sostituire il vecchio «Filangieri». Un'area idonea è stata individuata nella località di Barre, ma le vicende inerenti alla difficoltà di progettazione, anche in relazione alle esigenze più, moderne in questo campo, hanno mandato a vuoto negli ultimi anni i ripetuti tentativi di giungere all'assegnazione del relativo appalto.
Secondo i nuovi orientamenti emersi anche in questi ultimi mesi, l'amministrazione della giustizia è orientata verso l'ipotesi della concessione — come già è avvenuto per la seconda casa circondariale di Napoli — che dà più concreta e rapida possibilità di soluzione del grave problema. Questo lascia sperare che in un tempo relativamente breve, conoscendo i nostri tempi tecnici, sia possibile avere in località idonea e con architetture e attrezzature idonee un istituto minorile a Napoli del tipo auspicato dal senatore De Filippo.
La mia risposta non sarebbe completa se non facessi presente che il caso dell'istituto «Filangieri» va inquadrato non soltanto nei drammatici problemi dell'area napoletana, dove purtroppo dalle statistiche emerge che il ricorso alla carcerazione preventiva dei minori appare superiore alla media nazionale, ma anche nei limiti obiettivamente posti dalla legislazione minorile vigente ad un diverso tipo di intervento penale nei confronti dei minorenni.
Si tratta cioè di affrontare anche due ordini di problemi: il primo è quello della  collaborazione concreta tra l'amministrazione centrale della giustizia e gli enti locali, cioè le regioni e i comuni. In proposito, di intesa con le regioni, si sono tenute una serie di riunioni, l'ultima delle quali si terrà il 29 prossimo venturo, a capo delle quali dovrebbero essere indette, specialmente là dove le regioni sono più funzionanti, conferenze sui problemi attinenti alla giustizia di competenza regionale, cioè quelli che attengono all'assistenza sanitaria, alla rieducazione, al reinserimento dei detenuti ed anche dei giovani nella società, tenendo presente che le vecchie istituzioni di patronato collegate alle procure della Repubblica sono state praticamente disciolte dopo il decreto n. 617 e conseguentemente non funzionano più.
Altro problema grave che si connette a questo è quello della riforma complessiva della legislazione che riguarda i minori. Debbo ricordare che nel corso della VI legislatura, a seguito dei lavori di una commissione ad hoc, fu presentato in Parlamento un disegno di legge concernente la delega per l'emanazione di nuove norme in materia di interventi penali nel campo minorile, ripresentato poi nel corso della passata legislatura, ma entrambe le volte senza successo. Durante questa legislatura un'ulteriore e più approfondita elaborazione ha formato oggetto dei lavori di un'altra commissione e sulla base di questi lavori ed anche di osservazioni critiche che nel frattempo sono pervenute il Governo si riserva entro l'estate di presentare un nuovo disegno di legge sui problemi penali riguardanti i minori.
Desidero assicurare il senatore De Filippo, ringraziandolo anche a nome dell'amministrazione della giustizia per il suo personale e prestigioso intervento e per l'opera che svolge nei confronti di questi minori, che per quanto riguarda in particolare il «Filangieri» di Napoli saranno accelerate tutte le iniziative per realizzare nell'area già destinata un nuovo ed adeguato insediamento, pur tenendo presente che esso sarà, purtroppo, data la dimensione del problema nell'area di Napoli, un contributo piccolo, ma non per questo meno significativo e rilevante con funzioni-pilota per i problemi complessivi posti alla gioventù napoletana da un complesso di condizioni e circostanze storiche, sociali, molte delle quali il senatore interpellante ha qui ricordato.

DE FILIPPO. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE FILIPPO. Signor Presidente, prima di tutto faccio presente che da qui non mi sono arrivate tutte le parole del Ministro in modo da poter comprendere il concetto esposto. Ad ogni modo ho capito che si vuole creare un altro istituto più ampio, più bello, più arioso. Io però ho esposto il problema di quando questi ragazzi escono dall'istituto.
Possono uscirne colti ed istruiti, anche a livello di professionisti e non solo come artigiani. Gli altri però hanno bisogno di quanto io ho detto e su questo problema ritornerò di nuovo perché il mio intervento non si limiterà solo a questo.

Fonte: Archivio del Senato della Repubblica.






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