lunedì 26 marzo 2012

Antonio Petito “Il re dei Pulcinella”

L'ARTE DELLA COMMEDIA
 


Antonio Petito nacque a Napoli nel 1822, primogenito di Salvatore Petito, noto interprete della maschera di Pulcinella, e di Giuseppina D’Errico, detta “Donna Peppa”. Il padre recitava le sue farse “pulcinellesche” al Teatro San Carlino di Napoli, mentre la madre fu una pupara, una guarattellara, ossia gestiva un teatrino dei pupi e, successivamente quando divenne la sposa di Salvatore Petito fu l’impresaria della compagnia della famiglia Petito. I Petito erano una famiglia illustre di artisti teatranti e, si contraddistinsero da tante altre compagnie popolari del tempo per la loro immensa bravura. Essi furono sulla scena popolare napoletana a partire dalla seconda metà del Settecento fino alla seconda metà dell’Ottocento. Basti pensare che il fratello maggiore di Antonio, Gennaro Petito, era stimato dal pubblico per la sua mimica e, l’altro fratello minore Davide Petito fu ammirato per il suo estro recitativo.



Antonio Petito, chiamato anche con l’appellativo di Totonno ‘o pazzo, sarà un autore, attore e capocomico napoletano di fama internazionale, in quanto egli renderà celebre, in tutto il mondo, la maschera di Pulcinella. Esordì sulla scena all’età di sette anni, mostrando grandi capacità nel ballo (appreso dal padre), nella mimica, nel canto, nella musica, nelle parodie e nei giochi di prestigio, egli fu anche un acrobata molto abile. Nel 1853, Totonno ereditò dal padre Salvatore la maschera di Pulcinella ed Eugenio Buonaccorsi ci informa che Petito ricevette l’investitura del camice bianco, dallo stesso padre, sul palcoscenico del San Carlino, davanti alla platea degli spettatori. Da quel momento Petito, fino all’ultimo giorno della sua esistenza, sarà per il pubblico e per la stampa “Il Re dei Pulcinella” e “Il Re del San Carlino”.

Antonio nel seguire le orme paterne non faceva altro che riaffermare l’amore e l’interesse che egli nutriva per la Commedia dell’Arte Cinquecentesca. Ovviamente modificò gli aspetti, le caratteristiche, le movenze, l’abbigliamento, il linguaggio e i contenuti della maschera di Pulcinella, recando a quest’ultima maggiore spessore psicologico. Per quanto riguarda i contenuti, Petito nelle sue commedie trattava temi sociali di enorme attualità; basti pensare All’unione delle fabbriche (1871), e alle Tre banche a ‘o trecento pe’ mille;  in esse Totonno pose la sua attenzione e la sua considerazione sulla realtà partenopea di metà Ottocento. Di conseguenza Pulcinella, specie nell’ultima stagione di Petito, sarà obbligato a migliorare la sua lingua, in seguito allo sviluppo industriale e alle nuove situazioni economiche e culturali, la maschera napoletana non si esprimerà più in un vernacolo arcaico, ingarbugliato, rurale e ricco di errori, ma con l’affermazione della borghesia Pulcinella si esprimerà nella nuova lingua borghese, allacciandosi persino alla cultura francese del vaudevilles e della pochades. Inoltre l’attore mutò l’atteggiamento caratteriale di Pulcinella; non più una maschera pigra, buffona e sciocca quale essa era stata in epoche passate, ma con Petito si ebbe una maschera attiva, dinamica e molto furba, con evidenti tratti sentimentali e malinconici. Franco Carmelo Greco, scrive che “il Pulcinella di Petito è totalmente urbanizzato e romanticamente infelice”. Il Pulcinella petitiano dunque non era più un villano babbeo, ma era un servo arguto e saggio. Addirittura Totonno si divertì ad inscenare un Pulcinella in veste femminile; citiamo due delle sue tante pulcinellate con costumi da donna: La popolana e Palummella.



Petito era semi-analfabeta e il suo repertorio teatrale ha più valore tecnico che letterario, ossia i suoi copioni sono fondamentali da un punto di vista scenico-recitativo e rappresentativo. Però questo non significa che per il grande Petito il testo scritto non fosse importante; anzi nel teatro dialettale egli può essere considerato il primo attore comico che intuì quanto fosse necessario il copione scritto da recitare. Solitamente il nostro comico ideava la trama dei suoi canovacci e poi si rivolgeva agli illustri letterati del tempo per effettuare la stesura dell’opera.



Eduardo Scarpetta, allievo prediletto del Maestro Petito, annota nelle pagine – “Dal San Carlino ai Fiorentini”, Napoli, 1900 - che "Petito era capace di buttare giù una commedia in pochi giorni; ma per scriverla aveva bisogno di parecchie risme di carta, di parecchie dozzine di penne d’oca e di un litro d’inchiostro, metà per la commedia, metà per imbrattarsi gli abiti, le mani e la camicia. E le lettere si allungavano come tracciate dalla mano incerta d’un bambino, ora tenendosi ritte a stento, ora barcollando. Le righe si mutavano da orizzontali in trasversali, e così si andava avanti per pagine intere".Sulle tavole del San Carlino, Petito non solo indossò il camicione di Pulcinella, ma anche la maschera del buffo Pascariello e di Don Felice Sosciammocca (ricordiamo che suddette maschere sono state da noi esaminate nell’articolo Le maschere napoletane. Sciosciammocca, è un personaggio popolare diffuso in un primo momento dal teatro petitiano e poi in un secondo momento dal teatro scarpettiano. Don Felice, è “una caricatura del piccolo borghesuccio” – così lo definisce l’autrice Monica Brindicci, in Napoli e le sue maschere: il Pulcinella di Eduardo – Questa "mezza maschera" verso la fine dell’Ottocento, prese il posto di Pulcinella nel teatro partenopeo; anzi Felice Sciosciammocca assieme a “Pasquale Passaguaie” e “Pasquariello”, "segnano la crisi definitiva del vecchio servo che cede il posto alla modernità e alla verosimiglianza" (Monica Brindicci). Petito morì il 24 marzo del 1876, mentre recitava nel suo amato teatro San Carlino il dramma la “Dama Bianca”. Tra le sue numerose opere citiamo alcune: Palummella zompa e vola; Don Fausto (1865); So’ morto e m’hanno fatto turna’ a nascere (1868); Flick e Flock (1871); Palummella (1873); ecc.

 

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