mercoledì 30 maggio 2012

Intervista a Carlo Giuffrè

L'ARTE DELLA COMMEDIA 





Il mio primo incontro con Eduardo avvenne nel 1948, all’epoca in cui frequentavo il secondo anno dell’Accademia d’Arte Drammatica. La sera, andavo sempre a teatro, era quello il mio vero impegno di studio: andare ogni sera al Teatro Eliseo a sentire Eduardo. La mattina andavo in Accademia assonnato, con gli occhi chiusi, a sentire quel poco di lezione teorica. Invece per me l’Eliseo, sentire Eduardo, significava assumere immediatamente, fagocitare, assimilare tutto quello che di magnifico sentivo recitare in questo teatro. Quindi frequentavo, lui mi conosceva, sapeva che esistevo. Stava mettendo in scena La paura numero uno, mentre recitavano Le voci di dentro - lui faceva due o tre commedie insieme, dal momento che stava quattro mesi in scena qui al teatro Eliseo - e mi mandò a chiamare perché aveva bisogno di uno speaker. Sapeva che, avendo fatto l’Accademia, io parlavo in italiano, mentre in compagnia erano tutti napoletani. C’era bisogno di uno speaker, di uno che leggesse un giornale radio. Nella commedia, a un certo punto, nel pieno silenzio, Eduardo accende la radio e io dietro le quinte – dal momento che allora, nel ’48, non c’erano registrazioni - con un microfono dovevo dire: "A proposito di una possibile invasione dell’Europa occidentale..." e via via, poi, a un certo punto, lui spegneva e il mio compito era finito. Nel finale facevo uno dei condomini nella folla, poca roba, ‘na comparsata. Se non che, mentre era in scena Le voci di dentro, dopo tre o quattro giorni di prove, si ammalò un caratterista, un sessantenne, un uomo anziano che faceva la parte del portiere, Raffaele ‘o guardiaporte, che non chiudeva mai il teatro, neanche quando Titina si ammalò la prima volta, non chiudeva mai il teatro. Così Eduardo mi fece fare una prova nel pomeriggio e la sera mi mandò in scena, io avevo vent’anni, ero magro così, dovevo dire una battuta di un anziano, dovevo dire: "Ai miei tempi si sognava bene". Io a vent’anni... E imparai parecchio in quell’ora di prova, perché mi ricordo che mentre muovevo le mani - questa è una cosa che racconto spesso - lui mi disse: "Levate chelle ppalette ‘a miez’". E significava: togliete quelle mani, le muovete troppo. Evidentemente era l’emozione, giovane com’ero... E ho imparato immediatamente a contenere le mani. Fu una lezione importantissima quella. Lui non si perdeva dietro fatti retorici, insegnamenti lapidari, cose precise, nette, che arrivavano subito. C’era chi si spaventava e se ne andava. Invece a me è servito quel modo immediato, anche brusco, se vuoi, di insegnare.




Ricordo che una volta, mentre provavo una cosa l’anno dopo ne La grande Magia, lui mi disse "Che state facendo, state recitando?! Non dovete recitare". Eh... non capivo... Questo significa essere veramente dentro la parte, mentre chi recita rimane fuori, non la vive, non la assimila. Anche quello fu un grande insegnamento. C’è poi una terza cosa che Eduardo mi ha insegnato e che è stata veramente molto utile, e lo è anche adesso che insegno ai miei attori.

Eravamo sempre ne La grande Magia dove io facevo la parte di uno che entrava, lo minacciava - c’era una questione di soldi - e alla fine della battuta dicevo "Perché se nun me rai subito ‘e sold’ io ti sparo" e la didascalia diceva: casca a sedere su una sedia. Allora io entravo in scena, nella prova, dicevo sta battuta e cadevo sulla sedia. Lui mi fermò e mi disse: "Voi siete già stato in questa casa?". Io non capivo se diceva casa per dire teatro, non capivo, ero così giovane. "Come sapevate che c’era una sedia lì?". Mi chiese Eduardo. Effettivamente, aveva ragione, perché ha un’importanza enorme come ci si muove in scena e cosa si deve guardare. Quando lui disse: "In casa mia mi sento un profugo, in teatro so dove mettere i piedi" significava che era in grado di controllare tutto, sapeva come muoversi e guardava un attimo prima se c’era una sedia... Il personaggio si crea così, da una piccola cosa, da un movimento, lì ritrovi tutto: "Siete già stato in questa casa? Come sapete che c’è una sedia?". Piccole cose, piccole, ma che mi sono servite molto.

Nel 1963 ci fu l’esperienza delle riprese televisive de La paura numero uno, che andò poi in onda nell’anno successivo. Io ero già nella Compagnia dei Giovani e l’avevo già frequentato, lui era amico della Falk, di Valli, siamo stati anche un paio di volte a cena a casa sua, ci raccontava aneddoti divertenti, paradossali... Ci raccontò quello famoso del telefono e della televisione. Lo posso raccontare?

Un giorno il suo maggiordomo, l’uomo di casa, gli disse: "La televisione al telefono" - "Si faccia dire chi è" - "E commendatore è la televisione...". Allora lui va al telefono e dice: "Pronto sono Eduardo chi è? "- "Qui è la televisione" - "Aspetti che le passo il frigorifero".

Questa è una delle battute che ci raccontava.

Va bene, insomma, avevo già conosciuto Eduardo, ero già nella Compagnia dei Giovani, avevo fatto Sei personaggi ed in estate mi chiamò per fare un ruolo ne La paura numero uno in televisione, era un personaggio importante, uno dei personaggi principali. Mi ricordo che mentre stavamo seduti al tavolo di lettura per provare la commedia, venne Barbato, un giornalista importante della Rai e annunciò la drammatica notizia della morte di Kennedy. E lui, distolto dal suo lavoro, ricordo che disse: "A me nun me passa manc’ p’a cap’". Poi si girò verso di me e disse: "Forse so’ malato". E mi rimase impressa questa sua frase. Ho capito che di quella notizia importante lui avrà preso atto dopo con calma, ma lì per lì non gli piaceva il fatto che fosse stata interrotta la sua fuga dalla realtà, non voleva che nel pieno delle prove di una commedia – e le commedie fanno bene perché portano fuori da certe realtà – irrompesse qualcuno con la notizia di una realtà brutta.

Certo, poi uno piglia atto, ma in quel momento lui disse: "A me nun me passa manc’ p’a cap’. Forse so’ malato". Mi è rimasta impressa questa cosa.

L’anno successivo lavorammo su Bene mio core mio. Mi divertì molto perché facevo un personaggio diverso, questo ‘verdummaro’ come si dice... questo ragazzo che vendeva verdura, così volgare, che si diverte, canta. Era un divertimento, mi divertivo molto, lui aveva molta stima di me.







Ricordo che durante le prove in teatro, Eduardo non parlava molto con gli attori. Le prove erano un po’ fatte all’antica, perlomeno quando c’ero io, ’48-’49-’50. Si provava la mattina seduti, ognuno con in mano la propria parte, nessuno aveva il copione intero; c’erano solo le ultime battute dell’attacco, quelle del personaggio precedente insomma, si provava così. Poca roba... Ma ci sono state due o tre cose che Eduardo mi ha detto: come muovere le mani, come stare in scena, come comportarsi, che a me sono servite moltissimo. Ma, soprattutto, è stato importante quello che ho visto fare a lui. O, evidentemente, ho saputo rubare bene, perché forse questa predisposizione mi entrava nell’animo, mi apparteneva. Dopo andai a fare l’Accademia d’Arte Drammatica e quindi non avrei mai dovuto fare questo tipo di teatro. Poi, invece, al Quirino - dove pure vidi un Amleto bellissimo - quello che mi colpiva e mi incantava, mi inchiodava sui gradini del teatro, perché non c’era mai una poltrona libera, era Eduardo. Quella sua maniera di recitare della quale si è parlato moltissimo e per la quale qualcuno, pur se non capiva cosa Eduardo stesse recitando, rimase incantato. Mi racconta Suso Cecchi D’Amico che quando il suocero - Silvio D’Amico - vide a Roma Natale in casa Cupiello corse a casa e disse: "Andate al Quirino a vedere Natale in casa Cupiello, qualcuno della famiglia disse: "Com’è, è una bella commedia?" e Silvio D’amico rispose: "Non lo so, ma lui e straordinario". Ecco, era lui che stava al di sopra.

Nel 1998, ho pensato di mettere in scena Natale in casa Cupiello (50^ e 51^ edizione), la prima senza Eduardo. La 49^ è stata l’ultima edizione con lui e fu fatta proprio in questo teatro nella stagione ’76-’77, credo l’abbia fatta fino a giugno.

Io la vidi a maggio e mi ricordo che mi emozionai moltissimo, non l’avevo mai vista, perché negli anni in cui io ero in compagnia lui non la faceva. Quegli anni lui sfruttava tutte le commedie che, un anno dopo l’altro, scriveva: Napoli milionaria, Questi Fantasmi, Filumena Marturano, La grande magia, La paura numero uno. Gli anni dopo le riprese, ma io andai via dalla compagnia e non mi è mai capitato di vederla. Nel 1976 avevo finito la stagione con la Compagnia dei Giovani e venni qui all’Eliseo e davanti a me c’erano seduti la Loren, Carlo Ponti e Laurence Olivier credo con la Plowright che andavano a chiedere a Eduardo di fare a Londra Sabato, domenica e lunedì. Fu una serata di un’emozione strepitosa.

Comunque è dal 1983 che frequento le commedie di Eduardo. La fortuna con la F maiuscola è firmata metà da Eduardo e metà da Curcio e va bene. E’ stato un po’ difficile averla, ci sono state delle cose che non stiamo qui a raccontare, però in fondo me l’ha data, l’ho avuta, l’ho messa in scena in maniera... decorosa, bene, venne molto bene. E mi ricordo che cercavo delle testimonianze, attraverso amici comuni, che potessero dirgli del buon esito della commedia. Avevo pensato di far fare ad Aldo il personaggio del figlio, un po’ psicopatico, autistico, mezzo malato, più sofferto, era una cifra più drammatica. La drammaticità Eduardo la raccoglieva tutta lui da quello che c’era intorno, andava bene. Io, non essendo Eduardo, dovevo per forza distribuire la drammaticità attraverso altri personaggi, altre cose. Così la commedia era raccontata in una maniera più vasta, un po’ come ho fatto con questa. Mi ricordo che Paolo Ricci, Enzo Tirelli e altri amici mi dicevano: "Guarda che è bella, è venuta molto bene". L’ultimo, mi ricordo, fu Sergio Bruni, un cantante napoletano che era molto amico di Eduardo. In quel periodo si frequentavano molto e Eduardo dedicò a Bruni una sua foto con una dedica particolare, diceva: "Se ‘rice che tu si a voc’ ‘e Napule e se ‘rice pure c’a i’ song’ Napule. Allora tu sì pure ‘a voce mia". Sergio Bruni venne a vedere lo spettacolo e io gli dissi di chiamare Eduardo e di dirgli che gli era piaciuto, per dargli una testimonianza di una cosa riuscita. Gli telefonò e qualche giorno dopo mi chiamò e mi disse: "Ho parlato, gliel’ho detto a Eduardo" - "Beh, che t’ha detto?" - "Guarda Eduardo ho visto la commedia, Carlo la fa bene è molto bravo" - "Beh, lui che t’ha detto?" - "Ha fatto una pausa poi ha detto: ‘Ma tu non t’ha ricuordi come ‘a fecev’ io?". Questa è una cosa strepitosa, strepitosa.

L’attore non finisce mai di essere competitivo, anche lui con quella sua forza, con quella grandezza che aveva raggiunto diceva una cosa del genere. E io l’anno scorso questa storia l’ho raccontata alla prima; ho detto: "forse dall’alto questa sera lui avrà chiamato alcuni suoi amici, colleghi, Shakespeare, Molière, Goldoni, e avrà detto: ‘Venit’ a ver’ ‘na commedia mia che stasera la fanno all’Eliseo. Perché io manc’ so’ fesso". Dopo la commedia, magari, forse il più anziano dei suoi colleghi, forse Shakespeare avrà detto: "Eh, bravo però stu’ guaglione!". E lui avrà detto: "Tu non t’ha ricuordi come ‘a fecev’ io". Mi piace raccontare questa storia, mi piace il ricordo di questo grande, grandissimo incantatore, lui a teatro era uno che aveva un carisma e una forza, concentrava tutto, io lo guardavo incantato. I sospiri, bastava un silenzio, un ghigno, un lamento e dava un’emozione e questa era la sua forza.

Con il mio Natale in casa Cupiello ho ripetuto un po’ l’operazione che avevo già fatto con La fortuna con la F maiuscola, Le voci di dentro, Napoli milonaria - messa in scena da Patroni Griffi ma in cui facevo Gennaro Iovine -, Non ti pago: le ho ricreate, le ho rimesse a posto, me ne sono appropriato un pochino perché senza Eduardo bisogna fare un’operazione sulla commedia, ovviamente. E certo questa - Natale in casa Cupiello - era la più delicata. L’ho chiesta a Luca, anche perché durante le altre commedie il pubblico più di una volta mi ha gridato Natale in casa Cupiello, volevano vederla. A Verona e da qualche altra parte, soprattutto quelli che mi incontravano per strada o gli ammiratori in camerino, più di un volta, mi hanno chiesto: "Perché non fate Natale in casa Cupiello". Allora ho detto: "Luca, mi dai Natale in casa Cupiello?". E lui me l’ha data. E io devo proprio ringraziarlo, non finirò mai di dirgli grazie. Luca mi ha detto: "Hai fatto bene le altre, questa è la più bella, quella a cui mio padre era più legato". Una commedia straordinaria scritta nel ‘31, in un atto unico, andata in scena il 25 dicembre, il giorno di Natale, un’atmosfera... Allora a Natale si recitava, oggi, si chiudono i teatri. Allora il teatro era il centro dei fatti della cultura. Nel linguaggio comune si parlava con le battute delle commedie dei De Filippo, perché non c’era la televisione, non c’erano i video, non c’era la possibilità di divulgare le cose come oggi; eppure le cose arrivavano lo stesso perché la gente andava a teatro e Eduardo faceva sempre queste commedie.







Questa commedia era nata con la parte di Nennillo, il figlio, affidata e pensata per Peppino; era una parte comica, il personaggio era un mamo, uno gnoccolone, uno svogliatone, un buffo... Quando c’era la scena della lettera, guarda la gamba, guarda la gamba... era anche un po’ farsesco... Io, invece, ne ho fatto un personaggio un po’ diverso; nel 2000 ormai non poteva più essere così peppineggiante, così pappagoneggiante, che poi la radice è sempre quella. L’ho reso un personaggio un po’ malato, un po’ psicolabile, nevrotico, proprio a disagio, un disagiato, che si ribella al padre. "Nun me piace ‘o presepe", lo dice per una sorta di ribellione interiore, da ragazzo scontento, e questo dà una cifra di drammaticità maggiore. Poi ho chiamato un attrice molto brava, la Angela Pagano, che Pupella ha sempre considerato come la sua erede. È bravissima, ho usato le sue possibilità, le sue capacità di recitazione un po’ più mitteleuropea; non l’ho circoscritta solo nel napoletano ma ho voluto che la commedia avesse uno sviluppo più ampio. Perché tutto quello che Eduardo raccoglieva e concentrava in lui l’ho dovuto distribuire un po’ fra tutti. E poi quello che si ricorda di Eduardo è quel Natale in casa Cupiello del ‘77, Eduardo aveva quell’età, aveva già tre pace maker e altre cose, l’artrosi alle mani... Era il canto del cigno, era il suo Cupiello rarefatto al massimo, non quello di sempre scritto nel ‘31 voglio dire, no? E quindi recitato a 40 anni, a 45, a 50, a 55... No, era un’emozione enorme, quasi un sospiro, l’ultima commedia che ha recitato, tranne quei due atti unici che ha fatto. Ma una commedia intera, fu l’ultima volta...

Io, invece, ne faccio un Cupiello centrale, un po’ più scanzonato, più giovanile, quello che lui certamente avrà fatto a 50 anni, a 55. Io ne ho 70, ma insomma ho un’energia diversa e quindi è un Cupiello fatto in questo modo.

Poi un’altra cosa che ho cambiato è il fatto che, quando Eduardo ha scritto la commedia nel ’31, la parola divorzio non si sapeva neanche cosa volesse dire. Ma io sono sicuro che lui ricorreva a quell’ambiguità, a quell’equivoco di scambiare l’amante con il marito "Nicolino, Nicolino" volendo certamente dire: "State insieme, non siete marito e moglie? Non fa niente, se vi amate dovete stare insieme".

Sono sicuro che volesse dire state insieme, aldilà delle convenzioni borghesi, del matrimonio; vi amate e state insieme.

Perché Eduardo stesso era figlio di due non coniugati, e nel ‘74 si è battuto molto quando c’è stata la campagna referendaria per il divorzio, fu anche chiamato dal papa ed ebbe una specie di rimbrotto.

Infine, non volevo che restasse il ricordo di un Cupiello cattivo. Non mi piaceva. Allora, l’ho finalmente illuminato, l’ho riscaldato, lui che ha sempre raccontato il freddo della vita, il freddo dei teatri. L’ultima volta che è apparso era così, non so se ve lo ricordate, in televisione. Quando si è visto al Teatro di Taormina - era l’agosto dell’84 e sarebbe morto pochi giorni dopo, in ottobre - e ha raccontato la sua vita, ha parlato di Luca, ha parlato molto del freddo. Aveva sulle spalle uno scialletto e una scoppoletta in testa. Forse, senza volerlo, era ridiventato Cupiello. Per me lui è nato Cupiello ed è morto Cupiello.

Ecco, io faccio morire quell’indecisione se muore o non muore nel finale. Lui non lo dice mai esattamente, però nell’ultima edizione, quella del ’77, fa dire dal dottore, quando il fratello gli chiede: "Venite domani?" - "E che veng’ a fa. Non ci sta nient ‘a fa, solo un miracolo. Fate coraggio alle donne".

Insomma, fa capire che morirà anche se non è sicuro. Io invece lo faccio sicuramente morire. In realtà non è così per tutti. Per esempio, Alberto Sordi è venuto alla prima e ha detto: "No, per me non muore, mi piace pensare che dorme". E va bene. Io però faccio aprire il balcone dai due amanti e lascio che finalmente entri un sole che lo riscalda e poi diventa una luce irreale, quasi paradisiaca e quindi, per me, sono Luca, Eduardo, Cupiello, De Filippo insieme che se ne vanno in paradiso.

Questa, in fondo, è la mia versione, il mio atto d’amore, la mia dedica ad un grande maestro.







Fonte:  EDUARDO

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