martedì 15 maggio 2012

PUPELLA MAGGIO Nata Giacinta, detta ‘a Duse’


L'ARTE DELLA COMMEDIA



Aveva festeggiato gli ottant’anni in un ristorante romano fuori porta, tra pochi intimi, con la spensieratezza di una ventenne ballando addirittura "la lambada" con il coetaneo e compagno d’arte Pietro De Vico. A quanti le chiedevano i segreti di una vitalità che sembrava destinata ad irridere i luoghi comuni sulla vecchiaia, Pupella Maggio (1910 - 1999) amava ripetere che al primo posto della scala dei valori bisognava mettere la capacità di non crearsi problemi, poi la moderatezza a tavola ed infine, anzi prima di tutto, la fortuna di un Dna favorevole.
Ma sull’enunciata capacità di saper sgusciare tra i paletti dello slalom esistenziale forse Pupella esprimeva non tanto un’affermazione di principio quanto un vagheggiato desiderio di dare realtà ad un sogno, giacché non era proprio nel suo temperamento far da spallucce a tutto, o quasi tutto. Semmai v’è stata donna ed attrice di carattere forte, pronta alla battuta feroce dietro l’apparenza conciliante, questa è stata proprio la figlia d’arte battezzata con il floreale nome di Giacinta, ma da tutti e da sempre chiamata Pupella forse perché al suo primo anno di vita era apparsa in scena, su una cesta sorretta da papà Domenico, nella commedia di Eduardo Scarpetta La pupa movibile. Dalla moglie Antonietta, "don Mimì" – com’era universalmente conosciuto il padre di Pupella – aveva avuto la bellezza di sedici figli, molti dei quali sopravvissuti per poco, come purtroppo accadeva ancora nei primi anni del Novecento. Ben sei "guaglioni" Maggio avevano deciso di intraprendere la professione paterna, il successo arridendo ugualmente al temperamentoso Dante, alla spiritosa "soubrette" Margherita, al comico brillante Enzo, al comico grottesco Beniamino, alla volitiva ed effervescente Rosalia: e naturalmente alla sempre più affermata Pupella. La consapevolezza dei suoi eccezionali doni nativi spingeva peraltro "la pupa movibile" dell’esordio in fasce a qualche autocompiacimento di troppo, mal tollerato nel competitivo clan familiare, al punto che i fratelli erano arrivati malignamente a chiamarla "‘a Duse" imputandole una qualche aria da Divina.
Pettegolezzi a parte, Pupella era arrivata ai vertici salendo ad uno ad uno i gradini dell’"arte", senza salti spericolati e voli rischiosi, bensì coniugando ansia di perfezionamento, rigore di metodo, intuizioni tempestive per trascorrere dalla farsa e dalla sceneggiata tragico-sentimentale della paterna Compagnia itinerante alle tavole del fiorente varietà partenopeo, dalla commedia dialettale alla drammaturgia di respiro europeo, anzi internazionale, essendo stata capace di negarsi ad un certo punto perfino ad Eduardo pur di sottrarsi al maso chiuso della "napoletanità". Non era l’urgenza di una spinta culturale a muoverla verso questo o quel traguardo, bensì l’istinto infallibile di un animale da palcoscenico consapevole di aver frequentato la scuola soltanto fino alla seconda elementare ma orgogliosa di capire subito dove erano gli autentici valori, quali dovevano essere le tappe della crescita artistica, dove, come, quando conveniva far imprimere una virata al suo vascello corsaro.


Da Napoli a Brecht
Aveva già varcato la soglia dei quarant’anni quando la Compagnia dei Maggio si sciolse e ciascun fratello proseguì per la propria strada, Dante lavorando accanto alla mitica Anna Fougez, Beniamino entrando nella formazione della Maresca, Rosalia svariando imperterrita dall’operetta alla rivista, Pupella accettando una scrittura con la Scarpettiana, prima del decisivo incontro con Eduardo.
Fu il grande successo conseguito in Sabato, domenica e lunedì a proiettare al centro della ribalta nazionale un’attrice che non aveva dalla sua un’abbagliante bellezza, un curriculum da "star", la grancassa del "gossip". Ma in quello stesso 1959 della perentoria affermazione a fianco di Eduardo, l’imprevedibile Pupella lasciò la Compagnia del grande autore-attore napoletano per gettarsi nell’avventura dell’Arialda di Giovanni Testori, tentata dalla personalità magmatica di Luchino Visconti. Non paga della storica battaglia accesasi sulla tribolata vicenda testoriana, Pupella accettò ben presto un’altra sfida impegnandosi due anni dopo nel dramma di Giuseppe Patroni Griffi In memoria di una signora amica dove impersonò una travolgente Gennara, accanto alla Mariella affidata dal regista Francesco Rosi alla mediazione interpretativa di Lilla Brignone.
Il binomio Eduardo-Pupella si ricompose quasi subito, ma quello che pareva il definitivo approdo al porto più sicuro non trattenne l’inquieta figlia d’arte dal cimentarsi nuovamente in un altro dramma di Patroni Griffi, dando vita all’inobliabile personificazione di Violante in Persone naturali e strafottenti, ed addirittura di tentare la strada dell’avanguardia, o perlomeno di un nuovo modo di fare teatro, accettando di lavorare accanto a Mario e Maria Luisa Santella in La monaca fauza del settecentesco napoletano verace Pietro Trinchera.
L’urgenza di nuove esperienze, il senso di impagabilità che le restava in retaggio anche dopo un’interpretazione trionfale, la spinse, ad esempio, a non accontentarsi degli osanna tributatile per la sua inobliabile personificazione di Concetta nell’eduardiano Natale in casa Cupiello così da rimettersi quasi subito in discussione come protagonista di La madre che Bertolt Brecht ha tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Gorkji. Addirittura rabbrividente è stato il suo immedesimarsi nelle lacere vesti e nelle forti passioni di una popolana ignorante e pia che viene casualmente coinvolta nelle attività rivoluzionarie del figlio per infine buttarsi a corpo morto nella rischiosa avventura, dopo la fucilazione del suo ragazzo.
Nel nome di Gorkji-Brecht era frattanto avvenuto il decisivo incontro di Pupella con il regista Antonio Calenda che qualche anno dopo avrebbe immaginato, scritto e diretto per lei Na sera ‘e maggio riuscendo nell’impresa di riaccostare "la cartuscella e palomma", assurta ad interprete eduardiana per antonomasia, alla "pecorella sempre nera, fregata dalla bellezza" come si autodefiniva l’effervescente sorella Rosalia e all’allora ottagenario Beniamino moscio nel parlare, lento a camminare, basso di statura, per di più sempre tormentato da "segatura d’int’ a coscia". Come la schiatta dei De Filippo, anche i Maggio provenivano "dall’arte", discendendo per li rami da Antonio Petito che quattro anni prima di morire in scena durante una recita di La statua vivente spaventata da Pulcinella aveva non a caso scritturato Eduardo Scarpetta facendo in tempo a scrivere per lui Felice Sciosciamocca, creduto ‘e guaglione ‘e n’anno. Anche i Maggio, insomma, provenivano da quell’alta e povera scuola del San Carlino che di generazione in generazione di Pulcinella è stata la mitica roccaforte del teatro in lingua napoletana

Uscirne in tempo
Ma se di Eduardo, Peppino e perfino Titina, tutti e tre autori-attori, restano i testi a parlare per loro nei secoli, della dinastia dei Maggio – a parte qualche spezzone cinematografico o qualche frammento televisivo – non resterà che l’effimero ricordo degli spettatori più anziani, la testimonianza approssimativa di recensori più o meno benevoli, la favola bella di una tradizione orale. Forse anche per questo mi piace ricordare Pupella non tanto per il suo ultimo "exploit" del 1987-1988 in Aspettando Godot di Beckett, accanto a Mario Scaccia, Aldo Tarantino, Cesare Gelli, con la regia manco a dirlo di Antonio Calenda, ma nel ruolo per me nuovissimo di amabile interlocutrice quale mi fu concesso durante i felici giorni di un lontano festival di Todi diretto da Silvano Spada. Devo proprio alla cortesia dell’antiquario teatrofilo, animatore dell’allora fiorentissima rassegna umbra, il sottile piacere di una straordinaria chiacchierata con Pupella che, avvertendo la cadenza inconfondibile della mia nativa venezianità, ad un certo punto mi propose di "parlare ciascuno la propria lingua". Accettai presuntuosamente la sfida con il risultato che lei capiva tutto del "dolce lenguazo" goldoniano – rifacendomi amabilmente il verso – ed io quasi nulla delle sue preziosità partenopee. Proprio questo la divertì un mondo, al punto che mi diede appuntamento per l’indomani e per un altro pomeriggio ancora, giusto alla vigilia del mio indilazionabile ritorno a Milano.
Di teatro parlammo poco, appena il tempo perché mi confermasse il suo definitivo addio al palcoscenico, non già perché "non ce la facesse più" come insinuava qualche stronzo (sic), ma perché voleva tener fede alla promessa fatta ad Eduardo di "uscirne in tempo", prima che fosse la ribalta a farle inequivocabilmente capire che era ora. Tossicchiando tra una sigaretta e l’altra, accarezzando quasi in continuità uno "yorkshire" ancora più magro di lei, passandosi ogni tanto una mano sui capelli, si lasciò andare per qualche tempo sull’onda dei ricordi evocando la sua infanzia e la sua adolescenza di figlia d’arte in gara perpetua con gli amati-detestati fratelli, l’autentica amicizia con alcuni colleghi di ieri e di oggi, i rapporti non sempre facili con l’esigente ed imperioso Eduardo, la sostanziale allergia nei confronti della televisione. Poi all’improvviso trascorse dalla cavalcata nostalgica – in cui peraltro non concedeva assolutamente spazio al minimo riferimento sentimentale – all’aneddoto sbarazzino: "Lo sa che potrei avere il doppio degli anni, essendo nata due volte? Avevo sempre festeggiato il mio compleanno il 10 di ottobre, ma quando ho dovuto chiedere i documenti per sposarmi ho scoperto di essere nata il 24 aprile. Di colpo mi hanno invecchiata di mezzo anno."
In quell’estate serena Pupella non poteva immaginare che avrebbe mancato per un soffio il traguardo dei novant’anni. Forse per scaramanzia mi aveva invitato fin da allora alla festa del suo centenario, un po’ delusa perché non sapevo ballare la prediletta "lambada".

 di Gastone Geron




 

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