domenica 25 marzo 2012

Eduardo SCARPETTA (Napoli 1853 - 1925)


L'ARTE DELLA COMMEDIA
 
 

Eduardo Scarpetta visse nel teatro e per il teatro. Egli scrisse per far ridere a ogni costo, aggirando la mente, saltando a piè pari le meditazioni del pensiero, assolutamente che solo l'ilarità potesse offrire all'uomo l'occasione, la possibilità e il mezzo per difendersi dalla rispettività del quotidiano e dai suoi meccanismi che demoliscono i sogni, le aspirazioni, la volontà stessa. Per Scarpetta solo il teatro possiede gli strumenti per costruire un'oasi d'evasione, arrivando a forzare imprevedibilmente il ruolo e i limiti della fantasia.





Eduardo Scarpetta, nato a Napoli il 13 marzo 1853, cominciò ad avvicinarsi al teatro all'età di quindici anni e si ritirò dalle scene solo nel 1909. Padre di Titina, Peppino e Eduardo De Filippo, che mai riconobbe, morì il 29 novembre 1925.

Italia, seconda metà dall' '800: sono gli anni in cui nella società cade la Destra storica e la Sinistra va al potere, a pochi anni dal suo compimento crolla miseramente il mito dell'unificazione e si tenta il decentramento amministrativo seguendo le idee federaliste di Carlo Cattaneo mentre in tutta la penisola prosperano le culture regionalistiche.

Napoli, seconda metà dell' '800: all'Università tramonta la scuola del De Sanctis, dopo un lungo silenzio viene ripristinata la festa di Piedigrotta nel suo aspetto più popolare di festa canora e nel teatro si chiude un'epoca che era stata caratterizzata da un attore di straodinario successo: Antonio Petito. Con la sua scomparsa, nel 1876, si apre l'era di Eduardo Scarpetta.

Scarpetta, nato a Napoli nel '53, aveva esordito al teatro Partenope nella farsa "Feliciello Sciosciammocca mariolo de na pizza" e nel '76, quando muore l'astro Antonio Petito, era già così famoso da oscurarlo.

Nel '71 arriva al teatro San Carlino, che ristrutturerà completamente a sue spese nell' '80, e lì consacra il suo successo. "Miseria e nobiltà", il suo capolavoro, viene rappresentata per la prima volta il 7 Gennaio 1988 al Teatro del Fondo. "Il Medico dei Pazzi" del 1908 è considerato il suo addio alle scene che lascia l'anno successivo. Muore nel 1925.





Nella nuova fase della cultura Napoletana "... in "Feliciello Sciosciammocca" tutti riconoscono, ammirati, una singolare spontaneità, delle irresistibiuli qualità comiche, la novità esilarante di una nuova semimaschera capitata a tempo tra vecchi caratteri già muffiti...per risollevare le sorti della commedia popolare..." e dunque Eduardo Scarpetta "... si affacciava sulla scena vernacola con il nuovo "homo neapolitanus", simbolo cioè di un tipico interclassismo, nel quale l'allegro superamento delle due antitesi feudali "miseria e nobiltà" era in sostanza un far trionfare temi utilitaristici, elusivi dei problemi sul tappeto dal '60 in poi; e che il teatrante lievitava in sé per farne smaccata materia d'arte comica, oggetto di allegorie buffonesche e ciniche, demistificazione ed al tempo stesso consacrazione delle due opposte categorie pseudosociali... Non erano temi nuovi: in essi confluivano le esperienze dell'Illuminismo che Eduardo Scarpetta ereditava... dai "buffonisti" e che riproponeva al nuovo pubblico delle città, radunato intorno a lui in una coralità sempre più plaudente. Non aveva importanza che prendesse a canovaccio delle sue commedie questa o quella "fixelle" da "vaudeville" o si affidasse a questo o quel personaggio da "boulevard": nella trasformazione che egli faceva di quel materiale diventato grezzo attraverso traduzioni "preparatorie" di oscuri amanuensi, c'era il segno di una particolare poetica drammatica nella quale, in chiave di garbatissima ironia, coesistevano in un equilibrio miracoloso elementi istrionici di vernacolo buffonesco e cioè la caricatura della miseria, e il dettato serioso di un italiano composito e lambiccato, vale a dire la caricatura della nobiltà: il che se poteva sembrare critica emblematica era in realtà disinvolta e scettica restaurazione comica, tanto più che proprio la Francia "boulevardière" costituiva il nuovo incontro con la Napoli "demoliberale" "fin de siècle" non solo sul terreno degli scambi culturali ma soprattutto della moda e del costume..."
Ma dietro la risata che prorompe sincera in ogni spettatore nel suo teatro esiste una lettura "tra le righe", qualcosa che socchiuda il pensiero di Scarpetta, un contenuto inconoscibile, di non facile lettura, ulteriore, che dia lustro alla sua scrittura e riporti alla rappresentazione come fenomeno esoterico ed essoterico ad un tempo ?
La risposta è No.



Scarpetta non pone ipotesi esistenziali, né fa vivere i suoi personaggi in un contesto storico culturale. Siamo, come nella migliore tradizione favolistica e/o mitologica, fuori dal tempo e dallo spazio, in un mondo dorato dove tutto è immobile e giusto, in cui riverbera, come un'eco antica e lontana, un passato beato che non si conosce ma a cui diamo costante credito, linfa e vita grazie al rimpianto. Mitologici sono i suoi personaggi che non rappresentano mai se stessi ma un qualcuno che somiglia a se stessi proiettati sull'eterno schermo della vita. Le situazioni hanno sempre il senso di una quotidianità stantia e tutto ciò che viene a mutare questo ineffabile immobilismo arriva solo per far guai e di conseguanza scatenare l'ilarità di un pubblico che questo solo chiede
"Qui rido io" si legge sulla facciata della sua villa di Napoli e il suo teatro è proprio questo: un geniale pretesto per scatenare i muscoli del viso e tendere quelli della pancia in un riso irrefrenabile, senza filtri o mediazioni, senza agganci della mente che celebrino un qualsiasi substrato intellettuale, per questo il suo è un riso esorcizzante e liberatorio. Ma esorcizzante e liberatorio di cosa ? Della morte !!
L'Uomo cui si rivolge Scarpetta non è un "Uomo senza qualità", al contrario non ama pensare (Forse per questo il suo straordinario successo dura fino a noi) e la mancata riflessione su se stessi è un inno alla negazione. Qui si nega la morte. L'Uomo di Scarpetta è immortale ma non perché rappresenta un "Universale" ma in quanto materializza solo l'immagine riflessa di un sé unico ed irriproducibile, clonazione di se stesso nello spazio e nel cosmo e dunque, per questo suo specifico, immortale.
Eppure esistono dei motivi conduttori in tutto il teatro di Scarpetta: uno di questi è l'eterno contrasto tra reale ed irreale, tra quotidiano vissuto malamente e un'ideale di trasformazione che arriva dal di fuori, come un miracolo, a inserirsi in questa quotidianita. Le soluzioni ai problemi che sono immessi per suscitare ilarità appaiono quasi sempre miracolistiche (Tranne che ne "Il Medico dei Pazzi"), non trovano basi nella costruzione della commedia se non nell'eterna speranza e castrante fiducia che "Qualcuno ci deve pensare". Un "Qualcuno" immanente ma anche sempre presente eppur celato alla vista dei più.
Intorno a questo contrasto viene costruita la vicenda che ad un tempo gli dà forza e contemporaneamente ne spegne la carica di rivolta. Si elabora un movimentato alternarsi di dialoghi e situazioni che sono ad un tempo stesso farina e lievito e che gettano le basi, allargando il tessuto del narrato, per lo sviluppo della vicenda preparando il substrato per una conclusione che arriva dall'esterno, contemporaneamente attesa ed inattesa, dove reale ed irreale si fondono in un tutt'uno in cui sono indistinguibili e proprio questa situazione configura l'analisi di Scarpetta: la vita è immobile nella sua grigia conseguenzialità, il teatro è vita che esorcizza la morte. 
In questo contrasto sta il suo vedere, leggere e scrivere il teatro che presenta le situazioni del vissuto su cui in nulla si può incidere e le fa rivivere proprio in funzione di una soluzione miracolistica: "...l'uomo può sognare il miracolo, può immaginarlo; ma chi lo fa vivere il miracolo è il teatro...". Dunque un teatro che, secondo Scarpetta, offre un momento di pausa, un attimo di relax, una boccata d'ossigeno nella palude della vita. "Un teatro incolto per una platea che, quando incolta non è, preferisce comunque smettere di pensare, mandare a spasso le meditazioni, gli intoppi del pensiero e della cultura, preferisce farsi trascinare nel labirinto dell'inverosimile, dell'extrasoggettivo e di lasciarsi andare."
Il tentativo di Scarpetta è quello di trasporre sulla scena quei caratteri che rappresentino l'immutabilità eterna, che può leggersi solo nelle stelle, di quella che per lui è la Napoletanità. Di conseguenza vediamo giovani gaudenti, anziani in cerca di avventure galanti, "sciupafemmine", mogli tradite che cercano la loro rivincita allo stesso modo, personaggi arricchiti o diseredati che portano con sé il proprio fardello ed ogni genere di umanità che a volte più che persone sembrano "ombre che portano il corpo con sé". Quest'ultimi costituiscono la materia di impulso dal quale la vicenda in generale si divincola. Il racconto nasce con loro e va avanti con loro fino e oltre il miracolo. Ma tant'è. La condizione di costoro da quella che essa è, si emblematizza ed individualizza nel rapporto con la platea. E allora il miracolo non si fa solo per gli affamati e i diseredati, ma si fa per tutti, nessuno escluso, perché non c'è alcuno che avverta la stretta e la delusione del quotidiano. L'invito del teatro è di negare la realtà del quotidiano, di rigettarla. L'invito è di ridere."
Un palmo al di sopra di queste "ombre che portano il corpo con sé" si staglia "Felice Sciosciammocca", maschera tra le maschere, che risponde all'esigenza dell'autore di avvalorare le esigenze della sua variopinta fantasia con il controllo del quotidiano. "Un volto come lo portano tutti gli uomini in sostituzione di una maschera che ha un grosso spessore storico e un magma di contenuti, una carica segnica così varia e ricca che non è possibile delimitarne la potenzialità simbolica"
Il teatro di Scarpetta va visto, più che sotto un aspetto critico, dalla parte di quel particolare spettatore che ama gozzovigliare con la risata più semplice ed umana senza scavare a fondo perché raschiando in quel fondo non si troverebbe nulla, senza cercare contenuti ulteriori, perché di ulteriore c'è solo la credenza dell'autore nell'immobilismo umano, senza voler individuare messaggi.. senza... senza...
Se il suo successo continua, e continua, vuol dire che questo genere di rappresentazioni esaudiscono un desiderio inconscio e conscio di uno spettatore che vuol ridere di pancia e coniugano le inclinazioni dell'autore con quelle del suo vasto pubblico soddisfacendo le sue attese. Attese che ancor'oggi sono in molti di noi.

 

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