martedì 15 maggio 2012

Intervista a Lina Sastri


L'ARTE DELLA COMMEDIA




Ho cominciato a lavorare con Eduardo come comparsa. Un vecchio attore che lavorava con Eduardo e che adesso è morto, Gennarino Palumbo, abitava vicino casa mia a Napoli. Io avevo appena debuttato con la Danieli, avevo 18 anni, ero giovanissima. E lui mi disse: "Vieni così ti presento Eduardo. Cerca giovani attrici". Io andai e lui mi prese. Mi prese, io ero una giovane attrice promettente nel panorama napoletano di allora, ma accettai di fare la comparsa con lui. Si trattava de Il sindaco del rione Sanità, dove io entravo alla fine del terzo atto come comparsa muta. Poi, durante quell’anno, quella stagione, Eduardo mise in scena Gli esami non finiscono mai, con un cast numerosissimo.
Il primo giorno, Eduardo stesso leggeva la commedia e non diceva chi erano gli attori che avrebbero interpretato i personaggi. Prima di dare la distribuzione, Eduardo passando un giorno mi disse: "Ma tu sai cantare? So che sai cantare". Io speranzosissima risposi: "Sì". E quindi pensavo che poi mi avrebbe assegnato il ruolo della cantastorie che invece andò, e giustamente, alla grande Isa Danieli, che era attrice con Eduardo da tanti anni. Il giorno in cui lesse i personaggi, andava dall’inizio alla fine ed io non c’ero mai. Il cantastorie non ero io, vari personaggi, anche le mie amiche attrici che avevano appena cominciato avevano due o tre personaggi ognuna, non c’ero, non c’ero mai. Fui l’ultima, Camilla, avevo due battute alla fine del terzo atto. Poi, durante le prove me ne scrisse un’altra di battuta, al momento, un’altra e poi un’altra. Capitò anche che in quella commedia un’attrice si ammalò, come sempre succede alle attrici, ed io la sostituii all’ultimo momento. Era Bonaria, il ruolo di Bonaria che io avevo molto amato e che ancora ricordo quando me lo disse, me lo disse lui.

 Cominciò appunto con la sostituzione – questo classico fatto che succede nella vita delle attrici – l’incontro, diciamo personale, con Eduardo, da cui poi nacque la grande fortuna, il grande privilegio, non soltanto di aver conosciuto un maestro – cosa che ai giovani adesso tanto manca –, ma anche di aver conosciuto la persona di Eduardo. Perché lui poi mi onorò nel tempo della sua grande sensibilità unita al rigore, mi onorò nel tempo della sua stima e credo anche dell’amicizia.In compagnia sono rimasta pochi anni. All’epoca dell’esperienza come comparsa ero una ragazzina, spudorata come tutte le ragazzine e quindi anche presuntuosa come è logico essere a una certa età. E ricordo che stavo all’ultimo piano, all’ultimo camerino, e forse parlando con i miei compagni, forse ad alta voce, senza dubbio ad alta voce, ricordo che dissi: "Ah, no! Strelher, Strelher, devo andare, perché...". Forse lui sentì e mise una prova nel pomeriggio. Non mi onorò del suo rimprovero, non avrei meritato tanto onore e fece bene. Tante cose mi ha insegnato coi fatti e non con le parole, coi silenzi e non con le parole. Mise la prova, poi guardava me, fece entrare tutti gli attori che provavano e, arrivato il mio momento, io entrai: "Ecco vedete, non sapete neanche entrare in scena e già volete fare, volete andare da Strelher, volete fare…". Quante cose mi insegnò con questa prova. E ancora una sera, io facevo una donna di strada, la ragazza di un delinquentello di quartiere. Entravo alla fine del terzo atto, col mio vestitino rosso, corto, piena di collane, bracciali robe varie, perché erano da scena, erano da copione, erano mie personali ma erano da copione. Una sera non li misi, "tanto – pensai – chi mi vede. Sto in fondo al tavolo, il tavolo del discorso del sindaco di rione Sanità, con tutti presenti, l’ultima scena, chi mi vede sono quasi in quinta". Non so perché, sempre con quella famosa spudoratezza e presunzione che ho imparato a tenere a bada per fortuna. Entrai senza e lui fece il discorso del sindaco in scena, e disse: "Siamo qui, anche questa sera, voi siete arrivati con le vostre donne, con le vostre donne con le collane i bracciali" e mi guardava, io non so se mi guardava ma mi sentii guardata, mi sentii morire. E anche in questo caso capii con i fatti. E così tante altre volte è stato.

 Sono stata poco, sono stata comparsa ne Il sindaco, comparsa con onore di sostituzione ne Gli esami non finiscono mai, poi feci Natale in casa Cupiello, che è il massimo, e anche lì sostituivo qualcuno, molto velocemente ci fu questa sostituzione, per cui mi ricordo soltanto questo trucco esasperato, questi capelli incollati, questo trucco bellissimo, questa preparazione... Ricordo il trucco delle sue mani, quando faceva la parte dell’amante di Ninuccia e faceva vedere all’attore come toccare la spalla di una donna che si ama in segreto. Non è che lo diceva, lo faceva.
Poi partecipai sempre con piccolissimi ruoli negli "Scarpettiani".
A proposito di Pupella Maggio, con Pupella ho debuttato. Nel senso che la conobbi proprio la prima volta che feci una cosa, sempre sostituendo un’attrice all’ultimo momento, ma proprio ragazzina, ero una cosa d’estate ed era La commedia dei travestimenti, io facevo la protagonista. Fu la prima cosa in assoluto che feci quando ancora non sapevo che avrei fatto teatro, che avrei fatto l’attrice. E quindi ero vestita da uomo, un uomo di questa commedia del Seicento, e avevo una battuta in cui uscivo dicendo: "Vado tosto" e lei guardandomi disse: "Non credo".
Poi mi ricordo che lei in Natale si affaccendava per dirmi: "guarda, esci qua, devi entrare di qua", perché era una sostituzione ed Eduardo le disse: "Ma Pupe’, a guagliona s’avvilisce", così perché avevo tutte queste frasi che mi arrivavano!
Natale in casa Cupiello si provava non in un teatro ma a Cinecittà, in un luogo adibito a teatro. Mi ricordo, c’era Nanni Moretti – io stavo facendo Ecce Bombo in quel periodo con Nanni Moretti – e lui voleva conoscere Eduardo. E un pomeriggio venne con un suo nipotino e disse: "Aspetto fuori dagli studi". Io entrai per registrare una scena e poi dissi a Eduardo: "Guardate, ci sta un regista importante che vorrebbe assistere" e lui disse: "No oggi no, è una scena importante, non è il caso". Quindi io uscii e dissi a Nanni: "Guarda non puoi entrare". "Ma glielo hai detto che sono Nanni Moretti?". "Gliel’ho detto".
Ricordo Eduardo che dirigeva da fuori e metteva ognuno al suo posto per i movimenti, ricordo il finale, quando il personaggio di Eduardo era paralizzato, aveva mezza bocca paralizzata, ed io avevo questo momento – facevo Ninuccia – in cui andavo da lui, gli prendevo la mano e mi curvavo sul letto mentre lui era moribondo, e lui univa la mia mano con quella del mio amante pensando che fosse mio marito. In quell’attimo, mentre giravamo, mi venne un colpo di tosse, lui pensò fosse un singulto di pianto, credo, e sempre insegnandomi ancora una volta che io ero troppo vera e che non bisogna concedere totalmente la verità proprio per concedere quella verità che è necessaria mi disse (sempre con la bocca... a metà): "Nun è o vero, nun è o vero".
Pensava che avessi un singulto di pianto come personaggio, invece quella volta era solo un colpo di tosse.
Ne Il coraggio de nu pumpiere napulitano facevo questo personaggio, questa ragazza violentata che arriva velocemente e racconta. Trovai i miei costumi in camerino, li misi e facemmo la prova. Entrai correndo, dicendo quello che dovevo dire, facemmo la prova quindi Eduardo si avvicinò e strappandomi un po’ i vestiti, proprio manualmente, disse: "Volete essere bella per forza, questa ragazza viene da una violenza" e anche lì mi insegnò che non bastava mettersi i vestiti trovati in camerino, ma che comunque l’intervento personale di un attore consapevole di quello che deve fare è importante. Poi, andandosene, alleviò la cosa: "E’ lo stesso".
Forse però si trattava del Il nipote del sindaco. Io facevo quasi sempre la comparsa in questi lavori di Scarpetta, in una sola commedia ho fatto questa ragazza e non so se era Il nipote del sindaco o Lu curaggio... E’ passato tanto tempo, non mi ricordo.
Quanto alle improvvisazioni, non ricordo le improvvisazioni di Eduardo ma ricordo quelle di Peppino. Addirittura, la prima volta che leggevo una sua cosa, improvvisò per vedere se io riuscivo a rispondere al soggetto che lui faceva, perché è importante non soltanto aprire un soggetto ma chiuderlo. Chiudere un’improvvisazione più che aprirla perché ad aprirla uno si può trovare prigioniero.


 Per quanto riguarda Eduardo non le ricordo, ma sono sicura che, essendo lui oltre che attore, drammaturgo, regista, autore di quello che faceva, non poteva che essere padrone dell’improvvisazione, e cogliere il momento, quella sera, quello che in qualche modo il pubblico ti suggerisce.
Anche la fisicità era importante. Particolarmente per me che non sono un’attrice di voce. Credo che non è mai casuale essere in un certo modo, la faccia, il gesto, la mano, la voce, la voce di oggi e non quella di ieri, il capello di oggi, non quello di ieri. Non sono un’attrice di maschera, diciamo. Però Eduardo mi sembra che scegliesse anche gli attori in base a una fisicità, diciamo come criterio quasi cinematografico, nel senso che dava importanza al ruolo, una volta esistevano a teatro i ruoli: la prima attrice, il primo attore, la seconda donna, che è brava come la prima attrice ma non può essere prima attrice perché non ha il carisma.
Non basta essere bravi per essere primo attore, cioè per avere qualcosa per cui la gente paga il biglietto per venire a vedere te, puoi essere forse anche meno bravo ma è un qualcosa di differente. Viene poi il caratterista, l’attor giovane e tutto questo è segnato da una fisicità, adesso non c’è più questa magnifica differenza. Ed è naturale che dovrebbe esserci. E’ il teatro, quella cosa così rara a vedersi oggi. Il teatro. Era così, rispettava la divisione. Poi c’era quell’altra divisione, quella che faceva Eduardo: artista, attore, facciatosta, battutaro. Cioè, facciatosta è quello che non è un attore e che si trova per una sera ad avere la facciatosta di fare qualche cosa e gli va pure bene in quel momento, perché ha la faccia tosta... non ha vergogna, non ha pudore, e non c’entra niente con l’attore e con l’artista neanche. Il battutaro è colui che ti dà le battute e te le dà, cioè sa risponderti, spalla. Poi c’è l’attore che è colui che recita e l’artista che è colui che è.
Io ricordo di lui veramente più l’uomo che l’artista, del resto che posso dire di un artista inconfutabile! E quando ho avuto la fortuna di stare un poco accanto a lui, in piccolissime cose, per fortuna non ne ero consapevole. Per cui, non essendone consapevole ricordo il meglio, i suoi gesti, le sue azioni, quello che il suo essere, i suoi silenzi mi hanno lasciato. Di lui ricordo soprattutto il grande rigore e la grande sensibilità dell’uomo. Io mi sentivo molto capita da Eduardo come donna, come persona. Lui me lo diceva: "Tu dovevi nascere in un altro secolo, ma visto che sei nata adesso... Dovevi nascere quando si mandavano alle attrici i fiori con le perle dentro, ma visto che sei nata adesso… sorridi però! Sorridi!". Sempre nel suo insegnamento, la qualità, l’interiorità era accompagnata dalla necessaria forma, dalla costruzione, perché non basta l’interiorità. Diceva: "Se tu gli dai un dito al pubblico, va bene, se gli dai un mezzo braccio, ti tira giù". Oppure: "Non bisogna piangere veramente – io purtroppo ancora piango veramente – perché mentre l’attore piange veramente, il pubblico dice: ‘Vedi, sta piangendo veramente!’, intanto si distrae però da quell’emozione che il pianto ti dovrebbe dare".
Sono andata via. Lui mi richiamò poi – quando facemmo la compagnia con Luca, ci vedemmo da lui a Velletri in campagna – proponendomi di essere compagna di Luca in quest’avventura. E io fui molto onorata e molto contenta. Poi lessi la commedia e dissi no. E lui disse: "Come no?". Il ruolo era quello di una cameriera, ma una cameriera brillante, importante, che poi credo abbia fatto Angela Pagano, quindi non è facile farli questi ruoli. Disse: "Titina non bissava qua, ma trissava", Titina, che secondo me è la più grande attrice, per me è un concetto di vita, come attrice e come persona. E io gli dissi: "Ma io non sono Titina". Anche lì, forse la presunzione, forse l’orgoglio, non lo so. Comunque, in qualche modo, sentivo che non era quello il percorso che volevo fare, era un altro e lo seguii con coraggio, non so fino a che punto sono stata premiata o fino a che punto ho fatto bene, non lo so, lo seguii, con sincerità. Poi mi chiamò una volta, pensava a un recital, un recital sulle guerre napoletane. Un recital musicale. Lui mi disse: "Qualcuno potrebbe venire e vestirsi con l’abito da sera, invece io ti vorrei vestire da soldatino". Non è detto che questo non lo farò, io, adesso. Non lo so quando. Infatti posseggo un nastro, preziosissimo per me, in cui lui a casa sua mi cantò tutte le canzoni della guerra, quella che aveva fatto lui, la prima, e qualcun’altra e me le canticchiò.
Finché è stato possibile, ho continuato a frequentarlo. Poi mi ha richiamato per una sua regia. Nell’83 dovevo fare i Sei personaggi in cerca d’autore, la figliastra – da gennaio in poi – e lui mi chiamò prima per fare Mettiti al passo, che era di Brachino, che adesso fa il presentatore. E fa bene a fare il presentatore, perché secondo me l’autore non lo doveva fare, era sbagliato, con tutta la simpatia per Brachino. E poi si disse, appunto: come fa un autore a chiamarsi Brachino? Non ho niente contro Brachino, mah. Scrisse questo Mettiti al passo, che faceva parte, diciamo, dei ragazzi che seguivano i corsi di Eduardo. Eduardo lo mise in scena con la sua regia e mi chiamò per farlo come attrice, insieme a Graziosi e Antonio Fassari. Non era un testo meraviglioso, nato da un’idea di Eduardo ma messo a punto, scritto da Brachino. E anche lì ci fu modo di imparare tante cose. Tante cose in scena e tante cose fuori scena. Sempre per me più fuori scena che in scena, per la mia attenzione alla persona, al maestro di vita. D’altra parte, io non credo che il teatro, se è la tua vita, non abbia a che fare con la vita.
Durante queste prove, che poi sono registrate per fortuna – è un lavoretto bellissimo –, mi disse tante cose, soprattutto notò dei difetti, è importante capire gli errori. Per esempio, c’era una scena in cui dovevo essere ubriaca e lui la fece, e io tentai di rifare. Naturalmente non si capiva una parola di quello che dicevo e lui questo mi disse, mi correggeva giustamente, perché disse: "Vedi, l’ubriachezza di una donna non sta tanto nel fatto di non capire quello che dice – anche perché il pubblico deve capire quello che dice, stiamo recitando –, ma sta nel fatto che nel momento in cui è ubriaca diventa amorale. E quindi è libera di dire cose che forse da sobria non direbbe". Senza farla tanto lunga, lui spiegava le cose così come erano, poeticamente, attenendosi alla realtà.
E ricordo le improvvisazioni che facevamo, e quando lui guardava noi – me e Paolo Graziosi che dovevamo fare delle cose, improvvisazioni –, lui faceva i rumori! C’era un momento in cui i due, cioè il protagonista che entra in depressione e quindi pian piano si immagina rumori delle cose che succedono, e la povera donna, la moglie che lo segue disperata in questa odissea di depressione, per cui cerca di assecondarlo in un primo tempo, poi lo lascerà, e sarà la rovina per tutti e due, come sempre è la fine di un amore… c’è un momento in cui lui, il protagonista, immagina delle cose e Eduardo guardava noi due che provavamo. E a un certo punto ci dovevano essere questi rumori che lui immagina, che il protagonista immagina. Eduardo era seduto come me adesso qua e ce li fece. E vedevi il gioco, vedevi la felicità, la gioia, l’abbandono, la purezza del gioco negli occhi di Eduardo. Che grande fortuna averlo visto.




L’ultima immagine che ho di Eduardo è a Taormina. Io c’ero quella sera famosa del "testamento del gelo". C’ero per un altra cosa, perché appunto feci i Sei personaggi e anche lì lui ebbe modo di insegnarmi qualcosa. Io me ne andai, glielo avevo già detto prima che avevo i Sei personaggi. Volli andarmene un po’ prima, venti giorni prima. C’erano dei debutti. Anzi, non volli andarmene io, fui molto felice di andarmene perché sarei stata sostituita poi, dopo la... figliastra, diciamo. E c’era un rodaggio da fare, quindi lui mi chiese di farlo fare all’altra attrice. Io fui felice comunque perché era uno spettacolo che non mi piaceva, che non avevo amato particolarmente. E così dissi: "Bene, vado via prima", e lui disse: "Naturalmente, ti sarà pagato quello che ti si deve". Io dissi: "Ma non importa". "Come non importa! Il danaro è importante. Allora, visto che per te non importa, sarai tu a firmare la tua dimissione".
"Vedi – disse –, io ho conosciuto Anna Magnani, è molto importante la fermezza della donna nel portare avanti la fermezza dell’attrice. Avevo pensato a lei – disse – e lei mi parlò di un attore che era allora suo compagno, ma che pensavo non era adatto a fare il ruolo. Io le dissi: ‘non è adatto’. Lei mi chiese con molta passione: ‘prendilo’, che sarebbe stato adatto. Io le dissi che non era adatto. E lei mi disse: ‘Edua’, se non lo prendi, mi lascia’. E io non presi lei".
Ogni cosa ha un senso, un insegnamento. Come vedi, più nell’uomo che nell’artista, ma l’artista era l’uomo. L’ultimo ricordo di lui però è Taormina. Taormina, la sera famosa in cui io ero per i Sei personaggi in cerca d’autore. Prima di... come tutti ricordano... c’era Pupella... "sai agg’ fatt’ pace co Eduardo", ricordo benissimo questo testamento... io gli dedicai Reginella con Massimo Ranieri, io e Massimo Ranieri abbracciati, ma solo perché gli si era rotto il microfono a Massimo Ranieri... e così lui fece questo testamento, parlando del gelo del teatro che colpì tutti. Ed è vero che il teatro è gelo, è gelo nel senso che è solitudine, come per qualsiasi artista che ha il rispetto di se stesso e del pubblico e delle cose che fa, e solo con quello che fa, e la responsabilità ogni momento di quello che fa gli pesa, lo isola, lo può anche isolare dagli affetti.
Il ricordo di Eduardo che ho – ed ho anche per fortuna il ricordo video come ci sarà questa cosa qui che sto dicendo – è quello del carcere Filangeri di Napoli. Ero in un momento di grande felicità, perché avevo appena fatto Mi manda Picone, era un momento magico di grande successo, i Sei personaggi, tutto insieme. E andai a questa trasmissione che Minà fece dal carcere Filangieri di Napoli, per il quale appunto tutti sappiamo che Eduardo si adoperava. Perché si adoperava per i ragazzi, per i ragazzi che non hanno niente e che, soprattutto, ancora peggio che non avere niente, hanno dei brutti ricordi, che sono più pesanti di qualsiasi altra cosa. E in quell’occasione ci fu il collegamento con Eduardo, perché lui non poteva essere presente, era stato operato all’occhio, il collegamento televisivo dal carcere Filangieri. E lui in quell’occasione mi disse delle cose bellissime, ecco, di cui ancora gli sono grata. Come questa dedica che è qui sul tavolo alle mie spalle. Una sera io andai a vederlo, quella sera che fece una grande serata in onore di Titina, quando parlò con la poltrona vuota. Poi andai a salutarlo, volevo una dedica, volevo un saluto. E lui, dietro il biglietto d’entrata scrisse: "A Lina Sastri, la bella Lina che diventa ancora più bella quando entra in scena". Ed è vero che questo succede a un artista, a un attore. Ed è vero che non succede quando si tradisce.


Fonte....EDUARDO

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